CRONACA
Kobel è bello il giorno dopo. Ma adesso siamo... Messi alla prova
La notte infinita di Vancouver cancella i fantasmi del passato. Se la leggenda di Messi dimostra che i limiti della logica si possono spostare, questa Svizzera ha il dovere di credere nel miracolo
TIPRESS

CANADA – La storia non si ripete, ma a volte decide finalmente di saldare i propri debiti. Settantadue anni dopo l’ultima volta, la Svizzera di Murat Yakin squarcia il velo del tempo e si accomoda con pieno diritto nel consesso delle migliori otto nazionali del mondo. Ma se nel 1954 si trattava di un calcio pionieristico, in bianco e nero e dalle geografie ancora acerbe, l'impresa di Vancouver fotografa la definitiva maturità di un collettivo capace di fare della resilienza una vera e propria dottrina tattica.

La qualificazione ottenuta ai danni della Colombia non è figlia del caso, bensì di una metamorfosi pragmatica. Se nelle prime battute del torneo, contro Algeria e Canada, alla Nati era bastato sintonizzarsi sul voltaggio del "minimo indispensabile", l'ottavo di finale contro i Cafeteros richiedeva un cambio di passo, tanto atletico quanto mentale. L'asticella si è alzata, e la risposta rossocrociata è stata magistrale per disciplina e abnegazione.

La chiave del successo risiede nella straordinaria capacità di questa squadra di camuffarsi, di farsi specchio e scudo delle virtù altrui. Privata della sua stella più luminosa – quel Manzambi fin qui MVP indiscusso del Mondiale di casa nostra –, la Svizzera non si è liquefatta. Ha saputo invece soffrire, guidata in trincea da un monumentale Nico Elvedi, superbo nel disinnescare la fantasia e le scorribande di calibri da novanta come Luis Suarez e Luis Diaz. Al contempo, il peso dell'attacco sorretto da Embolo, Ndoye e l'intelligenza tattica di Rieder hanno costantemente mantenuto in ambasce la retroguardia sudamericana, garantendo un equilibrio aureo lungo tutti i 120 minuti di passione.

Poi, la roulette russa del dischetto. Un finale ad altissima tensione emotiva che, contrariamente a storiche e dolorose abitudini, ha incoronato la straordinaria tenuta mentale degli elvetici. Una sequenza vicina alla perfezione, in cui l'errore dal dischetto di Akanji – che avrebbe potuto evocare i vecchi, logoranti fantasmi del passato – è stato immediatamente cancellato dal riflesso felino di "San" Gregor Kobel. Il sigillo finale di Ruben Vargas ha fatto il resto, scaraventando un intero Paese in un'estasi calcistica che mancava da generazioni.

Ora l'orizzonte si chiama Kansas City; l'ostacolo, l’Argentina campione in carica. Sulla carta, la sfida contro il monumentale Leo Messi sembrerebbe ricalcare il classico canovaccio di Davide contro Golia. Ma l'analisi profonda del campo racconta un'altra verità. L'Albiceleste, pur trascinata dal suo fuoriclasse, approda ai quarti mostrando (anche) crepe evidenti e una vulnerabilità strutturale, come testimoniato dalle fatiche – seppur vincenti - contro avversari teoricamente abbordabili come Capo Verde ed Egitto.

La Svizzera ci arriva invece leggera nella mente, solida nelle gambe e forte di un'identità granitica a immagine e somiglianza col nome del suo capitano Granit Xhaka, sempre più leader di un gruppo che gli riconosce un penso specifico. Affronteremo i maestri del fùtbol consci del loro blasone, ma con una certezza che oggi attraversa tutto il Paese: in fondo, anche noi non siamo Messi così male.

Dopotutto, l'intera carriera di Messi è la dimostrazione vivente che l'impossibile nel calcio semplicemente non esiste, che i confini della logica si possono spostare. E se a questa magia del campo si unisce la folle realtà extra-calcistica di questo torneo – dove persino l’asse Trump-Infantino è arrivato a cancellare una squalifica con un colpo di spugna politico –, allora significa miracolo è possibile. Anche quello di battere l'Argentina.

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