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16.02.2021 - 17:080
Aggiornamento : 23:49

Nella mente dei campioni (e non solo). Fausto Donadelli: "Vi presento il mio lavoro. E quella volta che Merzlikins..."

Intervista al noto mental coach: "Cerco di tirare fuori il meglio da ognuno. Siamo esseri umani, non robot"

Fausto Donadeli è uno dei più noti mental coach in Ticino e non solo. Tanti atleti e squadre beneficiano del suo lavoro. Da Elvis Merzlikins a Matteo Tosetti, Zoran Josipovic, Filippo Colombo solo per citarne alcuni. Dietro a grandi sportivi c’è sempre dietro un grande allenatore. Che non per forza lavora sotto i riflettori, anzi… Andiamo alla scoperta del lavoro e dell’importanza di un mental coach

Fausto, quanto il vostro lavoro è importante nella costruzione dei successi singoli, e di squadra, al giorno d’oggi?

“Spesso, quando mi è stata posta questa domanda in passato, ho risposto dando valori percentuali rilevati in differenti ricerche. Valori che naturalmente vanno dal 80% in sù a favore di chi si avvale anche di un “allenatore mentale”. Questa volta però voglio rispondere utilizzando un approccio differente: quante volte è capitato a ognuno di noi di rendersi conto che, malgrado volontà, capacità e preparazione, qualcosa va storto e non si ottiene il risultato desiderato? Quante volte è capitato di sentire di non essere padroni del proprio corpo o delle proprie emozioni?

E quante volte questi stati hanno influito negativamente sul risultato finale? Ora pensiamo al mondo del professionismo, un mondo in cui gli atleti da un punto di vista fisico e tecnico sono praticamente equivalenti, secondo voi quanto potrebbe influire la giusta attitudine durante la performance? Quanto il saper gestire al meglio le proprie risorse interiori e i propri stati emozionali, per non parlare della capacità di lettura del gioco, potrebbe determinare l’esito dell’obiettivo prefissato?

Chi “governa” quello che viene spesso chiamato talento? Quella inspiegabile facilità nel compiere determinati gesti? Quello che vorrei far capire è che allenamento fisico e allenamento tattico portano a creare delle abitudini comportamentali tali da rispondere il più velocemente possibile a un determinato stimolo, eppure è sempre e comunque la nostra mente che decide se, come e quando rispondere. Motivo per cui ritengo fondamentale disporre di tutti gli strumenti per mantenere la mente lucida così da cogliere l’attimo. Attenzione però, non vorrei passasse il messaggio che senza un mental coach non si possano ottenere risultati di rilievo, semplicemente dico che la collaborazione con un valido mental coach può essere un concreto aiuto per esplorare aree del proprio io capaci di abbattere quei limiti creati unicamente dalla nostra mente”.

In cosa consiste, essenzialmente, il tuo lavoro nella vita di tutti i giorni?


“Per riassumere, il mio lavoro consiste nell’imparare a dare il meglio di sé. Prendere coscienza che ciascuno di noi è responsabile di tutto ciò che è sotto il suo controllo, ovvero comprendere che siamo noi i responsabili del nostro successo e che per ottenerlo non basta la volontà, il credo, ci vuole impegno, serietà, disciplina, divertimento, passione e soprattutto il credere di poter meritare i frutti del nostro impegno. Ed ecco che si lavora sulla fiducia (in sé stessi e nelle proprie prestazioni), sulla capacità di gestire positivamente gli errori, sull’utilizzo di strategie efficaci per gestire gli stati di rabbia, agitazione, o tutte quelle altre emozioni che spesso si trasformano in stati di ansia e stress, così da arrivare ad accrescere la consapevolezza delle proprie reali capacità permettendo così la realizzazione e lo sviluppo delle proprie potenzialità.

Immaginiamo, poi, che la tipologia di lavoro sia diversificata in base agli atleti e/o squadre che seguì...è così?


“Sicuramente ci sono elementi comuni in ambito sportivo, così come in altri ambiti, importante però è comprendere che prima di tutto ci si confronta con delle persone e non semplici atleti e che ognuna di esse è straordinariamente differente nella sua unicità. Motivo per cui non esiste un metodo generalizzato”.

Ci racconti un aneddoto particolare che riguarda il tuo lavoro che conservi con più piacere?

