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Il Federalista
30.01.2024 - 16:080

Le 'quote verdi' come le antiche indulgenze per lavarsi la coscienza “carbonica”

In molti casi, specialmente ma non solo per progetti che prevedono la conservazione di una foresta, stimare il bilancio di CO2 è pressoché impossibile

di Beniamino Sani e Luca Robertini per il Federalista

Nuova “vendita delle indulgenze” o strumento per promuovere lo sviluppo? Rimangono assai controverse le cosiddette compensazioni di CO2 tramite crediti di carbonio. Ovvero, quei certificati equivalenti a tonnellate di anidride carbonica non emesse o assorbite, grazie a un progetto di tutela ambientale, che possono essere acquistati, con il beneplacito della legge, da enti e imprese.

Le compensazioni di CO2 sono già ora imposte dalla legge svizzera ai produttori-importatori di carburanti. Si tratta di alcuni centesimi aggiunti al litro di benzina, che le varie Socar o Shell usano per comprare i crediti - e, dunque, finanziare i progetti. Quali? Dal piantare o conservare una foresta, alla promozione di impianti per la trasformazione dei rifiuti organici dell’agricoltura in biogas, alla costruzione di turbine eoliche in Africa. E chi più ne ha più ne metta.

Compensazioni che possono essere acquistate anche da altre aziende, in ambito privato. Non sono poche le imprese, infatti, specialmente tra le più grandi, che comprovano la loro sostenibilità presentando titoli di “carbon neutral” o “emissioni zero”. Si tratta di aziende che, non potendo operare senza emissioni di CO2, “puliscono” il loro conto carbonico compensando appunto la quota di emissioni non evitabili attraverso i crediti carbonici.

Le aziende interessate ad acquistare i crediti si rivolgono a società che si occupano dello sviluppo dei progetti e della commercializzazione dei crediti. La più grande in Svizzera è South Pole, la quale sviluppa questo tipo di scambi con Paesi di tutto il mondo: appalta i progetti di riduzione di emissione alle aziende indigene dei Paesi in cui opera e, a progetto ultimato, compera a chi ha ricevuto gli appalti i crediti di carbonio per una quantità equivalente alla mole di gas serra che il progetto ha evitato di emettere (o ha permesso di assorbire), vendendoli poi ad aziende svizzere.

Il dibattito sulle compensazioni all’estero

Il tema è anche di passaggio in questi giorni nelle stanze commissionali a Berna. Tra i punti della “Legge CO2” in preparazione per il periodo successivo al 2024 vi è anche la quantificazione del numero di compensazioni che possono essere compiute all’estero da aziende con sede in Svizzera.

I deputati del Consiglio nazionale vorrebbero fissarle al 25%, ma la Commissione degli Stati tende a porre limiti meno restrittivi. Motivo: i certificati esteri, a parità di quantità di CO2, costano in realtà una frazione di quelli acquistati in Svizzera, e i progetti finanziabili sono essenzialmente illimitati.

L’idea delle compensazioni all’estero, come vedremo, presenta però alcuni aspetti poco chiari. La Confederazione, tramite l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) svolge infatti un ruolo di vigilanza su progetti che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza. Anzi, la Svizzera in questo campo sembra aver assunto un ruolo pionieristico. Il modello scelto dal nostro Paese secondo alcuni osservatori potrebbe essere adottato da tutte le economie ricche che si rivolgono al Sud globale per compensare emissioni create in patria.

 

La peculiarità starebbe nell’aver consolidato rapporti particolari con alcuni Paesi selezionati, sui quali la Confederazione si concentra e verso i quali orienta i progetti delle nostre aziende. "La Svizzera è il primo Paese che sia riuscito a portare a termine simili accordi", ha detto a Swissinfo Axel Michaelowa, ricercatore presso l’Università di Zurigo e partner della società di consulenza Perspectives Climate Group, riferendosi alle intese stabilite da Berna con 14 Stati (tra i quali Perù, Uruguay, Marocco, Tunisia, Senegal, Ghana, Kenya, Malawi, Tailandia e Georgia).

Le compensazioni carboniche dunque potrebbero affiancare in qualche modo i progetti svizzeri di cooperazione allo sviluppo e agire - pur se in piccolo - come volàno a sostegno delle economie emergenti. Ma i rischi di commettere danni anziché risolverli sembra non essere indifferente.

