Guidò la banca centrale americana dal 1987 al 2006, attraversando il crash dell’87, la bolla dot-com e l’onda lunga che avrebbe portato al terremoto del 2008

WASHINGTON - È morto a 100 anni Alan Greenspan, uno dei protagonisti più influenti e controversi della politica economica americana degli ultimi decenni. A darne notizia sono state nelle ultime ore diverse fonti statunitensi, mentre la stessa Federal Reserve ha espresso “profondo dolore” per la scomparsa del suo ex presidente. Secondo quanto riferito da Associated Press e Reuters, Greenspan è morto per complicazioni legate al morbo di Parkinson.
Il suo nome resta indissolubilmente legato alla Federal Reserve, che guidò dal 1987 al 2006: quasi diciannove anni al vertice della banca centrale americana, un periodo eccezionalmente lungo che attraversò alcuni tra i momenti più delicati e simbolici dell’economia contemporanea. Fu nominato inizialmente da Ronald Reagan e venne poi confermato da George H. W. Bush, Bill Clinton e George W. Bush, diventando così il presidente della Fed scelto da quattro diversi presidenti degli Stati Uniti. In totale svolse cinque mandati.
Quando arrivò alla guida della banca centrale, Greenspan raccolse un’eredità pesante, quella di Paul Volcker, l’uomo che aveva domato l’inflazione degli anni Settanta. Pochi mesi dopo la sua nomina dovette affrontare subito il crollo di Wall Street del 1987, il primo grande banco di prova del suo mandato. Negli anni successivi fu al timone durante la recessione dei primi anni Novanta, la lunga espansione economica americana degli anni Novanta, la crisi asiatica, lo scoppio della bolla dot-com e la fase di fortissima incertezza successiva agli attentati dell’11 settembre 2001. Reuters ricorda che fu ampiamente lodato per aver saputo guidare l’economia americana attraverso fasi di turbolenza e per aver contribuito a sostenere una lunga stagione di crescita e bassa inflazione.
Per anni Greenspan fu celebrato quasi come una figura oracolare. Il suo stile comunicativo, volutamente cauto e spesso criptico, gli valse un’aura particolare nei mercati e nei media. Non a caso, venne soprannominato “the Maestro”, il Maestro. Ma quella stessa stagione di prestigio conobbe poi una brusca revisione. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2009, Greenspan fu accusato da molti di aver favorito, con la sua fiducia nei mercati deregolati e nella capacità di autoregolazione del sistema finanziario, il contesto in cui maturarono eccessi, bolle speculative e pratiche bancarie rischiose. Anche AP sottolinea come alla fase dell’ammirazione sia seguita quella delle critiche, soprattutto per il ruolo attribuito alle sue idee nella genesi della Grande Recessione.
La sua parabola personale, del resto, è sempre stata insolita. Prima di diventare uno degli economisti più ascoltati del mondo, Greenspan aveva studiato clarinetto alla Juilliard School e suonato in una band jazz itinerante. Solo in seguito si dedicò pienamente all’economia, costruendo una carriera che lo avrebbe portato a fondare una società di consulenza e poi a entrare stabilmente nel cuore della macchina decisionale americana. Reuters ricorda anche il suo legame intellettuale con Ayn Rand, la filosofa dell’oggettivismo, che contribuì a rafforzare la sua fede nel libero mercato.
Dopo l’uscita dalla Fed, nel 2006, Greenspan continuò a intervenire nel dibattito pubblico attraverso consulenze, interviste, conferenze e libri. Negli anni mantenne una notevole influenza, anche se non più il prestigio quasi unanime di un tempo. La sua figura ha continuato a dividere economisti, osservatori e politici: per alcuni il grande regista della stabilità monetaria americana, per altri uno dei simboli di un’epoca troppo fiduciosa nella finanza e troppo poco attenta ai rischi sistemici.
Resta il fatto che pochi uomini hanno segnato la politica monetaria americana quanto lui. La stessa Federal Reserve, nel ricordarlo, ha sottolineato che il suo contributo alla politica monetaria e al pensiero economico ha lasciato “un segno duraturo” sull’istituzione, sul Paese e sul più ampio campo dell’economia. Una formula che riassume bene anche la complessità della sua eredità: enorme, influente, ma tutt’altro che pacifica.