Analisi
03.10.2020 - 15:000
Aggiornamento : 05.10.2020 - 10:07

Una "storiaccia" in salsa bielorussa

Quanto sta avvenendo nella giustizia ticinese rischia di aprire una crisi istituzionale senza precedenti

di Andrea Leoni

Da qualunque parte la si guardi, quanto sta avvenendo nella giustizia ticinese, è una "storiaccia". Una "storiaccia" che rischia di aprire una crisi istituzionale senza precedenti all’interno del terzo potere dello Stato, perché in un colpo solo investe il Ministero Pubblico, il Tribunale Penale e il Consiglio della Magistratura. Una crisi che potrebbe allargarsi di riflesso anche al secondo potere che, per competenza, sarà chiamato a risolvere in qualche modo questo grave, gravissimo, pasticcio: il Gran Consiglio. Per dare una dimensione del problema: la differenza che corre tra quanto sta emergendo in questi giorni da Palazzo di giustizia e la Commissione parlamentare d’inchiesta di cui tanto si è dibattuto negli scorsi giorni, è la stessa che c’è tra una finale del Mondiale e un’amichevole del Trofeo Birra Moretti.

Che fosse una storiaccia lo si era capito dalle premesse portate in dote dalla faccenda. Dai giudizi con cui il Consiglio della Magistratura ha preavvisato negativamente la rielezione di cinque procuratori pubblici. Donne e uomini - quattro donne e un uomo, per la precisione - sputtanati nella loro dignità professionale, con un linguaggio che ricorda più la sintassi sprezzante dei bulli che quella raffinata dei giuristi. Cinque magistrati, alcuni con molti anni di servizio, altri di primo pelo, bollati come lazzaroni, incapaci, addirittura, un procuratore, come pericoloso per gli imputati e per il Ministero. Un’accusa di una gravità inaudita: se un inquirente rappresenta un pericolo non si sconsiglia la sua rielezione, lo si ferma seduta stante.

Emesso il giudizio, ci si è chiesti innanzitutto se questi cinque magistrati fossero in qualche modo già indiziati di bocciatura. Ma non chiacchiere da bar. Atti concreti, messi nero su bianco. Richiami formali, ammonimenti, segnalazioni al Consiglio della magistratura. Da quando il Procuratore Generale Andrea Pagani è in carica, al momento, non ne risultano. Di conseguenza le premesse per un atto che ha le sembianze di un licenziamento in tronco, non c’erano.

La seconda domanda ruota intorno ad un altro aspetto centrale, ovvero la formazione del giudizio. Al metodo con cui si è arrivati alla “bocciatura” dei cinque. Quando si affronta un esame sono chiare le regole d’ingaggio: chi decide, sulla base di quali elementi e quale peso hanno questi singoli elementi nella costruzione della nota finale. Il processo adottato dal Consiglio della Magistratura è avvolto nella nebbia. All’interno dei vari Uffici della giustizia, sono stati chiesti resoconti sull’attività del Ministero. Ma cos’è un resoconto? Sono statistiche, sono fatti, sono opinioni? Ognuno degli uffici ha interpretato a suo modo il compito? Ieri il giudice Mauro Mini, presidente della Corte dei reclami penali, ha fatto a Tio.ch una dichiarazione rilevante e che genera ulteriori dubbi sul metodo adottato dall’autorità di vigilanza. Il suo Ufficio, ha spiegato, “non ha formulato nessuna valutazione e nessun giudizio. Si è limitata a trasmettere i dati richiesti del sistema informatico, che però non sono particolarmente concludenti”. Guardate altrove, insomma, il messaggio del giudice Mini. E tutti gli sguardi, ancora una volta, si sono rivolti verso Mauro Ermani.

Dall’inizio di questa vicenda il giudice Ermani viene dipinto da una parte del mondo politico e giudiziario come il grande burattinaio che ha architettato e tirato le fila del siluramento dei cinque procuratori. Una sorte di Re Sole della giustizia ticinese in grado di orientare ai suoi voleri il Consiglio della Magistratura e di fare il bello e il cattivo tempo sull’operato del Ministero Pubblico. Lui smentisce categoricamente. E circa il suo contributo sui preavvisi, spiega: “Siamo stati chiamati a fornire elementi di valutazione sulla base dei dati relativi agli ultimi 5 anni, procuratore per procuratore, e a segnalare eventuali situazioni, o magistrati, che necessitassero un approfondimento da parte del Consiglio della Magistratura. Abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto. Tutto qui, senza considerazioni o giudizi: solo fatti, tra l’altro relativi a casi giudiziari pubblici”.

