SECONDO ME
Marco Chiesa: "I nostri ragazzi della Via Gluck"
"La domanda non è se la Svizzera debba crescere. La domanda è se possa continuare a farlo a questo ritmo senza compromettere ciò che l’ha resa uno dei Paesi più prosperi e attrattivi del mondo"

di Marco Chiesa *

Molti ricordano la canzone di Adriano Celentano. Raccontava di prati che scomparivano, sostituiti dal cemento. Era la descrizione di una trasformazione troppo rapida. Oggi, a distanza di decenni, quella critica torna di stretta attualità: quale Svizzera stiamo lasciando ai nostri ragazzi?

La domanda non è se la Svizzera debba crescere. La domanda è se possa continuare a farlo a questo ritmo senza compromettere ciò che l’ha resa uno dei Paesi più prosperi e attrattivi del mondo.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una delle più importanti trasformazioni demografiche della nostra storia. Dall’introduzione della libera circolazione delle persone, la popolazione residente è aumentata di circa 1,9 milioni di abitanti. Oggi siamo oltre 9,1 milioni. Domani saremo 10 milioni.

La questione non è ideologica. È matematica.

Ogni nuovo abitante richiede abitazioni, energia, mobilità, scuole, ospedali e servizi pubblici. Ogni aumento di 100’000 persone comporta la necessità di circa 45’000 nuove abitazioni, migliaia di posti scolastici supplementari, centinaia di medici e migliaia di professionisti della sanità. Non stiamo parlando di statistiche. Stiamo parlando di investimenti miliardari che la collettività deve sostenere anno dopo anno.

Se la crescita della popolazione supera sistematicamente la capacità del Paese di assorbirla e di adeguare le proprie infrastrutture, il risultato non è più sviluppo. È una progressiva erosione della qualità di vita.

Ma non è soltanto una questione economica.

Una crescita troppo rapida modifica inevitabilmente il volto di un Paese. Cambia i quartieri, trasforma il paesaggio, aumenta la pressione sulle infrastrutture e rende più difficile quella coesione sociale che rappresenta uno dei principali punti di forza della Svizzera. Non perché la diversità sia un problema, ma perché ogni comunità ha bisogno di tempo per integrare, assorbire e costruire un senso di appartenenza comune.

Troppi e troppo in fretta non sono mai una buona ricetta.

Per anni ci è stato detto che più immigrazione significava automaticamente più prosperità. Ma oggi vale la pena porsi una domanda scomoda: questa crescita economica sta davvero migliorando la vita dei cittadini?

Il Prodotto interno lordo complessivo è certamente aumentato. Ma ciò che conta per una famiglia, per un lavoratore o per un pensionato non è il PIL totale. È il PIL pro capite. È il potere d’acquisto reale. È la possibilità di trovare un alloggio a prezzi sostenibili. È il tempo perso nel traffico. È la qualità dei servizi pubblici. È lo spazio che resta a disposizione delle future generazioni.

In altre parole, non conta soltanto quanto cresce l’economia. Conta quanto cresce il benessere individuale.

Troppo spesso si confonde la crescita quantitativa con quella qualitativa. Avere più abitanti non significa automaticamente avere più prosperità. Se per sostenere la crescita servono continuamente nuove infrastrutture, nuovo personale e nuovi investimenti pubblici, si entra in una spirale che alimenta sé stessa. L’immigrazione cessa così di essere la soluzione e diventa la conseguenza di un modello che richiede sempre nuova crescita per sostenere la crescita precedente.

La Svizzera deve tornare a privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Non significa chiudersi al mondo. Significa governare i fenomeni anziché subirli. Significa continuare ad accogliere le competenze di cui il Paese ha bisogno, senza sacrificare quella qualità di vita che rappresenta il nostro vero vantaggio competitivo.

L’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” pone una domanda semplice ma fondamentale: esiste un limite oltre il quale la crescita smette di produrre benessere e inizia a consumarlo?

I segnali sono sotto gli occhi di tutti: nel mercato dell’alloggio, nelle infrastrutture sotto pressione, nei tempi di percorrenza che si allungano e nelle difficoltà che molti giovani incontrano nel costruirsi un futuro. Ma anche nella progressiva scomparsa di quegli spazi che rendono la Svizzera la Svizzera: i terreni agricoli, i paesaggi che conosciamo da sempre, i quartieri dove le persone si incontrano e si riconoscono.

Un Paese non perde la propria identità da un giorno all’altro. La perde un metro quadrato alla volta.

Dire SÌ il 14 giugno all’iniziativa per la sostenibilità non significa fermare lo sviluppo. Significa scegliere una crescita compatibile con le dimensioni del nostro territorio, con la capacità delle nostre infrastrutture e con la qualità di vita che vogliamo garantire alle future generazioni.

Perché la vera sfida del nostro tempo non è diventare più numerosi.

È continuare a vivere bene in Svizzera.

* consigliere agli Stati UDC

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