Andrea Puglia dell'OCST: "Fortunatamente, tramite la contrattazione collettiva, molte aziende di diversi settori si stanno aprendo a un miglioramento generalizzato dei sistemi di welfare"

di Andrea Puglia *
Il “22° rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone”, pubblicato il 25 giugno scorso, propone un’interessante analisi sugli effetti della crisi demografica sulla popolazione attiva in Svizzera.
Oggi il 57,6% dei residenti in Svizzera risulta attivo al lavoro. Si tratta tuttavia di un valore destinato a calare a causa dell’invecchiamento della popolazione. Ne dà evidenza l’Ufficio federale di statistica, che propone periodicamente delle proiezioni sul futuro demografico: secondo lo scenario attuale di riferimento, nei prossimi 25 anni il saldo tra le nascite e i decessi – ad oggi ancora leggermente positivo – non contribuirà più alla crescita demografica, in quanto il dato della mortalità sarà superiore ai nuovi nati, il che condurrà necessariamente a una riduzione della quota attiva della popolazione.
Si tratta di una notizia pessima non solo dal profilo sociale, bensì anche dal punto di vista economico. Perdere popolazione attiva significa infatti minor produzione di ricchezza, minori versamenti di contributi sociali (e, quindi, maggiore pressione sugli istituti di previdenza) e minori entrate fiscali. Aumentano poi le difficoltà ad avere un mercato del lavoro florido, in quanto la mancanza di risorse umane metterebbe seriamente a rischio la tenuta di molte imprese, con spese massicce per la ricerca di personale.
Al tempo stesso, il rapporto citato evidenzia come il saldo migratorio positivo, che si ipotizza rimarrà piuttosto elevato almeno fino al 2030 per calare poi nei dieci anni successivi, consentirà di contenere la contrazione della popolazione attiva, secondo le previsioni, a uno 0,6% nei prossimi quindici anni.
L’altra via essenziale per arginare una diminuzione del numero di lavoratori e lavoratrici attivi è aumentare la partecipazione al mercato del lavoro nella fascia d’età tra i 15 e i 64 anni. Attualmente in questo gruppo, il 72,7% della popolazione è attiva, ma sarebbe necessario aumentare questa quota al 75,7% nei prossimi 15 anni. Questo consentirebbe di neutralizzare gli effetti del calo demografico.
Un aumento della partecipazione al mercato del lavoro tra i 15 e i 64 anni è possibile in primo luogo con un miglioramento della conciliabilità tra il lavoro e resto della vita: un maggiore riconoscimento da parte delle aziende per i compiti di cura cui le lavoratrici e i lavoratori sono chiamati nei confronti dei figli e dei genitori, ma anche una maggiore considerazione per tutte quelle attività delle quali le persone si fanno carico e che arricchiscono la vita della comunità, quali il volontariato nelle associazioni sportive e ricreative, nelle parrocchie, in favore dei giovani e dei meno fortunati.
Fortunatamente, tramite la contrattazione collettiva, molte aziende di diversi settori si stanno aprendo a un miglioramento generalizzato dei sistemi di welfare che vorrebbero tutelare il work life balance. Ne sono un esempio il miglioramento dei congedi di maternità, paternità e per altre esigenze specifiche, una migliore regolamentazione del telelavoro e del diritto di disconnessione, la riduzione dell’orario di lavoro settimanale o comunque l’implementazione sempre maggiore di sistemi di orario flessibile.
Non bisogna inoltre trascurare l’importanza della formazione continua, che consente alle lavoratrici e ai lavoratori di essere sempre aggiornati rispetto all’evoluzione della propria professione, sia sotto l’aspetto degli strumenti tecnologici sia, più in generale, delle nuove competenze richieste. Curare questo aspetto non è solo di competenza dei singoli collaboratori, bensì è una precisa corresponsabilità delle aziende che, se non prevedono incentivi in tal senso, rischiano di svilire lo sviluppo professionale delle proprie risorse umane, generando nel lungo periodo una crescente difficoltà nel reintegrarle nel mercato del lavoro con conseguenze che, come detto sopra, ricadrebbero su tutta la comunità.
La crisi demografica ci ricorda insomma che il lavoro non è una risorsa inesauribile. Per questo motivo, ogni misura volta a favorire l'occupazione, la formazione continua e una migliore conciliazione tra vita professionale e privata non rappresenta soltanto un beneficio per i lavoratori, ma un investimento strategico per l'intera società.
* vice-segretario cantonale OCST e responsabile per il settore Terziario