“Sono tanti gli aneddoti e cosa ancor più bella se ne creano sempre di nuovi ogni giorno di più ma, se dovessi citarne uno in particolare, mi ricordo il primo derby giocato da titolare di Elvis Merzlikins quando giocava nel Hockey Club Lugano. Ne parlo volentieri perché non è un segreto, anzi ne abbiamo parlato insieme qualche mese fa in un servizio televisivo. In poche parole, come accennato, era il primo derby da titolare di Elvis e, come la maggior parte degli atleti, anche lui aveva una sua routine di approccio alla partita in cui non era compresa la “mia presenza”. Personalmente percepivo l’agitazione tanto da chiedergli se avesse voluto vedermi prima così da lavorare insieme ma ricevetti un secco “no” in quanto, come detto, non rientrava nella sua routine. Poi però, poco prima di apprestarsi a partire per Ambrì, ricevo un messaggio in cui era evidente lo stato di agitazione e la richiesta d’aiuto. Naturalmente io stavo facendo altro, eppure mi sono presentato al più presto a casa sua e avendo pochissimo tempo a disposizione semplicemente ho utilizzato una tecnica d'ipnosi rapida per trasformare lo stress da negativo a positivo. Morale della favola? Non semplicemente una grande prestazione da parte sua ma soprattutto la nascita di una collaborazione e amicizia indissolubile”.

Il confronto con gli sportivi che segui come avviene? E quanto è costante?

“Anche qui non esiste un qualcosa di uguale per tutti, anzi, l’unica cosa certa è che ciascuno di loro dispone sempre di strumenti su cui poter lavorare quotidianamente. Ci sono atleti con cui, durante i tornei, mi interfaccio quotidianamente, altri con cui mi interfaccio settimanalmente (prima match e dopo la performance), altri invece che semplicemente vengono “punzecchiati” a seconda di ciò che possono essere le mie percezioni”.


Non solo sport. Aziende, genitori, scuole, ecc. Il mental coach è per tutti…

“Come detto in precedenza, la collaborazione nasce tra persone e conseguentemente gli strumenti e le strategie apprese sono applicabili in qualsiasi contesto, perché in fin dei conti il risultato che si vuole ottenere è uguale per tutti no? "Vivere la propria vita e non sopravvivere ad essa”.


Allenatore, psicologo, fratello e amico. Si potrebbe definire così la tua figura?


“Spesso si cerca una definizione, io stesso ormai ho “accettato” il termine mental coach pur non amando le definizioni. In realtà, per quanto mi riguarda, penso di essere semplicemente una persona che fa della sua passione il suo lavoro e che nel farlo ci mette tutto sé stesso, creando condizioni tali da instaurare quel rapporto di fiducia che spesso sfocia in amicizia, senza però cadere nell’errore di confondere le due figure”.


Il lavoro ‘vero’, il cambiamento, lo fa e lo pratica poi il tuo assistito. Trovi sempre piena collaborazione?

“È esattamente come dici tu e se me lo permetti vorrei condividere con voi le parole di Eric Walsky: "Fausto ti fa fare un viaggio attraverso i tuoi pensieri, le tue paure, le tue ansie, portandoti a scoprire e identificare le fonti dei tuoi stessi problemi per poi farti incamminare nella tua mente e trovare le risorse che stai cercando. Sei tu, guidato dalla sua persona, a scavare dentro il tuo io più profondo così da attivare le strategie per la risoluzione al problema. Non ti dice né come ti devi sentire né come affrontare la cosa, sta a te riflettere profondamente, fiducioso che Fausto ti porterà esattamente là dove devi andare, perché il problema è dentro di te e sta a te doverlo risolvere”. Perciò sta a chi si rivolge a me trasformare gli insegnamenti appresi in comportamenti efficaci e, perdonami ma, ameno che non sia stato costretto da qualcuno (il che per quanto mi riguarda significherebbe assenza delle condizioni fondamentali per una collaborazione), sarebbe folle opporre resistenza al cambiamento che si vuole ottenere. Ammetto però che a volte capita che qualcuno, un po’ per pigrizia o perché semplicemente pensa di non averne necessità, decida di non applicarsi a dovere con la speranza che questa scelta non pregiudichi la prestazione. Ma in fin dei conti siamo esseri umani, non robot”.

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