Crisi e Lavoro
11.05.2015 - 15:080
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:41

Industriali, il "testamento" di Lotti: "Basta criminalizzare le imprese. E alla politica dico: mai più una legislatura come quella passata!"

Il presidente di AITI ha passato il testimonial a Fabio Regazzi. Da entrambi appello alla correttezza da parte delle imprese ma anche alla responsabilità da parte dei sindacati

BELLINZONA – Cambio della guardia, oggi a Bellinzona, alla presidenza dell’Associazione industrie ticinesi. A Daniele Lotti subentra il consigliere nazionale Fabio Regazzi, finora vicepresidente.
Ecco i passaggi salienti della relazione d’addio di Lotti, di fronte all’assemblea

La forza dell’innovazione regge solo finché qualcuno è disposto a pagarla

“La forza della nostra industria sta nell’innovazione, ma pure nella sua flessibilità e nella capacità di intercettare le più diverse esigenze della clientela e i nuovi trend del mercato. Ma anche l’innovazione può avere un limite, soprattutto se il mercato non è più disposto a pagarla per il suo vero valore. A ciò si aggiungono la competizione nella fornitura di materie prime e semilavorati a prezzi sostenibili, gli aiuti di stato più o meno palesi di cui godono le imprese in altri paesi, le condizioni quadro sempre più competitive offerte da altre nazioni in Europa…”.

Contro i nostri industriali accuse false

“Cattedratici e commentatori sbrigativi, dopo la decisione della BNS lo scorso 15 gennaio di togliere la soglia minima di cambio franco-euro, si sono lanciati in temerarie interpretazioni accusando le imprese di avere fatto poco o nulla per adattarsi alla nuova situazione di cambio negli ultimi tre anni. Niente di più falso. E’ stato fatto tutto il possibile e l’impossibile per ristrutturarsi, ma pure per investire nelle tecnologie e nella formazione. Tutti sapevano che la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro era destinata a essere tolta. Ma non dimentichiamo che tre-quattro anni fa siamo passati da un cambio di 1.50 a uno di 1.20 dopo l’intervento della BNS e oggi siamo confrontati alla parità e, parimenti, alla maggiore forza competitiva dei nostri concorrenti europei. A tutto ciò si aggiungono gli sconti richiesti se non addirittura imposti dai clienti delle nostre imprese, che sovente rispondono al nome di multinazionali e grandi gruppi industriali svizzeri ed esteri. Sappiamo che al di sotto di una certa soglia di cambio, suppergiù secondo i settori attorno a 1.05-1.10 franchi per euro si giustifica sempre meno produrre in Svizzera. C’è un limite per le imprese ad adattarsi al mutamento del livello di cambio. Se l’attuale situazione dovesse perdurare le ristrutturazioni e i trasferimenti di attività all’estero non potranno essere purtroppo evitate”.

Il messaggio degli industriali alla politica

“In questo panorama difficile noi di AITI ci sentiamo di rivolgere un appello alla politica. Giusto un anno fa in occasione dell’assemblea 2014 intitolavo un passaggio della mia relazione “Imprenditorialità sotto attacco”. Già un anno fa si respirava un’atmosfera di campagna elettorale che è durata quasi tutta la passata legislatura. Una situazione inaccettabile di fronte alle difficoltà del paese, che ha impedito di affrontare i veri nodi legati al futuro sviluppo di questo Cantone. Non voglio qui ripetere tutto quanto detto lo scorso anno – che, per inciso, non sembra proprio aver perso d’attualità – ma tutti abbiamo constatato un progressivo attacco al “fare impresa” in Ticino: imprenditori considerati criminali perché cercano il profitto e che vengono definiti approfittatori dei lavoratori; imprese invitate ad andarsene dal territorio cantonale se impiegano anche manodopera estera; stabilimenti industriali definiti sbrigativamente, per ignoranza o, peggio, per malafede, capannoni a scarso valore aggiunto; burocrazia imperante oltre ogni buon senso; lotta indiscriminata ai parcheggi che ostacola lo svolgersi e lo svilupparsi di attività economiche. E’ stata creata un’artificiale contrapposizione fra imprese e lavoratori che è del tutto falsa e lontana dalla realtà delle cose e che se perdurasse non farebbe fare a questo paese alcun passo avanti sulla strada del rilancio economico.

Dalla politica e dalle istituzioni non ci attendiamo favori né corsie preferenziali. Ma lo diciamo chiaramente: vogliamo fare impresa nel rispetto delle regole e delle leggi, tuttavia liberamente, in un Paese che si è ispirato al momento della sua costituzione a principi di libertà, ai quali non dobbiamo mai smettere di credere. Lo Stato snello ed efficiente a cui noi aspiriamo deve essere un nostro alleato e non un avversario. Sempre più si dimentica che l’attività imprenditoriale basata sull’economia di mercato è il motore della nostra società. Sono le imprese a creare posti di lavoro e a mantenerli. Lo Stato, che può sopravvivere solamente se esistono aziende che funzionano, deve preoccuparsi di favorire le migliori condizioni quadro per fare impresa. E fra queste condizioni, oltre al fattore fiscale, rientra a pieno titolo anche un clima istituzionale, politico e pubblico favorevole all’imprenditoria, a quell’imprenditoria seria e lungimirante che sa restituire ricchezza al territorio e che è la prima ambasciatrice del nostro Cantone nel mondo. Dunque basta fare di ogni erba un fascio e a voler colpire nel mucchio; dobbiamo essere in grado di separare le mele marce, che restano una minoranza, da chi invece si comporta seriamente come imprenditore e contribuisce al benessere di noi tutti.

