Elezione del Consiglio federale da parte del popolo, vogliamo sceglierci i ministri: si chiama democrazia
Il collega al Nazionale, Marco Romano (PPD), è offeso. Non gli va giù che, nonostante il Consiglio degli Stati abbia già respinto la proposta che mira a far eleggere il Consiglio federale dai cittadini, martedì si debba – questa volta al Nazionale - , tornare a discutere di quella che lui ritiene essere “un’offesa alle minoranze” .
E perché mai eleggere i propri ministri a livello federale – visto che facciamo, la stessa, identica cosa per il Consiglio di Stato, a livello cantonale – sarebbe offensivo? Perché, sostiene Romano in un intervento pubblicato su Corriere del Ticino, “la proposta mira a stravolgere illogicamente un sistema che garantisce equilibrio e rispetto per la pluralità culturale e linguistica del nostro Paese”.
Romano è collega abile, intelligente e sa come si ottengono facili consensi. Cerca dunque di alimentare la sindrome del povero ticinese bistrattato, manco rischiasse l’estinzione. Dopo la piccola bordata di cui sopra, che farebbe sudare freddo a tutti gli amanti dell’autonomia e del federalismo, paventa infatti un nuovo Röstigraben: romandi, romanci e ticinesi in competizione tra loro per farsi spazio tra gli svizzero tedeschi. Ma l’accusa non regge.
La proposta di modifica costituzionale su cui gli svizzeri saranno chiamati a votare non solo prevede esplicitamente che le regioni ed i cantoni francofoni e italofoni abbiano diritto, complessivamente, a due dei sette seggi del Consiglio federale. Ma sottolinea “almeno”. Dove sarebbe, dunque il problema? Almeno, in questa circostanza, significa che nessuno vieta possano essere tre. Ma Romano non cede. Giudica la proposta “oltraggiosa per le minoranze”. “Miope”. E allora chiedo al collega PPD: con l’attuale sistema rispettoso delle minoranze e non miope, né astigmatico, né presbite, quanti ticinesi ci sono in governo? Manco uno e peraltro da un pezzo.
Lo spauracchio del ticinese vessato dalla maggioranza tedescofona comincia a diventare un po’ stucchevole. Perché non corrisponde al vero, come sappiamo noi deputati che troviamo spesso alleati tra gli svizzero tedeschi - e non tra i romandi - nelle nostre legittime rivendicazioni..
Su una cosa, però, Romano ha ragione “Ci sono i romandi, gli italofoni e i romanci che non possono assolutamente essere considerati una realtà unica da contrapporre alla maggioranza tedescofona”. Ma in che modo i ticinesi e i grigionesi di lingua italiana, così come i romandi, sarebbero accomunati in una lotta senza esclusione di colpi che vedrebbe le minoranze scannarsi tra loro contro la maggioranza tedescofona? Che Romano abbia confuso la Svizzera col Belgio?
La mancanza di rispetto nei confronti nei confronti della pluralità, oggi, si dimostra dando la preferenza all’insegnamento dell’inglese a scapito delle lingue nazionali. Producendo documenti ufficiali in tedesco, francese e … inglese, ma non in italiano e romancio.
La “mancanza di rispetto e la prepotenza nei confronti della pluralità” si dimostra con pericolosi cedimenti nei confronti dell’Unione europea che minacciano identità, benessere, e autonomia di tutti gli svizzeri e, in particolari, delle minoranze che vivono lungo la fascia di confine.
Anche la scusa di un Consiglio federale in perenne campagna elettorale se fosse eletto dai cittadini – altro argomento portato da Romano - non tiene. Perché, con l’elezione da parte dei cittadini, i ministri dovrebbero semmai essere in competizione per rendere conto a chi li elegge e non alle lobby o ad altri interessi sempre più invadenti. Per non parlare dei giochi di partito. Quei giochi che permettono a una forza politica da percentuali omeopatiche di avere un Consigliere federale, esattamente come un’altra che è la prima forza politica del Paese, con quasi il 30% dei consensi.
L’elezione diretta del governo è semplicemente un gesto di maturità e rispetto verso il popolo, da alcuni giudicato responsabile solo a fasi alterne.
Non permettere ai cittadini di esprimersi democraticamente per scegliersi i propri governanti non è uno sgarbo alle minoranze. Ma alla democrazia.
Roberta Pantani