Se è vero che quello delle emissioni di gas serra è un problema globale: non altrettanto vero è che il sistema delle compensazioni sia, così come concepito ora, in grado di risolverlo. Non sono poche, infatti, le problematiche emerse. 

Valore dei crediti carbonio: poca trasparenza

Un primo problema è legato alla trasparenza del valore dei crediti venduti: i dati forniti dalle aziende che li trattano non sono sempre attendibili. A fine ottobre 2023, per citare uno dei tanti esempi, South Pole, il già citato gigante svizzero dei crediti di CO2, si è ritirato da un progetto in Zimbabwe volto a conservare le foreste del Paese a seguito delle pesanti accuse di commercializzare crediti senza valore (sollevate da un’inchiesta del periodico “New Yorker”).

In molti casi, specialmente ma non solo per progetti che prevedono la conservazione di una foresta, stimare il bilancio di CO2 è pressoché impossibile. Non si può calcolare "quanta deforestazione sia evitata”: è un dato incalcolabile poiché dipende dai tassi di deforestazione, in continua evoluzione e non noti per gli anni a venire. È dunque chiaro che il valore dei crediti venduti in un caso come questo rischia di essere del tutto arbitrario.

Pulirsi la coscienza carbonica con progetti che si sarebbero comunque fatti?

Un secondo problema, per certi versi più grave, riguarda il criterio di "addizionalità". Tale criterio è una delle poche disposizioni sulle compensazioni bilaterali di emissioni definite dall’accordo di Parigi (recepito anche dalla legge svizzera). Esso definisce che una delle condizioni per poter procedere a compensazioni bilaterali è che il "Paese ospitante" riceva un aiuto economico per progetti che altrimenti non verrebbero mai realizzati. Altro criterio difficile da verificare.

Riportiamo qui due esempi che mostrano le difficoltà che si presentano nella valutazione. Il primo riguarda il "Bangkok E-Bus Programme", progetto che ha visto la sostituzione nel 2022 dei bus a benzina della capitale della Thailandia con più ecologici pullman elettrici. Due ONG svizzere (Alliance Sud e Azione quaresimale) hanno sottolineato che gli autobus elettrici sarebbero arrivati a Bangkok anche senza l’accordo e i relativi fondi: la loro consegna era già infatti programmata dai piani del Governo.

Il secondo esempio sembra violare il principio di addizionalità in maniera meno diretta ma altrettanto problematica. Parliamo del progetto promosso dalla solita South Pole in Perù (rivelato da un’indagine di Caritas svizzera, qui), volto a sostituire le cucine delle economie domestiche con nuovi modelli meno inquinanti.

Tralasciando le difficoltà di valutazione del valore dei crediti, il problema causato da questa procedura non è indifferente: infatti, anche il Perù si è impegnato a ridurre le proprie emissioni del 30% entro il 2030. Ma “se un Paese ricco come la Svizzera rivendica per sé le misure di protezione climatica più semplici” (come quella della sostituzione delle cucine) - scrive Caritas, “per il Perù diventa praticamente impossibile (...) ridurre le proprie emissioni” (sempre e comunque minori di quelle elvetiche).

Tutto da cestinare dunque?

Occorre comunque sottolineare i riscontri positivi di queste pratiche, che certamente esistono. I già citati progetti avanzati da South Pole, infatti, mostrano anche conseguenze interessanti per la cooperazione allo sviluppo: risolti i problemi di trasparenza e reale impatto dei crediti, gli effetti benefici potrebbero essere rilevanti. 

Lo mostrano, del resto, proprio i progetti già citati. Nel caso riportato da Caritas, gli utenti intervistati per lo studio hanno affermato di utilizzare, grazie alle nuove cucine, la metà della legna da ardere rispetto al passato e si ritengono soddisfatti: un progetto, dunque, che ha migliorato la qualità di vita di decine di migliaia di famiglie.

Aiutare i Paesi in via di sviluppo a modernizzarsi “saltando” i gradini dello sviluppo tecnico che hanno invece inevitabilmente pesato sull’ambiente e sulla salute dei Paesi occidentali, dall’uso del carbone in poi, può dunque avere risvolti positivi.

 

 

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