CRONACA
Jessica Moretti rompe il silenzio: "Non sono scappata. Voglio la verità"
La titolare del Constellation, interrogata a Sion, respinge le accuse che circolano dopo la strage di Capodanno: "Capisco la rabbia delle vittime" e "voglio collaborare con gli inquirenti". Ai dipendenti una lettera: "Eravate i nostri protetti"

CRANS-MONTANA - "Sono state dette tante bugie, troppe. Tra queste, che io sarei scappata con la cassa. Falso. Falso. Non sono mai scappata. E non scappo nemmeno ora, perché voglio la verità". Jessica Moretti, titolare con il marito Jacques del Constellation di Crans-Montana, sceglie di parlare mentre l’inchiesta sulla strage di Capodanno resta al centro dell’attenzione pubblica, con 41 vittime e sei giovanissimi italiani tra i morti.

L’incontro avviene fuori dal commissariato di Sion, dove Moretti si è presentata alle audizioni. Nelle stesse ore, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, era in corso anche l’interrogatorio di Jean-Marc Gabrielli, figlioccio di Jacques.

"Capisco la rabbia delle vittime"
Nel colloquio, Moretti insiste sul punto che più la colpisce: il racconto pubblico, dice, è stato deformato da voci e ricostruzioni che considera false. Ma insieme rivolge un messaggio alle famiglie: "Capisco la rabbia delle vittime. La comprendo. Ma l'indagine accerterà la verità. E la verità aiuterà anche loro. Voglio collaborare con gli inquirenti".

È una linea difensiva che punta sulla fiducia nell’inchiesta e sulla disponibilità a partecipare agli accertamenti, rivendicando al tempo stesso il diritto di respingere le accuse che non riconosce.

Cyane e la dinamica dell’incendio: "Mi chiamava 'tata Jessica'"
Moretti tocca anche, seppur brevemente, la figura di Cyane, la cameriera che secondo una ricostruzione avrebbe inavvertitamente appiccato il rogo nel seminterrato, mentre reggeva bottiglie con candele scintillanti. "Mi chiamava 'tata Jessica'", dice, tratteggiando un rapporto personale con la dipendente, senza aggiungere ulteriori dettagli.

La lettera agli ex dipendenti: "Eravate i nostri protetti"
Nella giornata precedente, i Moretti hanno inviato una lettera agli ex dipendenti, spiegando di voler "rompere il silenzio che ci è stato imposto, almeno per la durata di questa lettera. Un silenzio infinitamente pesante e doloroso". Nel testo, la coppia scrive: "Nessuno di voi avrebbe dovuto sopportare un simile calvario. Eravate i nostri protetti e lo siete ancora". E aggiunge un passaggio destinato a pesare nel dibattito: "Ci assumiamo questa responsabilità senza in alcun modo cercare di scaricarvi la colpa".

Nella lettera, i Moretti affermano anche di non aver mai potuto immaginare l’esito di quella notte: "Nemmeno per un attimo avremmo potuto immaginare una tragedia simile". E descrivono il dopo come una condizione di dolore permanente: "Dal 1° gennaio, abbiamo incarnato la sventura che ha colpito il Constellation. Portiamo anche il peso di coloro che non sono più con noi, in un dolore immenso".

"Viviamo isolati, siamo completamente soli durante le indagini"
Oggi, Moretti collega quella scelta al clima seguito alla tragedia. Dice di essere "ferita dalle numerose voci diffamatorie diffuse" e sostiene che queste abbiano "esacerbato il dolore" dei dipendenti. Nelle sue parole, l’isolamento è diventato parte della quotidianità: "Viviamo isolati, siamo completamente soli durante le indagini". E ancora: "Era importante per noi mettere le cose in chiaro. La lettera era l'unico modo per esprimerci. Usarla ci protegge. Ed è stato un modo per dire loro che non li abbiamo dimenticati e che tutto ciò che viene detto è completamente falso".

A piede libero dopo la cauzione
Jessica e Jacques Moretti risultano indagati e al momento sono a piede libero dopo il versamento di una cauzione di 400 mila franchi. Resta un elemento che continua ad alimentare interrogativi: l’identità di chi abbia versato quel denaro, secondo il Corriere, è tuttora ignota.

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