SECONDO ME
Roberto Caruso: "Dammi il tuo telefonino e ti dirò chi sei..."
"Ben vengano anche le proposte bizzarre e i fantasmi del proibizionismo, se generano riflessione, conoscenza di sé..."
TIPRESS/GALLI

di Roberto Caruso (opinione pubblicata su LaRegione) *

“Basta ’a salute e un par de scarpe nove poi girà tutto er monno…”, cantava Manfredi. Oggi il telefonino ha preso il posto delle scarpe. La diffusione di massa del telefonino inizia negli anni ’90, da allora la sua potente ascesa ci ha travolti. Non eravamo pronti alla portata di un simile impatto, in genere non lo siamo mai. Telefonino per tutti, anche ai bambini. Telefonino ovunque: a tavola, sotto le coperte, per strada, sui banchi di scuola. Solo da pochi anni consideriamo le ricadute negative di un mezzo di comunicazione che permette di interagire, in qualunque momento, da un estremo all’altro della Terra, senza doversi spostare di un centimetro dalla propria sedia.

Per anni abbiamo sottovalutato il telefonino, il suo valore, il suo significato, il peso sociale e filosofico della sua onnipresenza e soprattutto i danni che può produrre. Ora, cerotti alla mano, corriamo ai ripari cercando di tutelare i più giovani anche con proposte radicali. Una tutela che fa sorridere se consideriamo che bambini e adolescenti rimproverano a noi adulti di essere esempi di incoerenza.

Perché lo chiamiamo “telefonino”? Prof, è la riduzione quantitativa di telefono, una misura ridotta, una diminuzione del suo ingombro. Non v’è dubbio, i telefoni di una volta erano oggetti massicci e statici. Telefono vuol dire “voce a distanza”. Tuttavia, il suffisso “-ino” in aggiunta a “telefon-” potrebbe indicare pure la ormai drastica diminuzione dell’originario scopo del telefono. Infatti, il suo fine non è più unicamente quello della conversazione a voce. Insomma, l’etimologia moderna di “telefonino” pare divenuta “piccola voce a distanza”.

— Per cosa usate il telefonino?
— Prof, lo usiamo soprattutto per messaggiare, trasmettere foto e video, usare i social, leggere le notizie online, scaricare e caricare i compiti di scuola, spedire e ricevere e-mail, pagare alla mensa, guardare film, orientarci…

Già, il cellulare serve soprattutto per scrivere, per memorizzare, per lasciare traccia, per trasmettere e identificarsi. Parlare a distanza non è più l’aspetto prioritario. Queste peculiarità fanno del cellulare un oggetto unico fra gli artefatti: è al contempo un oggetto reale, ideale e sociale. Un super artefatto.

Dammi il tuo telefonino e ti dirò la tua storia, fors’anche chi sei. Già in parte lo si fa, per esempio quando si vuole indagare un crimine. Perché il cellulare misura anche i nostri spostamenti, ed è in grado di riferire dove eravamo, disegnando una mappa di relazioni. Abbiamo ricostruito la storia e il pensiero attraverso i graffiti, i geroglifici, la scrittura cuneiforme, la stele di Rosetta, i frammenti di Eraclito e una moltitudine di documenti. Il telefonino contribuisce a costruire la rete di comunicazioni e registrazioni che definisce la realtà sociale.

Magari un giorno gli storici, per ricostruire la nostra epoca, analizzeranno le memorie elettroniche dei telefonini. Il telefono piccolino, volenti o nolenti, ha mutato la nostra esistenza, modificato il nostro modo di comunicare e pure l’uso della nostra lingua — basti pensare alle emoticon. Gli inglesi lo chiamano mobile phone, talmente portatile che è sempre con noi, guai perderlo o lasciarlo da solo, il piccoletto.

Il telefonino esiste e va studiato per riflettere profondamente su noi stessi. Questa è la cura. Ben vengano anche le proposte bizzarre e i fantasmi del proibizionismo, se generano riflessione, conoscenza di sé. L’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare un grave fallimento educativo di tutta la società.

* docente

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