L'eurodeputato: "La destra tira bordate? Forse perché è quella che meno sopporta la saccenza elvetica, quella di un Paese che spesso si erge a modello di perfezione, con le sue banche blindate, le sue lezioni di moralità all'Italia su tutto..."

Roberto Vannacci, la sua presenza a Mendrisio è oggetto di continue polemiche a causa delle sue posizioni e delle sue affermazioni su alcuni temi sociali controversi - omosessualità, immigrazione, ecc -. Ora c’è chi, come il Movimento per il socialismo, ha chiesto al Governo ticinese di dichiararla ‘persona non grata’ rilevando che alcune sue frasi violano il codice penale elvetico. In particolare la frase: “Per quanto esecrabile, l’odio è un sentimento, un’emozione che non può essere represso in un’aula di tribunale. Se questa è l’era dei diritti allora, come fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente nei toni e nelle maniere dovute.” Lei ha commentato sul suo profilo Facebook accusando la sinistra di pregiudizi ideologici e ribadendo: ci vediamo a Mendrisio. Ma lei chi odia, e perché?
"Da che mondo è mondo si sono sempre sanzionati gli atti, le azioni concrete, i comportamenti che ledono la convivenza civile. Mai i pensieri. Mai i sentimenti. Mai le idee. Mai ciò che un uomo porta dentro di sé, nel profondo della sua coscienza.
Se domani mattina lo Stato iniziasse a mettere le manette all’odio, sarebbe come cementare le catene all’amore, alla gelosia, all’invidia, alla rabbia sacra per la propria terra calpestata. E allora ditemi voi: dove finisce il controllo sui sentimenti? In quale stanza buia del Ministero della Verità, di orwelliana memoria, qualcuno deciderà quali emozioni sono permesse e quali no?
Certamente provo odio per gli stupratori di bambini, per chi commette violenze e sevizie nei confronti degli anziani, per chi si approfitta dei deboli. Tuttavia, l’odio che una persona prova intimamente, non necessariamente si trasforma in un atto violento o in una incitazione allo stesso. Quello è reato, non il sentimento che può e deve rimanere incontrollabile e incontrollato. Discriminazione è togliere diritti e dignità e io non ho mai fatto nulla di tutto ciò. Ma oggi il pensiero unico vuole confondere la discriminazione con discernimento il cui significato è totalmente diverso. Constatare le differenze fra fenotipi diversi e fra comportamenti diversi non è discriminazione ma rappresentazione della realtà. La normalità non è né giusta né sbagliata, né buona né cattiva: è solo una considerazione statistica, rappresenta la rispondenza ad una determinata norma, ad un determinato comportamento maggioritario, usuale, consueto. Ci hanno provato anche in Italia a denunciarmi per diffamazione, discriminazione e incitamento all’odio. Tutti i procedimenti giudiziari sono stati archiviati in fase di indagine senza neanche approdare al dibattito in tribunale. Il fatto non sussiste. Tutto un buco nell’acqua: ricorsi giudiziari fatti con pretesto e con strumentalizzazione.
Il vero pericolo mortale per la società e per la democrazia – e lo dico con la schiettezza di chi ha passato una vita a difenderla con le armi in pugno – non sta nell’uomo che odia in silenzio davanti alla sua tazzina di caffè o arrovellandosi a letto in una lunga notte insonne. Sta in chi minaccia, in chi impedisce con la forza, in chi impedisce con le spranghe e con le urla che si tenga un dibattito, una conferenza, un confronto di idee che non piacciono al pensiero unico dominante, a quella casta di nuovi inquisitori in camicia trendy che hanno sostituito il rogo con la gogna social e la censura digitale.
Io mi preoccupo, e mi preoccupo parecchio, quando vedo studenti, giornalisti, professori, semplici cittadini che vogliono solo parlare, essere aggrediti, sputati, inseguiti, quando vedo sale prenotate e poi revocate sotto minaccia, quando vedo la libertà di parola ridotta a privilegio di chi urla più forte e ha più follower. Quella è la vera deriva autoritaria, ovvero la democrazia che muore, non perché qualcuno odia, ma perché a qualcuno viene impedito di esprimere liberamente le proprie idee".
