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31.01.2021 - 10:310

Sette infermiere accusano il San Giovanni: "Lavorando lì ci siamo ammalate". L'EOC parla di prescrizione

Sotto la lente l'uso del formaldeide e il non utilizzo di elementi di protezione mentre preparavano farmaci per la chempioterapia. Hanno tutte un tumore o una mattia autoimmune e invocano un nesso di causalità, che l'EOC nega

BELLINZONA - "Siamo malate di cancro o malattie autoimmuni a causa dell'uso del formaldeide e le condizioni in cui preparavamo i farmaci destinati alla chemioterapia". L'accusa arriva da sette infermiere, che in una lettera hanno denunciato il San Giovanni di Bellinzona. La missiva, svela il Caffè, risale al 2019. Una di esse nel frattempo è deceduta. L'EOC si difende dicendo che non ci sono sicuri nessi causali.

Partiamo dal formaldeide: si parla del reparto chirurgia uomini. La lettera dice che "allora (si parla di metà anni '80) si usava il disinfettante per superfici Buraton. Questo prodotto tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta non venne più utilizzato. Ci dissero fosse altamente tossico e cancerogeno. A quel tempo ne facevamo ampio uso, tanto che il nostro fu ritenuto il reparto più pulito. Le statistiche della ‘farmacia’ evidenziarono il nostro primato nell’uso dei disinfettanti. In quel periodo non disponevamo di protezioni particolari. Per la disinfezione delle superfici utilizzavamo dei guanti di plastica fine".

Per quanto riguarda i farmaci per la chemioterapia: la loro preparazione, se non si adottano protezioni adeguate, sono pericolosi. E le infermiere non avevano nè protezioni nè campane per l'aspirazione. "Per la preparazione dei chemioterapici, la cui somministrazione in quegli anni iniziava nell’immediato post-operatorio (...) non avevamo a disposizione delle ‘cappe’ aspiranti e certamente non avevamo dispositivi di protezione", si legge nella missiva. "Si è lavorato sino all’inizio degli anni Novanta. Da lì in poi e sino al Duemila, le preparazioni sono state spostate in ‘Oncologia’. Ma una volta unificati i reparti di Chirugia 1 e 2, la preparazione dei chemioterapici è ritornata nel nostro reparto che però, a differenza del passato, aveva sì un locale con tanto di ‘cappa’ aspirante ma... era piccola, non adeguata, non sufficientemente adatta allo scopo. Cioè proteggerci".

"Avremmo dovuto beneficiare delle debite protezioni. Pertanto auspichiamo oggi di poter ricevere un giusto trattamento e quindi chiediamo che questo aspetto venga ulteriormente indagato", affermano le sette infermiere, che una dopo l'altra si sono ammalate. Inizialmente, spiega una di loro al domenicale, hanno avuto un atteggiamento fatalistico, poi hanno collegato quel che facevano alle malattie e hanno ricavato il nesso di causalità.

La direzione del San Giovanni non ha fatto finta di niente, dopo la lettera. Dapprima, si era nell'autunno 2019, ha incontrato le donne, che poi hanno avuto colloqui personali con il dottor Carlo Balmelli, responsabile del Servizio di prevenzione delle infezioni e medicina del personale dell’Ente, in quando specialista in "internistica" e malattie infettive. 

Conclusioni? Non si può dire che le malattie delle infermiere siano davvero causate dall'uso cumulativo del formaldeide e all'esposizione alle sostanze usate per preparare i farmaci chemioterapici. Inoltre, "non abbiamo elementi per determinare che le misure di sicurezza raccomandate all’Ente ospedaliero non corrispondessero allo standard dell’epoca". 

Le infermiere, non soddisfatte, hanno chiesto ulteriori approfondimenti. Si sono imputate sul fatto che, nel corso degli anni, sono stati introdotti dispositivi di protezione come guanti e occhiali, che loro non avevano. Se li avessero avuti, sarebbe cambiato qualcosa? Per l'Ospedale, non è nemmeno possibile determinare un legame tra le patologie da cui sono state colpite le donne. 

L'EOC insiste: "I dati oggi disponibili non permettono di supportare un evidente nesso di causalità tra l’asserita esposizione a chemioterapici e l’adenocarcinoma polmonare e/o Malt linfoma gastrico. Non vi sono dati che permettano di correlare il Malt linfoma gastrico all’esposizione professionale a formaldeide", malgrado "non è possibile escludere che l’esposizione a formaldeide possa aumentare il rischio di localizzazione neoplastica polmonare, sebbene i dati ad oggi disponibili siano discordanti e vada sottolineato che una recente revisione sistematica della letteratura con meta-analisi (gennaio 2020) non ha evidenziato un significativo incremento del rischio di tumore polmonare in lavoratori esposti a formaldeide". E "non esiste, per quanto ci consta, documentazione conclusiva relativamente ad un eventuale nesso causale tra l’esposizione a farmaci chemioterapici e/o formaldeide e lo sviluppo di queste patologie".

Inoltre, tutto sarebbe ormai caduto in prescrizione. Il legale delle infermiere fa però notare come "la prescrizione è di dieci anni dalla cessazione dell’esposizione e che, dopo una recente modifica, il termine è stato prolungato (ndr. 20 anni), quale conseguenza di una sentenza europea".

La battaglia prosegue, con le infermiere che si sono rivolte anche al Consiglio d'Amministrazione dell'EOC e direttamente a Raffaele De Rosa (che ne fa comunque parte). L'EOC non vuole  sottoscrivere l’usuale dichiarazione di rinuncia alla prescrizione, ufficiamente per non dare false speranze. 

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