“Come mi sento? Come uno che ha pagato un tributo alla natura: meravigliosa, ma dura”

La prima reazione è stata quella di andarsene. Di lasciare tutto. “Non si può vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho sbagliato, sono stato oltranzista. La natura è meravigliosa, ma troppo dura, esigente”. Così Michele Serra ha raccontato al Corriere della Sera il primo impulso provato dopo la morte del suo cane Osso, sbranato dai lupi a poche centinaia di metri da casa, nell’Appennino piacentino. Un evento accaduto nei giorni scorsi di cui aveva parlato su Il Post.
Il giornalista e scrittore ha descritto la tragedia ricordando che Osso, già protagonista di uno dei suoi libri, “già due anni fa l’aveva scampata per un soffio”. Stavolta invece non c’è stato nulla da fare. “La sera del primo maggio Osso fiutava il terreno davanti casa, si dev’essere allontanato fino ai confini del campo di erba medica e c’erano i lupi. La predazione è stata istantanea e implacabile”.
Una perdita che Serra vive come un colpo profondo, quasi un tributo imposto dalla vita in montagna. “Come mi sento? Come uno che ha pagato un tributo alla natura: meravigliosa, ma dura”, confida. E sulla tentazione di lasciare quella casa dove, racconta, “coltivo la terra e guido due trattori”, aggiunge: “Vivere in montagna comporta anche fatiche psicologiche e rischi come questo. Dà molto, ma sottrae altrettanto. Ho pensato di andarmene, certo, ma non lo farò. Come non lo fanno quelli che restano per passione e orgoglio. Per chi rimane, però, servono più tutele”.
Da qui il ragionamento si allarga alla presenza crescente dei lupi, tema sul quale Serra rivendica una posizione non ideologica. Da un lato riconosce che “il loro recupero è stato un successo straordinario: si è salvato un animale che rischiava l’estinzione”. Dall’altro, osserva che proprio questo risultato ha aperto un problema nuovo: “Gli esemplari sono molti e tutti fanno il loro mestiere in qualità di predatori apicali. Quando la selvaggina scarseggia, attaccano gli animali domestici e da allevamento. E se la risposta a questa conseguenza è ‘recintate tutto, chiudete i cani in casa’, allora qualcosa non funziona”.
Il punto, secondo Serra, riguarda il rapporto tra tutela della specie e vita concreta delle persone che abitano e presidiano i territori montani. “Chi abita in montagna svolge un ruolo fondamentale: tutela del territorio, prevenzione del dissesto idrogeologico, cura dei boschi e dei torrenti. E poi gli si chiede di vivere barricato in trincea?”. E ricorda che il suo caso non è isolato: “Il giorno prima dell’uccisione del mio cane lo stesso branco ha predato sei pecore del mio vicino. Ma non solo: il destino di Osso è toccato anche ad altri quattro cani il mese scorso. E tante altre vittime si contano nelle vallate circostanti”.
Serra insiste quindi sulla necessità di trovare un equilibrio, senza cedere né all’emotività né alla retorica. “Individuare un metodo che garantisca la convivenza è difficilissimo. Io stesso mi considero un ‘fan del lupo’. Ma confondere la tutela della specie con quella di ogni individuo è un errore. Il numero di questi esemplari va gestito”.
Altrimenti, avverte, il rischio è che l’assenza di governo del fenomeno apra la strada a reazioni incontrollate. “Se il problema non viene gestito, degenera. E le persone reagiscono da sole, spesso nel modo sbagliato. Le autorità devono scegliere: intervenire o lasciare spazio all’autogestione, che porta a soluzioni illegali e brutali. Se si vuole davvero salvaguardare la specie, bisogna regolare il rapporto con il territorio”. E pone una domanda secca: “Il numero dei lupi presenti per esempio nell’Appennino piacentino è equilibrato o eccessivo? E se eccessivo, cosa fare?”.
Prima di ogni discussione pubblica, però, resta il dolore per Osso. “Era uno dei miei tre cani. Forse il più fragile. L’avevo raccolto quasi moribondo, abbandonato dai cacciatori. È arrivato fino a casa mia ed è diventato un membro della famiglia. Era parte del mio branco”.