OLTRE L'ECONOMIA
La flessibilità secondo Martinetti "è anche mentale. In un Cantone a vocazione turistica non si può chiudere alle 18.30!"
Il presidente della Cc-Ti afferma che "non possiamo isolarci, pur senza perdere i valori come la famiglia. La precarietà? Vi faccio l'esempio di Zurigo..."

BELLINZONA - Proseguono le interviste, condotte da Caritas Ticino, al Presidente Cc-Ti Glauco Martinetti, nell’ambito di un dialogo a più voci sull’etica d’impresa. Si affrontano sempre in modo interessante e con riflessioni ad ampio spettro il tema della solidarietà e dell’etica nel mondo imprenditoriale.

Questa seconda parte tocca in modo mirato la flessibilità del mondo del lavoro, spesso ingiustamente confusa con la precarietà. È stata sottolineata l’importanza dell’apertura mentale, della formazione, di modelli di business e conciliabilità fra lavoro e famiglia. In un mondo dove spesso le visioni comuni ed il dialogo si fanno difficoltose, questi interventi rappresentano la volontà di percorrere insieme un cammino di condivisione di progetti concreti per il territorio e la società nel suo insieme; fatto per cui la Cc-Ti è sempre in prima linea.

“Se la flessibilità è intesa come possibilità per conciliare lavoro e famiglia va bene, se invece è intesa come iniziare sempre più presto e finire sempre più tardi, allungare gli orari, allora no”, inizia il sindacalista Giovanni Scolari, anche lui interpellato. 

Martinetti introduce il concetto di flessibilità mentale. Un esempio? “Quando bisogna cambiare dei sistemi informatici a livello aziendale: ora succede ogni cinque anni massimo, ed è una tragedia!”. Gli viene chiesto cosa sia le flessibilità quando qualcuno deve trovare lavoro. “L’imparare cose nuove, funzioni che non conosce, il dire che sarebbe disposto a imparare altro, il fatto di capire che siamo costantemente degli apprendisti e non siamo mai arrivati. Vedo molta rigidità, ‘ho un’esperienza in un campo e non chiedermi di andare in un altro’. Flessibilità e precarietà? Vengono confuse. Lavorare a orari differenti, magari all’80% da una parte e al 20% da un’altra per varie esigenze, viene visto come negativo in Ticino. I sottoccupati a Zurigo sono molti di più, vi sembra un mercato precario? No! L’apertura dei negozi è un esempio”, prosegue, sottolineando i bisogni della società.

E come conciliare con la voglia di stare in famiglia la domenica? Per Martinetti, con aperture magari limitate, con maggiori aperture in settimana, con una chiusura al pomeriggio. “In un Cantone a vocazione turistica non si può chiudere alle 18.30! Vogliamo tenere il passo con la società dei consumi? Non possiamo isolarci, pur senza perdere valori come la famiglia”, precisa, dicendo che non chiede di aprire 24 ore al giorno per 365 giorni la settimana, bensì una via di mezzo. 

“Ci sono molte professioni che lavorano anche la domenica, pensiamo al sanitario, anche il primario”, aggiunge. “Con la buona volontà si possono trovare forme di lavoro e di gestione familiare, senza compromettere la famiglia”.

Per Scolari, la domenica “deve avere un suo valore. Ma non ci siamo mai posti nelle trincee a difendere in modo assoluto il principio domenicale: se è limitato ad alcune domeniche per far fronte a delle necessità del nostro mercato del lavoro e della nostra piazza, si possono trovare valide alternative. Se si vuol fare una deroga ci sono perô dei principi insindacabili”, avverte, “non si andrà nella direzione che alcuni datori di lavoro auspicano”.

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