POLITICA E POTERE
Mauro Ermani: "Vicino a Zali, doveva tenere duro". E su Dadò: "La CRP ha rimesso la chiesa al centro del villaggio"
L'ex presidente del Tribunale a Detto tra noi: "La foto con i falli? Tornassi indietro non la manderei"
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Mauro Ermani torna a parlare. E lo fa senza nascondere l'amarezza per la vicenda che lo ha travolto, ma anche con la convinzione che la recente sentenza della Corte dei reclami penali (CRP) abbia segnato un passaggio importante nella ricostruzione del cosiddetto "caos TPC". L'ex presidente del Tribunale penale cantonale, dimessosi dalla magistratura nel gennaio 2025 per motivi di salute, è stato ospite ieri sera di Andrea Leoni nella trasmissione "Detto tra noi" su Teleticino.

Un'intervista a tutto campo, ripresa oggi dalla Regione e dal Corriere del Ticino, nella quale Ermani ha affrontato soprattutto il caso che lo contrappone al presidente del Centro Fiorenzo Dadò, ma ha parlato anche di Claudio Zali, suo ex collega al Tribunale penale cantonale.

"A Zali sono vicino. Doveva tenere duro"

Sul caso dell'ex consigliere di Stato leghista, dimessosi a fine settembre e confrontato con due procedimenti penali, uno per reati sessuali e l'altro per abuso di autorità e tentata coazione in relazione al caso del quattordicenne detenuto alla Farera, Ermani ha espresso una posizione di vicinanza personale, senza entrare nel merito delle accuse, che Zali respinge.

"Sul piano umano e personale io non ho la benché minima vergogna a dire che gli sono vicino e che è una persona che ho sempre stimato. Non entro nel merito dei fatti. Penso che sappia come difendersi in tutte le istanze competenti. E forse magari un giorno uscirà una verità diversa, non lo so".

E alla domanda se Zali abbia fatto bene a dimettersi dal Governo, Ermani ha risposto: "La penso esattamente come l'avvocato Renzo Galfetti. Secondo me doveva tenere duro, a meno che la salute non lo reggesse. Ma questo io non lo so".

Il caso Dadò: "Non credo proprio che la sentenza sia un copia e incolla"

Il capitolo centrale dell'intervista ha però riguardato la recente sentenza della Corte dei reclami penali, che ha accolto il ricorso di Ermani contro il decreto d'abbandono pronunciato dal procuratore generale Andrea Pagani nell'ambito del procedimento per presunta denuncia mendace nei confronti di Fiorenzo Dadò. 

La Corte ha annullato l'abbandono e rinviato gli atti al Ministero pubblico per ulteriori approfondimenti. Una decisione che contiene passaggi particolarmente severi nei confronti del presidente del Centro.

Secondo i giudici, vi sarebbero infatti "indizi concreti per ritenere che" Dadò, grazie alla conoscenza dei fatti precedenti alla presentazione della presunta lettera anonima in Commissione giustizia e diritti, "sapesse perfettamente che l'accusa di pornografia mossa a Mauro Ermani con tale lettera era inventata", apparentemente nell'ambito di una "strategia concertata (quantomeno) con Siro Quadri, volta ad avversare la persona dell'allora presidente del TPC".

Una ricostruzione che Dadò ha respinto categoricamente. "Per quanto riguarda il contenuto, la rigetto completamente", aveva dichiarato la scorsa settimana, sostenendo inoltre che la sentenza fosse sostanzialmente un "copia e incolla" del ricorso presentato da Ermani.

L'ex magistrato ha replicato durante l'intervista: "Non è il primo politico che quando una sentenza non gli sta bene critica i giudici". E ha aggiunto: "Non credo proprio che la sentenza sia un copia e incolla".

"Bisognava esaminare anche le circostanze della segnalazione"

Ermani ha poi spiegato perché aveva contestato la decisione del procuratore generale di abbandonare il procedimento per denuncia mendace.

A suo giudizio, l'inchiesta non poteva limitarsi a valutare il contenuto della segnalazione, ma doveva approfondire anche le circostanze nelle quali era maturata.

"La giurisprudenza dice che non ci si deve fermare lì, ma si devono anche andare a vedere le circostanze che sottendono poi alla segnalazione", ha osservato, sottolineando che proprio questo approfondimento è stato effettuato dalla Corte dei reclami penali.

Un altro punto riguarda l'elemento soggettivo del presunto reato, vale a dire la consapevolezza di denunciare fatti penalmente inesistenti.

Secondo Ermani, il procuratore generale aveva escluso tale elemento sostanzialmente sulla base del fatto che Dadò, non essendo un giurista, non poteva necessariamente sapere che le immagini contestate non costituissero pornografia.

Una valutazione che la CRP ha rimesso in discussione, ritenendo che gli elementi raccolti giustificassero ulteriori accertamenti sulla consapevolezza del deputato.

"E anche su questo punto la CRP risponde in maniera molto chiara", ha sottolineato Ermani.

"Non sono stato io a far partire il procedimento"

L'ex presidente del TPC ha voluto chiarire anche un altro aspetto: l'origine del procedimento penale nei confronti di Dadò.

"La segnalazione che ipotizzava il reato di denuncia mendace è stata fatta dal Consiglio della magistratura", ha precisato.

Ermani ha spiegato di essere venuto a conoscenza del procedimento soltanto nella sua fase conclusiva, quando il procuratore generale lo aveva informato della possibilità di costituirsi accusatore privato in qualità di danneggiato.

"Ciò che ho fatto", ha aggiunto. Quando il procuratore generale ha prospettato l'abbandono del procedimento per denuncia mendace, parallelamente all'emissione di un decreto d'accusa per falsa testimonianza nei confronti di Dadò, Ermani ha deciso di impugnare la decisione.

"Ho ritenuto che il decreto d'abbandono non fosse corretto. Mi sono così rivolto alla CRP".

Un ricorso accolto, anche se la decisione della Corte non rappresenta un giudizio di colpevolezza nei confronti di Dadò, che continua a contestare gli addebiti.

"Sono stato vittima di un'ingiustizia"

Nell'intervista si è tornati dunque sulle immagini finite al centro del caos TPC, dai meme raffiguranti bambini, anche con animali, inviati via WhatsApp alla segretaria del Tribunale, fino alla fotografia dei giganteschi falli esposti in un museo di Amsterdam.

A proposito di quest'ultima immagine, Ermani ha riconosciuto: "Tornassi indietro non la rimanderei".

Ma sul giudizio complessivo della vicenda che ha segnato gli ultimi anni della sua carriera non arretra. Si è detto "profondamente convinto" che la campagna condotta contro di lui sia stata un'ingiustizia. La recente sentenza della CRP, a suo giudizio, ha dunque "rimesso la chiesa al centro del villaggio".

Resta ora da vedere quali ulteriori accertamenti saranno svolti dal Ministero pubblico e quali conseguenze potranno avere. Perché il capitolo giudiziario del caos TPC, a distanza di anni dall'esplosione del caso e dalle dimissioni di Ermani, è ancora aperto.

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