SALUTE E SANITÀ
Dentro la corsa, accanto ai corridori: il dottor Marco Toderi racconta il Giro d’Italia
Il chirurgo della Clinica Sant’Anna di Sorengo sarà uno dei medici ufficiali della tappa ticinese: “Il Giro è come un paese che si sposta, la sicurezza va sempre al primo posto”. E ciò che colpisce è soprattutto l’affetto del pubblico

di Irene Bazzi

Quando si pensa al Giro d’Italia, vengono subito in mente i corridori, la fatica, le salite, le cadute, la lotta contro il cronometro e contro i propri limiti. Molto meno visibile, ma decisivo, è ciò che si muove attorno alla corsa: una macchina enorme, fatta di mezzi, uomini, logistica, controlli, assistenza. In questo mondo in movimento, il ruolo del medico ufficiale è centrale. Non solo per gli atleti, ma per tutto il “villaggio” che accompagna la gara da una tappa all’altra.

Il dottor Marco Toderi, chirurgo presso la Clinica Sant’Anna di Sorengo, sarà uno dei medici ufficiali della tappa ticinese, che si svolgerà il prossimo 26 maggio. Gli abbiamo chiesto di raccontare che cosa significhi fare medicina in uno degli appuntamenti sportivi più amati dal pubblico e più complessi da gestire sul piano operativo.

Quando si parla di ciclismo si pensa subito ai corridori. Ma, dietro le quinte, qual è concretamente il ruolo del medico durante una tappa del Giro d’Italia?

Bisogna immaginare il Giro d’Italia come un vero e proprio paese che si sposta. Durante la corsa sono coinvolte fra le 2’300 e le 2’500 persone, oltre ai più di 200 ciclisti che prendono parte alle tappe. Il medico di gara non si occupa soltanto dei corridori, ma di tutto ciò che riguarda l’evento e del personale al seguito: ammiraglie, polizia, servizio fotografico, stampa. Ci sono molte persone che possono aver bisogno di un supporto sanitario, e in ambiti anche molto diversi, perché non è possibile prevedere che cosa possa accadere. Poi, chiaramente, i ciclisti hanno i loro medici sportivi, pronti a seguirli una volta conclusa la tappa.

La tappa ticinese si annuncia breve ma intensa. Quali segnali le fanno capire che un corridore è in difficoltà e ha bisogno di un intervento o di un’attenzione particolare?

Principalmente esistono due eventualità: l’intervento per qualcosa di lieve durante la gara oppure una situazione più seria, come una caduta. Nel primo caso, è spesso lo stesso ciclista a segnalarlo, alzando il braccio oppure comunicando via radio con la propria ammiraglia, che poi contatta noi. Ci sono due auto mediche, con due o tre medici a bordo, che sono fisicamente molto vicine ai corridori, oltre a quattro ambulanze intercalate all’interno di tutto il gruppo. Con un’ambulanza è più difficile avvicinarsi ai ciclisti, mentre con le auto mediche riusciamo anche a effettuare trattamenti in corsa. Pensiamo, ad esempio, a una piccola caduta, a un’abrasione o alla necessità di somministrare farmaci, magari per un mal di testa o per un altro disturbo lieve.

In caso di caduta, su cosa si concentra nei primissimi secondi?

La prima cosa a cui bisogna stare attenti è non causare ulteriori danni. L’incidente è già accaduto; il primo passo è quindi evitare pericoli aggiuntivi, perché ci sono almeno quaranta ammiraglie che seguono il gruppo a velocità sostenuta. In certi tratti i ciclisti viaggiano anche a 60 chilometri orari, quindi si può immaginare la velocità delle vetture che stanno dietro. Per questo non bisogna lanciarsi subito sui corridori eventualmente rimasti a terra, ma essere sicuri che non stiano arrivando altri ciclisti o altre macchine. La sicurezza di tutti deve sempre essere al primo posto.

Una volta accertata la sicurezza della situazione, c’è un altro aspetto da considerare: i ciclisti vogliono correre, vogliono arrivare fino in fondo. Spesso sono loro stessi i primi a rialzarsi e a ripartire, appena ne hanno la possibilità. Proprio per questo prestiamo molta attenzione quando vediamo che un corridore non si rialza spontaneamente: è il primo campanello d’allarme che ci fa pensare che possa essere successo qualcosa di più serio.

Essere medico al Giro significa lavorare in un contesto ad alta pressione, dove rapidità di decisione ed esperienza sul campo sono fondamentali. Che cosa porta di questo lavoro nella pratica clinica quotidiana e, viceversa, quali competenze cliniche si rivelano preziose durante la corsa?

È sicuramente un’attività utile in entrambe le direzioni. Il bagaglio maturato in anni di formazione in Svizzera è estremamente prezioso durante il Giro d’Italia. Ma è anche vero che la rapidità di risposta che dobbiamo avere in quel contesto torna poi utile quando lavoriamo qui, in pronto soccorso. Entrambi gli ambiti, per essere affrontati al meglio, richiedono competenze consolidate, ma allo stesso tempo offrono strumenti nuovi che poi possiamo mettere in pratica ogni giorno. È dunque un arricchimento reciproco.

Rispetto ad altri eventi sportivi di alto livello, che cosa rende davvero particolare il lavoro medico al Giro d’Italia?

L’aspetto forse più particolare è proprio l’estrema varietà delle situazioni con cui ci si confronta. I corridori arrivano da ogni parte del mondo e possono presentare qualsiasi tipo di problema medico, non necessariamente traumatico: si va dal mal di denti al mal di testa, fino ad altre patologie o disturbi di varia natura.

Ma ciò che, personalmente, ho trovato più coinvolgente è soprattutto l’enorme affetto che il Giro suscita nella popolazione. Quando arriviamo, si percepisce immediatamente quanto questa corsa sia amata. Non ho mai visto, in altri sport, un simile livello di partecipazione spontanea. Gli spettatori non pagano un biglietto per assistere al Giro d’Italia, eppure in certe tappe si fa davvero fatica a passare per il numero di tifosi presenti, così numerosi e così legati alla corsa.

Da un lato, quindi, c’è questa bellissima sensazione trasmessa dal pubblico; dall’altro c’è la grande varietà delle situazioni mediche con cui dobbiamo confrontarci. Ed è proprio questo insieme di elementi a rendere il Giro qualcosa di davvero gratificante.

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