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Analisi
16.02.2018 - 13:070

L'elezione del nuovo procuratore generale è diventata un pasticciaccio politico. L'assessment secretato, la foglia di fico della privacy, la Commissione di esperti, i partiti, le tirate di giacca... Un quadro poco decoroso. Meglio allora che decida il Gov

Lunedì in Gran Consiglio va in scena il "dopo Noseda"... È ben vero che alla fine la nomina dei magistrati spetta istituzionalmente al Parlamento, ma in occasione della scelta del futuro capo del Ministero pubblico, ci si sarebbe attesi più chiarezza e trasparenza, se non anche una maggiore coesione su uno o sull’altro candidato. Ecco come funziona la nomina dei magistrati negli altri Cantoni

di Marco Bazzi

L’elezione del successore di John Noseda alla guida del Ministero pubblico, tema centrale della seduta parlamentare di lunedì prossimo, si è trasformata in un pasticciaccio politico.
Soprattutto a causa dell’ormai famoso, quanto misterioso, assessment che l'Istituto di psicologia applicata della Zhaw di Zurigo ha eseguito sui quattro candidati al ruolo di procuratore generale: Antonio Perugini, Andrea Pagani, Moreno Capella ed Emanuale Stauffer, unico esterno ad aspirare alla carica, sebbene sia stato procuratore pubblico in passato.

L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, che in giugno ha voluto quell’esame per rendere più “scientifica” e “professionale” la nomina, considerata l’importanza della carica, ha deciso che i risultati dell’assessment non verranno distribuiti ai deputati. Insomma, per farla breve, i risultati della verifica, costata circa 30'000 franchi, sono stati “secretati”.

La RSI ha reso noto ieri che la decisione dell’Ufficio presidenziale si fonda su due pareri giuridici secondo i quali l’unica “entità” che può esprimere all’indirizzo del Gran Consiglio un parere sulle candidature è la Commissione di esperti (comunque espressione delle aree politiche) che verifica l’idoneità dei magistrati.

C’è poi la già nota questione della privacy. Che sembra però una foglia di fico, un alibi, una scusa: ci si chiede infatti perché mai rendere pubblici (in forma riassuntiva e non integrale) i risultati di un assessment dovrebbe equivalere a screditare i soggetti dell’esame. Che tra l’altro, accettando di sottoporsi a quella verifica hanno accettato anche il giudizio finale.

Allora, fateci capire… L’Ufficio presidenziale decide di “professionalizzare” le procedure di nomina, facendo capo a una società specializzata, che seleziona anche i procuratori federali, ma poi, quando riceve i risultati fa sapere che si è trattato di un semplice “test”, parola usata dal presidente del Gran Consiglio, Walter Gianora.

Nel frattempo, la Commissione di esperti aveva fatto sapere che non avrebbe tenuto conto dell’assessment (ritenendolo forse un atto di “lesa maestà”), rivendicando al contempo il primato del proprio ruolo di selezionatore ufficiale dei magistrati.
E proprio qui sta il pasticcio. Anche perché da una parte la Zhaw di Zurigo promuove a pieni voti Stauffer, unico candidato considerato idoneo “senza riserve”, mentre la Commissione di esperti raccomanda di nominare Perugini.

È legittimo e anche normale che vi siano delle divergenze di posizione, di valutazione e di vedute. Ma una cosa va detta: prima di avventurarsi nell’operazione assessment i vertici del Parlamento avrebbero dovuto chiarire come intendevano utilizzare i risultati e soprattutto come intendevano “incrociarli” con i pareri della Commissione di esperti…

Ma il pasticciaccio non è tutto qui. Perché poi, al di là dalle raccomandazioni della società zurighese e della Commissione di esperti, i gruppi parlamentari hanno indicato chi voteranno lunedì.
Il PLR si è espresso per Pagani (che comunque non fa l’unanimità nel gruppo, dove c’è anche chi sostiene Perugini), il PPD ha puntato su Perugini, e il PS su Stauffer. Più sfumata è la posizione del gruppo leghista, al cui interno ci sono deputati che voteranno Pagani o Perugini o Stauffer. Fuori dai giochi sembra essere soltanto Moreno Capella, anche perché è della stessa area di Perugini, in quota PPD e per questo si trova sfavorito.

Insomma, alla fine ogni partito sostiene (almeno ufficialmente) il candidato della propria area, anche se poi, nel voto segreto si sa che potrà succedere di tutto.
È ben vero che alla fine la nomina dei magistrati spetta istituzionalmente al plenum del Parlamento, ma in occasione della scelta del futuro capo del Ministero pubblico, ci si sarebbe attesi più chiarezza e trasparenza, se non anche una maggiore coesione su uno o sull’altro candidato.

Eleggere un procuratore generale per il rotto della cuffia, e magari anche con logiche partitiche, non è una bella roba, e speriamo che non accada, indipendentemente da chi sarà il prescelto.
In tutto questo quadro, già poco decoroso, nelle ultime settimane si sono innestate telefonate, tirate di giacche e pressioni (e non solo sui deputati) per sostenere questo o quell’altro candidato. Un triste quadro di bottega che dovrebbe indurre a qualche riflessione in vista della futura nomina (o riconferma) del Procuratore generale prevista tra due anni.

È vero che la maggior parte dei Cantoni prevede l'elezione dei procuratori pubblici da parte del Gran Consiglio, ma alcuni delegano questa competenza al Consiglio di Stato (Basilea campagna, Argovia, Appenzello interno, San Gallo, Grigioni, Turgovia e Vaud), mentre due Cantoni prevedono l'elezione popolare (Glarona e Ginevra) e tre un sistema misto, a dipendenza della funzione (procuratore generale, procuratori capo, eccetera).

Alla luce del pasticcio che vi abbiamo raccontato, sarebbe dunque il caso di valutare se non affidare al Governo almeno la nomina del procuratore generale. O eventualmente, creare, sul modello dell’Assemblea federale, una Commissione parlamentare giudiziaria, che dia al Gran Consiglio indicazioni chiare per evitare il balletto a cui assisteremo lunedì.

Finora in Ticino è stata esclusa la nomina popolare dei magistrati penali, procuratore generale compreso. L’anno scorso, il Governo scriveva che “il sistema di elezione parlamentare attuale consente almeno in teoria l'elezione di candidati non vicini a un partito mentre l'elezione popolare tende a escludere (o perlomeno a rendere molto più improbabile) l'elezione di un candidato non proposto da uno o più partiti”.
Okay, il ragionamento ci può stare, ma in teoria, appunto: voi avete mai visto eleggere un procuratore pubblico “non vicino a un partito”?...


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