Secondo Me
30.03.2020 - 12:300

Popolo, Stato e Covid19

Sergio Morisoli ci scrive: "Il Coronavirus mette in luce, in modo chiaro e nuovo, come questi due “poli” se calibrati e tenuti uniti siano il perno della civiltà occidentale e elvetica in particolare"

di Sergio Morisoli*

Il Dio cristiano, con quei Santi, in particolare svizzeri: San Nicolao della Flüe, la beata madre Maria Teresa Scherrer e Santa Marguerite Bays, che prego insistentemente di intercedere a nostro favore per respingere il virus; nonostante i tempi bui e cupi qualcosa hanno smosso: mi permettono di vedere la realtà con occhi diversi.

La provvidenza che traccia la mia vita dalla nascita, ha fatto in modo che non abbia in questo momento nessuna responsabilità estrema. Mi ha graziato dal peso morale a cui sono chiamati medici e personale sanitario nel dover prendere decisioni per la vita o la morte di singole persone; e mi ha graziato dal peso altrettanto importante che i politici di Governo devono assumersi quando prendono decisioni che se sbagliate potrebbero accelerare il disastro.

La stessa provvidenza, però, non mi ha tolto il dovere e l’onere di osservare e capire, da politico di milizia, cosa sta accadendo. Posso percepire il “nuovo” che sta avvenendo, intuire il cammino sul quale ci siamo immessi, ma non la meta. Basta guardarsi attorno, basta leggere i social, i media, ascoltare le interviste, sfogliare qualche sito per renderci conto che il rapporto tra cittadino e stato alle nostre latitudini è molto solido e di fiducia.

Lo stato con le sue leggi, con i suoi uffici, con i sui iter decisionali, con le sue eccellenze, con la sua burocrazia, i suoi mezzi, le sue risorse e la sua politica si sta dimostrando all’altezza della situazione. Ma per me, abituato e ostinato nell’osservare ciò che precede lo Stato, quello che emerge e mi colpisce ancora di più sono i segnali che mostrano un rilancio, una rinascita, del concetto di Popolo. 

Stato e Popolo sono due aggregazioni umane complementari (quando va bene), ma molto diverse. Lo stato, nello specifico attuale, emana delle direttive di sicurezza, di igiene, di riduzione di certe libertà. I rappresentanti dello Stato si sforzano a farle applicare; ma si rendono conto che le leggi per funzionare, oltre alla sanzione necessitano di altro. Non bastano i cittadini responsabili, diligenti e rispettosi dei decreti di Stato. Ci vogliono persone che capiscano, che intuiscano cosa è il bene personale, e che in questo momento il bene personale è possibile solo con gli altri; che nessuno si salva da solo, e quindi che si rendano conto di non fare agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro.

La cultura di Stato, del rispetto normativo serve molto, ma non basta per piegare la curva del Coronavirus. Gli appelli accorati, a volte sopra le righe, a volte con toni non giustificati, ma sempre con uno scopo buono e in buona fede; ci fanno intuire che lo stato e il diritto possono portarci molto lontano (nella maratona), ma l’ultimo miglio dipende da una coscienza, da una identità non istituzionale ma naturale. Identità di Popolo desta e presente.

Sono le persone che si donano e che generosamente sentono cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male, sanno fare una miriade di miracoli “fuorilegge”, nel senso che si muovono non contro la legge ma dove la legge è silente e per fortuna non c’entra: aiuto del vicino anziano, la telefonata a chi soffre, la preghiera per un moribondo, una conferenza skype o microsoftteam per sentirsi e vedersi, la spesa allargata, il coraggio di chiedere scusa per un torto fatto, il tempo per ascoltare …..

Abbiamo dalla nostra il federalismo svizzero, la democrazia diretta, la solidarietà, la sussidiarietà che sono strumenti costituzionali potenti e un doping irrinunciabile per la Nazione; ma il Popolo che si muove è ancora più potente. 

Il Popolo è un insieme di persone che si riconoscono membri di uno stesso destino, e che riconoscendo identità, tradizioni, usi, costumi, cultura comuni e condivisi vogliono e cercano di perseguire benessere personale e prosperità comune su un territorio ben delimitato chiamato Patria. La sua caratteristica è una sequela naturale di azioni che esistono anche senza leggi scritte, e che funzionano facendo appello e leva sulla bontà della persona, della famiglia, dei raggruppamenti spontanei. Lo stato, senza dubbio ne abbiamo bisogno, è un’organizzazione umana artificiale (o artefatta); costruita dagli uomini per gli uomini. È un raggruppamento umano che esiste e sopravvive solo nella misura che riesce ad essere efficiente ed efficace nel rispondere ai bisogni materiali di chi lo fa vivere: elettori e politici.

