CRONACA
Un esperto del WWF: “Vi spiego perché il lupo scende in pianura”
Mauro Belardi, di WWF Italia: “La sua presenza è ancora sporadica certo, ma bisogna considerare che il lupo è potenzialmente ovunque nell’arco alpino. Dobbiamo aspettarci quindi che singoli animali possano venir avvistati un po’ in ogni dove"

MAGADINO/MILANO – Un lupo si aggira nel Gambarogno. Si chiama M41 e nei suoi romitaggi arriva anche a spingersi fino in pianura, come dimostra la foto pubblicata in esclusiva da Liberatv mercoledì scorso.

L’immagine, ricordiamo, era stata catturata a inizio dicembre grazie a una foto-trappola piazzata dalla biologa Sissi Gandolla per conto della Fondazione Bolle di Magadino lungo il sentiero che costeggia la strada cantonale, in territorio di Magadino, a due passi dalle “bolle”.

Avvistamento, quello di M41, decisamente eccezionale per almeno due ragioni. La prima è che raramente si riesce a documentare fotograficamente un lupo, il più delle volte infatti a confermarne la presenza sono i segni del suo passaggio: dalle segnalazioni di avvistamenti e orme fino alle razzie di ovini. La seconda è che M41 è stato ‘catturato’ mentre si aggirava in un sentiero molto battuto, fatto questo davvero molto raro per un animale solitamente schivo come il lupo.

Raro sì, ma meno di quel che si pensi. Se infatti gli avvistamenti nel Luganese, riportati da Teleticino nei giorni scorsi, lasciano ancora molti dubbi sul fatto che possa trattarsi più probabilmente di un randagio, quelli che si registrano nella vicina Italia sono decisamente più certi. Qui un lupo è arrivato addirittura a ridosso dell’aeroporto di Malpensa. Un avvicinamento al ‘mondo degli umani’ che è però costato molto caro all’animale, finito infatti travolto da un’auto di passaggio.

Nonostante la sua triste fine, avvistamenti come questo o come quello del ‘nostro’ M41, mostrano che la presenza del lupo anche in pianura e vicino a zona abitate è possibile e, sembra, sempre più ricorrente.

Contattato da Liberatv, Mauro Belardi di WWF Italia, spiega infatti che anche se si tratta di episodi decisamente non comuni, non è certo la prima volta che si registrano e bisogna anzi attendersene altri: “Il lupo è ovunque nella regione alpina. La sua presenza al di là delle Alpi occidentali, in Piemonte e in piccole zone della Svizzera, come in Ticino, è ancora sporadica certo, ma bisogna considerare che il lupo è potenzialmente dovunque. Dobbiamo aspettarci quindi che singoli animali o piccoli gruppi possano venir avvistati un po’ in ogni dove”.

Belardi spiega poi che solitamente il lupo arriva a spingersi in pianura solo nel caso di inverni molto rigidi o, come è il caso di quello che stiamo vivendo, molto nevosi: “Le nostre Alpi sono in realtà molto ricche di ungulati, le prede di cui abitualmente si nutre. Non avrebbe quindi bisogno del ‘nostro’ cibo, ma non glielo si può certo spiegare. Perciò quando c’è tanta neve e fatica a trovare prede, può spingersi fino in pianura dove trova cibo facile. Non siamo più abituati alla sua presenza ormai e anche chi ha capre o pecore ha abbassato la guardia lasciando non protetto il proprio bestiame. Per il lupo quindi è un po’ come andare al supermercato gratis”.

Nonostante ciò, aggiunge ancora Belardi, la sua presenza in pianura però rimane un fenomeno particolare e isolato e, greggi a parte, non costituisce un pericolo per l’uomo, nemmeno quando percorrono un sentiero comune, come nel caso di M41: “Il timore che può suscitare il saperlo così vicino è comprensibile. Ma è un animale profondamente terrorizzato dall’uomo. Soprattutto quando è isolato o in piccoli gruppi, non mostra il benché minimo segno di aggressività”.

Praticamente mai infatti si sono registrati casi di attacchi del lupo a uomini: “Prendo ad esempio il Piemonte, qui la presenza del lupo è storica e non c’è stato un solo incidente tra lupo e uomo, nemmeno nei villaggi attorno cui la sua presenza è consolidata. Se vogliamo trovarne, dobbiamo sportarci in regioni molto diverse e lontane da noi anche climaticamente come il Nord America o la Siberia. A Magadino come in Italia quindi, si può tranquillamente passeggiare con bambini e cani senza temere alcun attacco”.

Per Belardi però, simili avvistamenti sono al contrario molto positivi, come lo è il ritorno stesso del lupo: “Innanzitutto il ritorno del lupo è un indice della qualità biologica del territorio in cui compare: testimonia la salute ambientale di quelle zone. E se penso alla piana, che è stata appunto oggetto di attività di ripristino ambientale e di rinaturalizzazione, la presenza del lupo prova il successo delle politiche di conservazione del territorio condotte”.

E allo stesso tempo, continua Belardi, “capisco il timore che può suscitare in alcune persone un incontro ravvicinato questo tipo, ma è uno shock salutare. La sua sporadica comparsa anche in pianura ci dà modo di riabituarci gradualmente alla sua presenza. Un ottimo segno, perché costringe allevatori e autorità a prendere in considerazione che il lupo è tornato e a metter in atto le dovute misure”.

La vera pericolosità del lupo per i nostri animali domestici è infatti causata dal fatto che si è ormai persa l’abitudine alla sua presenza. Per Beraldi insomma “c’è un segnale e bisogna rispondere prendendo con serenità le dovute precauzioni, come recinsioni e cani da gregge, che ci permettano di tornare a convivere con questo animale, così come si faceva in passato”.

E anzi, secondo l’esperto del WWF, la presenza del lupo può diventare un’occasione anche per gli stessi allevatori grazie proprio alla sua potenza mediatica: “Anche quando mi capita di parlare con persone che subiscono danni, io consiglio sempre di usare la visibilità che i grandi predatori danno per parlare di quelli che sono i veri problemi dell’agricoltura in montagna. Perché anche da un punto di vista quantitativo le predazioni non sono certo il solo e più grande problema con cui l’allevamento di montagna deve giornalmente confrontarsi”.

Infine, Beraldi, tiene a lanciare un appello: “Un lupo è in grado di percorrere centinaia di chilometri in un giorno. È un animale che non conosce confini tra regioni, cantoni o stati. Bisogna quindi finalmente arrivare a definire delle politiche comuni e collaborazioni per l’intera regione panalpina, perché è impensabile che la sua presenza, come quella dell’orso, sia gestita in modo radicalmente diverso in regioni così vicine. Con la presenza di M13 qualcosa ha cominciato a muoversi, ma siamo ancora molto indietro. E proprio il suo caso ha insegnato quanto sia necessario arrivare almeno a una definizione comune della pericolosità di questi grandi predatori”.

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