Qui emerge un’altra questione assai delicata sul tema della formazione del giudizio, ovvero la separazione dei poteri all’interno dello stesso potere giudiziario, tra magistratura inquirente e giudicante. È corretto che i giudici possano incidere sul futuro professionale di un procuratore? Un PP, quando va in aula, deve considerare (temere?) anche questo aspetto? Al prossimo giro facciamo che i magistrati inquirenti esprimano un parere sul lavoro dei giudici?   

Ma restando ad Ermani, in queste ore ha suscitato grandi polemiche un sms inviato dal giudice al procuratore generale Andrea Pagani (leggi articolo correlato). Un messaggino quantomeno inopportuno e che ha ulteriormente alimentato le ombre sul suo agire. Noi, da garantisti di ferro, non ci accodiamo ai manettari in servizio permanente che dalle retrovie già strillano alle dimissioni. Il giudice Ermani ha il diritto e il dovere di fare chiarezza davanti al Consiglio della Magistratura, che immaginiamo non potrà che avviare una verifica. Al di là degli aspetti puntuali e di merito che andranno valutati dall’organismo competente, questo episodio lascia il retrogusto di un’esondazione di potere o di una sudditanza. Di un rapporto malsano, in ogni caso.

Il problema, però, è che il Consiglio della Magistratura non gode in questo momento di particolare autorevolezza e terzietà, essendo a sua volta parte in causa. Anche per la sconcertante decisione di non concedere l’accesso agli atti ai cinque procuratori colpiti da preavviso negativo. Ciò nega ai magistrati interessati un diritto (e un dovere) fondamentale: quello di potersi difendere, nel merito, da accuse professionalmente infamanti, al cospetto dell’autorità di nomina, la Commissione Giustizia del Gran Consiglio, che ha saggiamente deciso di ascoltarli in audizione. Facendo una battuta paradossale, si potrebbe dire che i procuratori della Bielorussia di Lukashenko godono di maggiori garanzie costituzionali. Battute a parte, e pur rifuggendo dal principio khomeinista del sospetto come anticamera della verità (Giovanni Falcone), davvero si fa fatica a comprendere questo diniego: se c’è buonafede e serenità  per le prassi adottate e per il giudizio espresso, perché non si vogliono mostrare quelle carte ai diretti interessati?

In tutto questo, infine, c’è il ruolo del procuratore generale. Un quarto del suo Ufficio è stato massacrato dal preavviso del Consiglio della Magistratura. È dunque lecito da parte dei cittadini interrogarsi sul buon funzionamento e sull’operatività della Procura. È passato quasi un mese - era l’11 settembre - da quando la notizia è trapelata sulla stampa e ancora non abbiamo sentito alcunché da parte sua. Un errore, a nostro avviso, perché i cittadini hanno il diritto di conoscere, con parole istituzionalmente appropriate, se il PG condivide o meno che un quarto del Ministero sia da cambiare. Un’opinione, ci rendiamo conto, non priva di trappole giuridiche, politiche e personali. Ma ci sono momenti, e questioni, per cui vale la pena rischiare il posto.

È davvero difficile immaginare una via d’uscita da una "storiaccia" del genere. Diventa difficile addirittura capire da dove incominciare a sbrogliare la matassa. Da un lato va messa in sicurezza l’operatività della giustizia e va ricucito un clima di fiducia tra i cittadini e il sistema giudiziario. Dall’altra occorre andare a fondo e fare piena chiarezza sulla vicenda e sui attori principali: il Ministero, i cinque procuratori “bocciati” e il Procuratore Generale; sul Tribunale e sul ruolo del giudice Ermani; sul Consiglio della Magistratura. Arduo immaginare, in questo contesto, che il Gran Consiglio possa procedere entro fine anno con delle nomine di durata decennale, come la legge gli imporrebbe di fare.

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