Il consigliere comunale analizza il tema che ha scatenato polemiche a Lugano: "Servono principi comuni, parametri di riferimento e la capacità di misurare i risultati"

LUGANO – Il dibattito sulla governance delle società partecipate della Città continua ad animare la politica cittadina e anche cantonale, con un recente intervento della granconsigliera Natalia Ferrara. Dopo anni di approfondimenti, il nuovo regolamento è ancora al centro del confronto tra Municipio e Consiglio comunale. Alle discussioni sulle regole si sono aggiunte quelle sulle remunerazioni e sulle nomine nei Consigli di amministrazione. Per Andrea Togni, consigliere comunale PLR, manager con lunga esperienza professionale come membro di CdA, certificato SUPSI, è necessario cambiare prospettiva: meno polemiche sulle singole persone, più criteri oggettivi e confronti con altre realtà svizzere.
Togni, si torna a parlare di governance delle partecipate. Non si rischia di ripetere discussioni già affrontate?
È proprio questo il problema. Da anni si discute di governance, nomine, compensi e responsabilità. Il Municipio ha elaborato una proposta e la Commissione speciale ha svolto un lavoro importante. Ora auspico che si arrivi finalmente a una conclusione. Ma credo che ci sia un aspetto sul quale dobbiamo ancora fare un passo avanti: non basta definire le regole, dobbiamo anche stabilire criteri oggettivi per applicarle.
In concreto, cosa intende?
Prendiamo le remunerazioni dei Consigli di amministrazione. Oggi il dibattito si concentra su quanto guadagna un presidente e su quanto dovrebbe eventualmente essere ridotto il suo compenso. Ma su quale base decidiamo? Perché la metà e non un terzo? Perché 50'000 franchi e non 30'000 o 70'000? Senza parametri di riferimento oggettivi rischiamo semplicemente di sostituire una decisione politica con un'altra.
E quale sarebbe il metodo corretto?
Guardare cosa succede nel resto della Svizzera. Confrontare società analoghe, considerando fatturato, numero di collaboratori, complessità, responsabilità e impegno richiesto. Se il presidente di una società comparabile in un'altra città svizzera percepisce una determinata remunerazione, dobbiamo quantomeno sapere perché a Lugano dovrebbe essere diversa. Non significa copiare automaticamente, ma decidere con cognizione di causa.
Sta dicendo che a Lugano le remunerazioni sono eccessive?
Non necessariamente. Ed è proprio questo il punto. Non possiamo stabilire se una remunerazione sia corretta semplicemente osservando la cifra. Potrebbe essere troppo elevata, adeguata o persino insufficiente rispetto alle responsabilità. Il giudizio deve partire da elementi oggettivi, non dalla reazione emotiva del momento.
Ma alla fine le decisioni sono politiche. Non è inevitabile che prevalgano gli equilibri tra partiti?
Le decisioni sono certamente politiche, e devono rimanerlo. Ma c'è una grande differenza tra decidere sulla base di dati verificabili e decidere attraverso una trattativa tra partiti. La politica deve assumersi la responsabilità delle scelte, non rinunciare a farle. I criteri oggettivi servono proprio a rendere quelle scelte più trasparenti e difendibili.
Questo vale anche per le nomine? Il cosiddetto Manuale Cencelli deve essere superato?
La rappresentanza politica nelle società a partecipazione pubblica può avere una sua legittimità. Ma non può essere l'unico criterio. Prima di discutere a quale partito spetti una determinata posizione, dovremmo chiederci quali competenze, esperienze e capacità siano necessarie per ricoprirla. Anche un rappresentante politico, oltre alla “tessera di partito”, deve possedere i requisiti professionali richiesti dalla funzione.
Non è un modo per mettere in discussione le persone che oggi siedono nei Consigli di amministrazione?
Assolutamente no. Non è una questione di persone, ma di metodo. Una buona governance deve prevedere obiettivi chiari, responsabilità definite e una valutazione periodica dei risultati. La Città, quale azionista, stabilisce gli indirizzi strategici; il Consiglio di amministrazione governa e vigila; la Direzione gestisce. Sono ruoli distinti che devono funzionare in maniera coordinata.
Secondo lei sarebbe opportuno uno studio esterno? Non rischierebbe di allungare ulteriormente i tempi e aumentare i costi?
Sarebbe un errore trasformare questa riflessione nell'ennesimo studio costoso e interminabile. Non è questo l'obiettivo. Esistono già esperienze, modelli e riferimenti in altre città e Cantoni svizzeri. Dobbiamo utilizzare queste informazioni, eventualmente con un supporto tecnico mirato, proporzionato e fuori cantone, senza rimettere tutto in discussione. Il miglioramento della governance non deve diventare un pretesto per rinviare le decisioni.
Il Municipio sostiene di voler adeguare le politiche remunerative e di trasparenza alle buone pratiche nazionali. Non è sufficiente?
È un orientamento che condivido e che considero positivo. Mi auguro che venga tradotto rapidamente in criteri concreti, verificabili e applicabili alle nostre partecipate. Non servono necessariamente nuove strutture o nuovi regolamenti per ogni dettaglio. Servono principi comuni, parametri di riferimento e la capacità di misurare i risultati.
La Commissione speciale ha però lavorato a lungo su questo dossier. Non sarebbe meglio lasciare che la politica concluda il suo percorso?
Certamente. Il lavoro svolto va rispettato e valorizzato. Il Municipio e la Commissione hanno approfondito questioni complesse e importanti. Il mio auspicio è proprio che si riesca a concludere rapidamente questo percorso, senza ulteriori rinvii. Il punto non è ricominciare da capo, ma fare in modo che il nuovo quadro normativo aiuti a togliere dalla popolazione il dubbio che la gestione delle partecipate non sia eseguito al meglio.
Qual è allora il suo messaggio al Municipio?
Di procedere speditamente, valorizzando il lavoro già svolto e completandolo, laddove necessario, con criteri applicativi fondati su confronti nazionali, competenze professionali e indicatori di risultato. Abbiamo ancora una parte di legislatura davanti a noi. Sarebbe importante arrivare alla sua conclusione con regole approvate, criteri definiti e un percorso di applicazione avviato.
In definitiva, qual è la sua idea di buona governance?
Una governance nella quale le persone vengono scelte, anche grazie alla loro abilità di farsi conoscere attraverso l’attività politica, per ciò che sanno fare. Responsabilità chiaramente definite, remunerazioni proporzionate e risultati ottenuti, nell'interesse della collettività.