Gli organizzatori e i politici del Centro destra - a partire dal presidente dell’UDC ticinese Piero Marchesi - difendono la scelta di invitarla, spiegando che il tema della serata sarà l’Europa in vista del futuro accordi Svizzera - UE. Lei è eurodeputato a Bruxelles: cosa dovrebbe fare a suo parere la Svizzera? E crede nel futuro dell’UE in un mondo che sta ridisegnando i propri equilibri?
La Svizzera si trova geograficamente al cuore dell’Europa, circondata da tutti i lati dai membri dell’Unione Europea. È un fatto geografico innegabile: Alpi, laghi, pianure, tutto al centro del Continente. E politicamente? È parte integrante dell’Europa da sempre: cultura, economia, sicurezza, scambi, storia comune. Eppure ha avuto il coraggio di dire no all’adesione, ha scelto la via bilaterale, ha mantenuto la propria sovranità, la propria neutralità, la propria democrazia diretta. E guardate un po’: prospera, competitiva, con un debito pubblico ridicolo e un’economia che fa invidia a tanti.
Questo dovrebbe farci riflettere. Non è la Svizzera che sta fuori posto. È l’attuale Unione Europea che ha preso una strada sbagliata: una struttura di tecnocrati che sforna fiumi di direttive inutili, regolamenti asfissianti, burocrazia elefantiaca, Green Deal ideologico che ammazza le nostre industrie, patto di stabilità che strangola i bilanci, imposizioni centralizzate che calpestano le identità nazionali.
Io non voglio un’Europa che annichilisca gli stati, che li riduca a meri esecutori di decisioni prese da funzionari non eletti. Voglio un’Europa delle nazioni, dove gli stati sovrani cooperino da pari a pari, esaltando le proprie peculiarità, difendendo i propri interessi economici senza subire l’umiliazione di migliaia di pagine di normative che servono solo a ingrassare la macchina euro-burocratica e a frenare lo sviluppo.
Ecco la strada: riformare radicalmente questa Unione. Meno Bruxelles padrona, più stati protagonisti. Meno ideologia, più pragmatismo. Meno vincoli che uccidono la crescita, più libertà per competere e prosperare.
Perché l’Europa che funziona è quella che esalta la sovranità delle nazioni, non quella che le vuole sostituire con un mostro sovranazionale senza radici e senza coraggio".
Cosa pensa, infine, del processo mediatico in corso nei confronti della Svizzera dopo la tragedia di Crans-Montana, con bordate che sono arrivate prevalentemente da testate e politici di centro destra?
"Le generalizzazioni sono sempre antipatiche e ingiuste: non si può processare una nazione. Tuttavia, sembrerebbe vero che nel caso specifico tra omissioni, mance, tangenti, leggerezze, approssimazioni, comportamenti dolosi e normative non rispettate le responsabilità siano estremamente rilevanti. Ora dobbiamo pensare ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, le polemiche non sono mai utili in tal senso. La giustizia deve fare il suo corso e i responsabili devono pagare. Le istituzioni preposte devono anche rivedere le proprie procedure al fine che tragedie del genere non possano più ripetersi. Ma quante volte la Svizzera ha fatto la saccente morale all’Italia? Ed oggi scopriamo che in molti settori proprio l’Italia ha comportamenti estremamente virtuosi.
In Italia c’è molta indignazione e sofferenza. Un rogo che poteva essere evitato se solo i controlli fossero stati fatti e se i più banali principi di sicurezza fossero stati rispettati. Un locale di svago e di allegria che si è trasformato in una trappola mortale per mancanza di verifiche, per l’impiego di materiali infiammabili, uscite insufficienti e forse pure norme antincendio prese sottogamba. L’Italia oggi piange i suoi figli. La destra tira bordate? Forse perché è quella che meno sopporta la saccenza elvetica, quella di un Paese che spesso si erge a modello di perfezione, con le sue banche blindate, le sue lezioni di moralità all'Italia su tutto: dall'immigrazione alla gestione delle emergenze, dalla burocrazia alla sicurezza. Passerà anche la polemica, ma tragedie del genere non possono ripetersi".