POLITICA E POTERE
Camignolo, l'MPS incalza Gobbi: "Il Governo deve rispondere"
Dopo i decreti d'accusa contro due agenti, torna sotto accusa la risposta del Consiglio di Stato all'interrogazione parlamentare: "Aveva giustificato l'intervento della polizia. Ora servono chiarimenti"
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Riceviamo e pubblichiamo da parte del Segretariato MPS

La notizia dei decreti d'accusa emessi nei confronti di due agenti di polizia per i fatti avvenuti il 13 ottobre 2025 a Camignolo, in occasione di una manifestazione contro la presenza del consigliere federale Ignazio Cassis a una riunione del PLR, riporta al centro dell'attenzione una vicenda che solleva interrogativi non soltanto sull'operato della polizia, ma anche sulle responsabilità politiche del Consiglio di Stato e, in particolare, del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Secondo quanto riferito dalla stampa, il Ministero pubblico ha ritenuto sproporzionata la decisione di ammanettare una manifestante, emettendo nei confronti di due agenti decreti d'accusa per abuso di autorità e vie di fatto. Resta naturalmente impregiudicata la presunzione d'innocenza, trattandosi di decreti che possono ancora essere contestati.

Ma la questione politica è già oggi evidente. E riguarda direttamente il comportamento del Governo di fronte a un intervento di polizia le cui modalità avevano immediatamente suscitato forti critiche. Ricordiamo che, il 15 ottobre 2025, i deputati MPS Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini avevano presentato un'interpellanza, successivamente trasformata in interrogazione, dal titolo “La polizia aggredisce una manifestante senza alcuna ragione”. L'atto parlamentare denunciava le modalità dell'intervento e chiedeva al Governo di spiegare perché gli agenti avessero agito con tanta violenza nei confronti di una persona che, stando alle immagini diffuse, non manifestava alcun atteggiamento aggressivo. In particolare, in una delle domande si chiedeva esplicitamente al Consiglio di Stato se ritenesse proporzionato l'intervento degli agenti.

La risposta del Governo, datata 11 febbraio 2026 e firmata dall'allora presidente Norman Gobbi, non lasciava molto spazio ai dubbi: “Sebbene le modalità di intervento adottate possano apparire severe, l'intervento si è reso necessario al fine di ripristinare il dispositivo di sicurezza”. Queste le parole del governo: solo apparenza. In realtà al Procura pubblica le cose sono “apparse” assai diverse: e se mister “non luogo a procedere” ha deciso di procedere questa volta, significa che le cose non sono andate in modo così tranquillo come sostengono Gobbi e soci.

Il Governo non si limitava dunque a ricostruire i fatti o a rinviare agli accertamenti della Magistratura. Forniva una precisa giustificazione dell'intervento, richiamando la necessità di ristabilire il dispositivo di sicurezza predisposto per proteggere il consigliere federale. Oggi, alla luce della valutazione del Ministero pubblico, quella risposta assume un significato politico particolarmente rilevante. Come si concilia la giustificazione fornita dal Governo con la valutazione della Magistratura, secondo la quale la decisione di ammanettare la manifestante non era proporzionata? È una domanda alla quale Gobbi e i suoi colleghi non possono sottrarsi. La sicurezza non è un lasciapassare per qualsiasi intervento.

Nella risposta parlamentare, il Consiglio di Stato insisteva sul fatto che la manifestante avrebbe oltrepassato il perimetro di sicurezza e si sarebbe rifiutata di abbandonarlo. Anche ammettendo questa ricostruzione, resta una questione fondamentale: il superamento di un perimetro di sicurezza non autorizza automaticamente qualsiasi misura coercitiva. È precisamente questo il significato del principio di proporzionalità, che dovrebbe guidare l'azione della polizia in uno Stato di diritto. La protezione di un consigliere federale può certamente richiedere misure di sicurezza. Ma tali misure devono essere giustificate, necessarie e proporzionate alla situazione concreta. Non basta invocare genericamente la sicurezza per considerare legittimo qualsiasi intervento.

