Analisi
25.02.2020 - 14:380
Aggiornamento : 26.02.2020 - 11:18

Coronavirus: due mondi diversi tra Italia e Ticino. Il cortocircuito alla frontiera

Raramente si è percepito in maniera così tangibile il tratto del confine. La Lombardia chiude tutto, il nostro Cantone nulla. Stanno esagerando loro o sottovalutando noi?

di Andrea Leoni

Nessuna restrizione in Ticino. È questa la decisione più importante assunta e comunicata ieri dalle autorità cantonali rispetto all’emergenza Coronavirus che ha paralizzato il nord Italia. E non è una decisione da poco, considerata la responsabilità che tale scelta comporta sulla cittadinanza.

Raramente si è percepito in maniera così tangibile il tratto del confine, come avviene in queste ore. È come se in un pugno di chilometri coesistessero due mondi diversi e distinti. Da un lato la Lombardia che, a scopo precauzionale, chiude tutto quello che può -  scuole, cinema, carnevali, stadi, perfino le chiese - anche a ridosso della frontiera e non solo nelle zone in cui il virus si è propagato. Dall’altra il Ticino che va nella direzione opposta, non stringendo neppure un bullone. Due approcci antitetici, quasi che questi due mondi fossero sigillati e non si mescolassero quotidianamente.

Inevitabile il cortocircuito nell’opinione pubblica. Stanno esagerando gli italiani o stiamo sottovalutando la situazione noi? La domanda divide la popolazione, il mondo politico e anche quello sanitario, dal quale arrivano gradi d’allarme diversi, soprattutto a microfoni spenti. Non succede solo da noi ma anche nella discussione pubblica al di là della frontiera. È vero che in Ticino, mentre scriviamo, non è stato registrato neppure un caso confermato. Ma neanche a Como, o a Varese, o a Ponte Tresa, eppure solo qualche passo oltre il confine hanno deciso di fermarsi.

Il medico cantonale Giorgio Merlani ha detto che è solo questione di tempo, prima che anche nel nostro Cantone si registri il primo malato di Coronavirus. Non solo: l’allargamento del campione dei potenziali infettati che verrà testato, farà aumentare la possibilità d’imbattersi nel caso positivo. Chi cerca, trova, un po’ come sta avvenendo in Italia dal momento in cui è scoppiata l’epidemia. La sensazione generale che circola tra gli esperti è che, verosimilmente, il virus stia già circolando in Ticino: si attende solo di trovare il primo paziente, nella speranza che sia stato responsabile, restandosene a casa una volta percepiti i primi sintomi. 


Ieri le autorità cantonali lo hanno fatto intendere piuttosto chiaramente: se mettiamo in atto misure restrittive con zero casi, cosa faremmo se dovesse malauguratamente svilupparsi un focolaio? Le armi vanno usate con proporzionalità: se uno utilizza subito il cannone poi con cosa spara? È una testi che ha la sua logica, e le sue ragioni psicologiche soprattutto, e che pare condivisa da una fetta importante dell’opinione pubblica. Altrimenti non si spiegherebbero le migliaia di persone che ieri hanno mangiato gomito a gomito alla risottata di Lugano o che hanno affollato, e continueranno ad affollare, gli altri carnevali del Cantone. Non ha torto Franco Cavalli quando afferma che, per logica, nel caso fossero state decise delle restrizioni, il primo intervento avrebbe proprio dovuto toccare le feste popolari di questi giorni.

Non meno logica è però la testi di chi propone misure più drastiche, seguendo il motto che, in questi casi, è meglio sbagliare per eccesso che per difetto. Del resto questo virus non conosce al momento vaccino o cura farmacologica, l’isolamento e la prevenzione sono dunque le uniche armi per evitarne la diffusione. A preoccupare non sono tanto le conseguenze sulla salute della malattia (mortalità bassa e nella stragrande maggioranza dei casi una guarigione fai da te, a casa), ma la sua forte trasmissibilità, con il rischio di avere una percentuale troppo alta di malati che necessitano di cure ospedaliere nello stesso momento o che sono costretti a rimanere a casa dal lavoro (in un periodo in cui c’è già il picco dell’influenza). In Italia l’alfiere di questo approccio duro è il virologo Roberto Burioni, professore al San Raffaele di Milano, ormai una social star ed ospite fisso dell’informazione a reti unificate. In Ticino si è fatto portavoce di questo approccio il presidente dell’Ordine dei medici Franco Denti, che da buon medico di famiglia ragiona con la mentalità di chi sta in trincea al fronte.

Di qui la polemica sulla chiusura delle frontiere. Una preoccupazione legittima nella popolazione ticinese, considerati i 70’000 frontalieri che varcano il confine da quella porzione d’Italia con le serrande abbassate. Tanto è vero che il Consigliere di Stato Raffaele De Rosa l’ha manifestata con forza ad Alain Berset, il quale per il momento la ritiene sproporzionata. È un peccato che un ipotetico provvedimento, per contrastare una possibile emergenza sanitaria, venga politicizzato e utilizzato da una parte e dall’altra per fare propaganda. Se è necessario per la salute pubblica si faccia, altrimenti no. La partitica ne stia fuori. 

In tutto questo non si può omettere di dire che sulla situazione italiana ha pesato la forte contrapposizione tra i partiti di maggioranza e opposizione. I governatori regionali leghisti del nord, poche settimane prima dello scoppio della crisi, avevano chiesto al Governo misure più restrittive contro il Coronavirus (quarantena per chiunque tornasse dalla Cina). E il segretario Matteo Salvini aveva sparato a palle incatenate contro l’Esecutivo Conte per come stava affrontando il problema. Inevitabile in questo clima che, una volta sviluppatosi il primo focolaio, per di più proprio al nord, Roma prendesse ogni misura che evitasse nuovi rimproveri.

Ma la dicotomia tra i due approcci resta e si ripropone anche nelle reazioni dei vari Paesi. C’è chi come la Svizzera, la Francia o la Germania, sostanzialmente, non pone limite ai cittadini del nord Italia. E altre nazioni che cominciano a introdurre, freni, controlli e precauzioni, più o meno rigidi (UK, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Kuwait, Mauritius, Giordania, Seychelles).

La stessa Italia, con il passare delle ore, sta toccando con mano il clima internazionale sfavorevole, le gravi conseguenze economiche e il panico crescente dei suoi cittadini. Mentre terminiamo questo articolo il Governatore della Lombardia Attilio Fontana sembra aver cominciato a tirare il freno a mano, con una dichiarazione che si è presa le prime pagine: “Cerchiamo di sdrammatizzare, è una situazione senz'altro difficile, ma non così tanto pericolosa: il virus è molto aggressivo nella diffusione, ma molto meno nelle conseguenze. È poco più di una normale influenza e questo lo dicono i tecnici”.

Dal canto nostro non possiamo che fidarci del giudizio delle nostre autorità. Abbiamo eletto persone, e altre sono state scelte nei posti chiave per le loro competenze, anche per affrontare queste crisi. La responsabilità che grava sulle loro spalle in queste ore per le decisioni che sono chiamati ad assumere, la sentono tutta, state tranquilli. Non è il momento delle divisioni, ma della condivisione. E tutti dobbiamo fare il tifo affinché le scelte dei nostri governanti e dei nostri specialisti si rivelino azzeccate.

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