Tutti siamo chiamati ad un forte senso di responsabilità e impegno, non solo gli imprenditori, ma anche le istituzioni e la politica. Una legislatura come quella che si è appena conclusa non ce la possiamo proprio più permettere”.

Mercato del lavoro e contingenti

“Nei prossimi mesi il Consiglio federale renderà noto come intende applicare l’articolo costituzionale sull’immigrazione di massa. Sarà il banco di prova decisivo per le relazioni della Svizzera con l’Unione europea. Tutti i dati più seri hanno dimostrato che gli accordi bilaterali complessivamente hanno inaugurato una stagione di crescita economica per il nostro paese, cantone Ticino compreso. Non vi sono ragioni serie per mandare in frantumi l’impalcatura delle nostre relazioni con l’Europa. Ma la maggioranza della popolazione svizzera ha voluto dare un segnale all’establishment politico il 9 febbraio dello scorso anno e al più tardi nel febbraio del 2017 la Svizzera dovrà dotarsi di un sistema di contingenti della manodopera estera. Cosa dobbiamo attenderci? Nei gremi economici e politici nazionali e cantonali l’AITI ha già espresso il proprio punto di vista: i contingenti verranno applicati dai Cantoni ma la Confederazione dovrà stabilire le regole, affinché l’applicazione sia regolare e omogenea. Inoltre, a nostro giudizio e in quei settori dove non è reperibile sufficiente manodopera residente, i permessi per la manodopera estera dovranno essere concessi senza troppe pastoie burocratiche. Ricordiamo infatti che l’articolo costituzionale votato dal popolo svizzero stabilisce che gli interessi dell’economia elvetica dovranno essere salvaguardati.

Ma il mercato del lavoro è molto di più del controllo della manodopera estera. È innegabile che il mercato del lavoro ticinese sia sotto pressione. In pochi anni il numero dei lavoratori esteri è aumentato sensibilmente, soprattutto nei servizi. Ciò è il risultato della crisi economica nella vicina Italia, ma anche della capacità di creare nuovi posti di lavoro da parte della nostra economia. Anche se la maggior parte degli imprenditori si comporta correttamente, una frangia degli stessi adotta atteggiamenti discutibili. La crisi economica e le difficoltà legate al franco forte inducono alcuni ad approfittarsene, a volte per pura necessità di sopravvivenza; ma queste sono decisioni di piccolo cabotaggio. Tutti gli attori del mercato del lavoro devono giocare il medesimo gioco: lo Stato deve preoccuparsi essenzialmente di mettere a disposizione, come già ricordato in precedenza, le migliori condizioni quadro possibili e combattere gli abusi; gli imprenditori da parte loro devono essere innovativi e competitivi per
dare un futuro alla propria azienda; i rappresentanti dei lavoratori devono piuttosto favorire il dialogo fra le parti e non trasformare invece le difficoltà economico-finanziarie delle imprese in uno scontro politico ed ideologico che non ci porta da nessuna parte”.

Ecco invece i passi più importanti dell’intervento del neo presidente Regazzi.

Credo che la migliore risposta ai problemi del mercato del lavoro sia quella di avere un corpo imprenditoriale responsabile. Naturalmente è compito anche delle autorità mettere a disposizione degli imprenditori le migliori condizioni quadro possibili affinché le imprese siano solide e possano offrire buone condizioni di lavoro. In qualità di Presidente AITI intendo combattere, con l’aiuto del Comitato e delle imprese associate, il clima di ostilità nei confronti delle imprese ticinesi. Ma voglio ugualmente battermi per difendere e promuovere un modello d’imprenditoria sana, capace di dialogare fra parti sociali. Per questo però chiediamo un’assunzione di responsabilità anche da parte dei rappresentanti dei lavoratori, dunque anche i sindacati, che negli ultimi anni sempre più hanno ad esempio proposto iniziative popolari e referendum con l’intento di minare alla base il nostro sistema economico.

Allo Stato e alla politica, oltre che agire sulle condizioni quadro, chiediamo anche di intervenire riducendo il numero delle leggi e la burocrazia, invero sempre più soffocante pure alle nostre latitudini e tale da penalizzare l’attività delle aziende.

Non da ultimo, intendo impegnarmi maggiormente a favore di una formazione professionale che sia maggiormente in accordo con i bisogni del nostro tessuto economico. Credo che vi sia una responsabilità di fondo del nostro sistema di orientamento professionale nel saper indirizzare i nostri giovani verso carriere che trovino uno sbocco nel mondo del lavoro. In un’economia globalizzata il mercato del lavoro indigeno è inevitabilmente insufficiente – sia dal profilo qualitativo che quantitativo - per rispondere alle esigenze della nostra economia: con questi presupposti risulta quindi inevitabile dover ricorrere a manodopera straniera, compresi i frontalieri che da fattore che ha contribuito allo sviluppo di questo Cantone sono oramai diventati il capro espiatorio di tutti i mali che ci affliggono. È per noi quindi urgente e importante riuscire a formare giovani attivi in quelle professioni con elevato valore aggiunto, che come sappiamo non si trovano più nel mondo delle banche e finanziario.

Infine, credo che come AITI dobbiamo anche affrontare il tema del tasso di occupazione femminile, peraltro in crescita a partire dal 2000. Un tema importante soprattutto nell’ottica del finanziamento del sistema sanitario e pensionistico, anche alla luce della votazione del 9 febbraio, che porterà a delle restrizioni sull’afflusso di manodopera straniera”.

red

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