CRONACA
Puglisi, il boss con la "schiscetta" che lavorava alle Officine: in Ticino faceva l'esattore della 'ndrangheta e a Cermenate il volontario della Croce Rossa
Il 53enne ha lavorato a Bellinzona fino al mese scorso, quando per mancanza di lavoro non gli è stato rinnovato il contratto. E dalle intercettazioni emerge che...

BELLINZONA - “Non lasciava trasparire nulla”. Non si lamentava mai e accettava anche i turni meno graditi, quelli del weekend”. “Un bonaccione”, “un sempliciotto”, “lo vedevamo arrivare con la sua schiscetta”, come un qualsiasi lavoratore frontaliere. Così alcuni operai delle Officine di Bellinzona hanno raccontato al Corriere del Ticino la figura di Giuseppe Puglisi, arrestato nei giorni scorsi con un’altra quarantina di presunti mafiosi nell’ambito dell’operazione Insubria, che ha stroncato una fitta organizzazione ‘ndranghetista.
Puglisi, detto Melangiana, 53 anni, diciannove dei quali trascorsi in galera, era a capo della ’ndrangheta di Cermenate, un piccolo comune a sud di Como, e aveva il ruolo di responsabile del recupero crediti. 

A Bellinzona avrebbe lavorato per alcuni anni, secondo alcuni. Era arrivato alle Officine tramite un’agenzia interinale, ma qualche settimana fa, ha raccontato al Corriere un altro operaio, il contratto non gli era stato rinnovato per mancanza di lavoro. L’ultimo impiego di Puglisi era nella manutenzione delle sale montate, cioè le ruote dei convogli.

Secondo LaRegione, il lavoro in Ticino era per Puglisi una copertura che aveva lo scopo di recuperare un credito di un milione di euro destinato alla malavita organizzata. È quanto emerge dalle intercettazioni della Direzione distrettuale antimafia.
In una telefonata del 3 gennaio scorso Puglisi promette di aiutare il suo ‘vicario’ ’ndranghetista Raffaele Bruzzese, alias Gazzosa, 50enne di Bregnano, in provincia di Como. “A breve – dice - avrò la disponibilità di una somma di denaro proveniente da un recupero credito. Domani sera, per le sette, devo essere... ho un appuntamento... una cena assieme a queste due persone”.

In seguito entra in scena un altro boss, Michelangelo Chindamo, vent’anni di galera alle spalle, che insieme a Puglisi scrive una lettera di minacce a un imprenditore di Cermenate attivo a Lugano e attualmente indagato: “È arrivato il tuo turno per il pagamento di 50mila euro. Per la tua sicurezza e quella della tua famiglia non fare scherzi. Non avvisare le forze dell’ordine. Perché sappiamo tutto di te”. A questa lettera ne segue una seconda, con tre proiettili e la richiesta di 150mila euro. L’obiettivo dei boss era recuperare il credito e intascare mezzo milione di euro, in quanto l’Agenzia recupero crediti ’Ndrangheta chiede per i suoi servizi il 50% della somma da recuperare. 

Dal ritratto del boss che emerge da un articolo pubblicato ieri dal ‘Corriere della Sera’, durante la settimana Puglisi recitava il ruolo del lavoratore frontaliere e nel week end nel suo comune di residenza faceva il volontario alla Croce Rossa, frequentava l’oratorio e sosteneva finanziariamente la squadra di basket. Attività che gli servivano per aumentare il consenso. 

red

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