Ed è proprio su questo punto che la posizione assunta dal Governo merita di essere riesaminata. La risposta dell'11 febbraio non spiegava in maniera convincente perché fosse stato necessario ricorrere a modalità così incisive nei confronti della manifestante. Si limitava, sostanzialmente, a considerare l'intervento necessario per ripristinare il dispositivo di sicurezza. Una spiegazione che, dopo gli sviluppi giudiziari, appare quantomeno insufficiente e richiede chiarimenti.

Sarebbe infatti riduttivo circoscrivere l'intera vicenda alle responsabilità individuali dei due poliziotti coinvolti. Quelle responsabilità appartengono alla sfera giudiziaria e dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Esiste però un'altra dimensione, che riguarda il funzionamento delle istituzioni e il controllo politico sull'operato della polizia. Il Dipartimento delle istituzioni, diretto da Norman Gobbi, ha precise responsabilità di conduzione e vigilanza sulla Polizia cantonale. Il Consiglio di Stato, dal canto suo, ha il dovere di rispondere agli atti parlamentari in modo rigoroso, fornendo valutazioni fondate su verifiche adeguate.

Per questo la questione non può essere liquidata sostenendo che si tratta di un procedimento riguardante due singoli agenti. Occorre sapere quali accertamenti siano stati svolti prima che il Governo dichiarasse necessario l'intervento, se fossero state esaminate le immagini disponibili e su quali elementi fosse stata fondata quella conclusione. Occorre inoltre chiarire se la risposta parlamentare fosse basata esclusivamente sulla ricostruzione fornita dalla polizia oppure se fosse stata effettuata una verifica autonoma. Il controllo politico sull'operato della polizia non può esaurirsi nella riproduzione della versione fornita dagli stessi servizi sottoposti a controllo. È un principio elementare di responsabilità istituzionale. Un problema di trasparenza che va oltre Camignolo.

Nell'interrogazione, i deputati MPS avevano sollevato la questione dell'identificazione degli agenti, dopo che, secondo quanto denunciato, uno di essi avrebbe risposto alla richiesta di conoscere il proprio nome dichiarando di chiamarsi “Pippo Baudo”. Il Governo aveva spiegato che, in determinate circostanze, gli agenti possono rifiutarsi di comunicare nome e cognome, annunciando nel contempo l'introduzione del numero di matricola sulle uniformi nell'ambito del progetto KEP. Anche su questo terreno emerge una questione di fondo: come garantire che una persona che ritiene di aver subito un abuso possa identificare gli agenti coinvolti e far valere effettivamente i propri diritti?

Nella medesima risposta, il Consiglio di Stato aveva inoltre giustificato l'assenza di un verbale del fermo sostenendo che la donna non era stata arrestata, ma soltanto fermata, identificata e rilasciata. Questi elementi, considerati insieme, pongono interrogativi sulla trasparenza delle procedure e sugli strumenti di controllo degli interventi coercitivi. La fiducia nelle istituzioni non può fondarsi sulla pretesa che l'operato della polizia sia sottratto alla critica. Al contrario, richiede procedure trasparenti, possibilità effettive di verifica e piena assunzione delle responsabilità.

Gli sviluppi giudiziari rendono necessaria una presa di posizione politica. Norman Gobbi, quale direttore del Dipartimento delle istituzioni, e l'intero Consiglio di Stato dovrebbero chiarire pubblicamente: se confermano ancora oggi la valutazione contenuta nella risposta parlamentare dell'11 febbraio 2026; quali verifiche furono effettuate prima di affermare che l'intervento era necessario; se intendono riesaminare le procedure di intervento e di controllo relative all'impiego di misure coercitive durante le manifestazioni; infine, quali garanzie concrete siano previste per assicurare l'identificabilità degli agenti e la documentazione degli interventi contestati.

Non si tratta di anticipare l'esito del procedimento penale, né di confondere la responsabilità politica con quella giudiziaria. È necessario chiedere conto a chi esercita il potere politico di una valutazione ufficiale fornita al Parlamento e ora confrontata con conclusioni giudiziarie di segno diverso.

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