Il Coronavirus mette in luce, in modo chiaro e nuovo, come questi due “poli” (Stato e Popolo) se calibrati e tenuti uniti siano il perno della civiltà occidentale e elvetica in particolare. Questo triste momento è davvero, paradossalmente, un momento di grazia per tutti; ci permette di scoprirci altro rispetto a ciò pensavamo di essere; ci dona la possibilità di tirar fuori ciò che pensavamo ormai non servisse più: l’umanità. La tensione per mirare al bene, al buono e al giusto e trascinare con noi il maggior numero di persone possibile. La capacità di tenere assieme fede e ragione, cioè di sperare nella scienza e di avere fiducia nella preghiera fa da bussola in questo tragitto per salvarci dal virus e da altro. (Enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II 1998).

Molti stanno scoprendo che la ragione, la tecnica, la ricchezza, il progresso sono determinati per stare bene, per godere di una buona vita; ma scoprono che la vita è completa solo se può essere vissuta anche in modo buono. (Enciclica Populorum progressio Paolo VI 1967, Sollecitudo rei socialis Giovanni Paolo II 1987, Caritas in veritate Benedetto XVI 2009). Un secolo di comunismo e di marxismo ci ha ridotto a credere che bene comune, identità condivisa, amore per il prossimo, giustizia ridistributiva, solidarietà per i più deboli potevano esistere solo se imposte dalla politica dentro un sistema organizzativo talmente perfetto, come diceva S. T. Eliot, che poi non sarebbe più stato necessario essere buoni. Sappiamo come è finita e vade retro la tentazione di riprovarci perché lo Stato ci sta soccorrendo.

Ma non illudiamoci, anche la ricchezza cresciuta in modo esponenziale e che ha nel consumismo il motore per perpetuarsi, non ci ha messo al riparo dalla tentazione di riuscire a farcela da soli e lasciare che agli altri ci penseranno altri. Non si tratta di lasciar riposare un po’ il cavallo per poi cavalcarlo di nuovo, in quel caso il disarcionamento sarà sicuro. Il virus è terribile, ma ci mette tutti di nuovo sulla linea di partenza; ma prima di lanciarci nella gara, è un’occasione per analizzare tutto e per trattenere quello che di buono abbiamo saputo fare. Come scrisse Goethe “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Significa che sulla linea di partenza dobbiamo alleggerirci di alcune cose, se vogliamo vincere la sfida.

Dobbiamo lasciare dietro gli idoli che ci stanno scristianizzando: relativismo (tutto è uguale), nichilismo (nulla vale), cinismo (homo homini lupus), colpevolismo (disamore di sé), statalismo (politica salvifica). Ma anche proteggerci dalle élite laiche in via di autodistruzione per colpa del “fake”: quella politica che con promesse false è in crisi di rappresentatività; quella accademica che con modelli falsi è in crisi di autorevolezza; quella economica che con crescita falsa è in crisi di legittimità e quella mediatica che con notizie false è in crisi di credibilità. 

Con questa eclissi si impongono i totalitarismi del “politically correct”: sospendere la critica, evitare prese di posizione etiche e morali, abbandonare i giudizi di valore, negare origini e tradizioni diverse, rinunciare alla ricerca della verità, buttarci nel dogma del “zero sum game”. Il dopo virus sarà quello di cui riusciremo a far tesoro in questo tempo di paura; cioè l’esperienza positiva mai vissuta prima di sentire il bisogno di appartenenza, di compagnia, di Popolo.

Il Coronavirus sta cambiando tutto e tutti. Il terribile virus accelera e accentua il nostro smarrimento civile, il nostro bisogno di appartenenza di fronte al cambiamento epocale già in corso da tempo: il salto dai tempi moderni ai tempi postmoderni. Se per ora nessuno ha ricette, il nostro cuore non si smarrisce, non si arrende, continua e continuerà a desiderare cose grandi!

Papa Francesco fu profetico a Firenze il 10 novembre del 2015: “Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento, quanto un cambiamento d’epoca.”

*capogruppo UDC e presidente onorario di AreaLiberale

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