IL FEDERALISTA
"Hezbollah: un’ideologia non si sconfigge con un missile"
Claudio Mésoniat dialoga con il vescovo libanese Jules Boutros, incontrato poco a nord di Beirut

di Claudio Mésoniat - Il Federalista

Torniamo in Libano per dialogare, nella seconda parte del nostro reportage, con un giovane vescovo il cui dinamismo si accompagna all’intelligenza della fede e si traduce in gesti di avventurosa carità e di genialità diplomatica. Dalle missioni umanitarie nei villaggi martoriati del Sud ai colloqui con i decisori del Congresso a Washington, agli incontri di riflessione con politici e giornalisti libanesi. Per un Libano che appartiene a cristiani, sunniti, sciiti e drusi, libero dalla soggezione alle armi, alla corruzione e all’ideologia della "longa manus" di Teheran.

In questo mese di ottobre gli abitanti dei pochi villaggi rimasti in piedi nel sud del Libano sono impegnati a raccogliere olive e foglie di tabacco nei campi. Sono villaggi a forte maggioranza cristiana (maronita o melchita), in tutto una quindicina, i più grossi dei quali sono Rmeish, Ain Ebel e Debel. Quelli sciiti, poco meno di cinquanta, sono stati rasi al suolo dalle IDF, le Forze Armate Israeliane, che applicano una dottrina di “terra bruciata” analoga a quella impiegata nella Striscia di Gaza, allo scopo di eliminare tunnel, postazioni di lancio e depositi di armi di Hezbollah.

La popolazione sfollata -alcune centinaia di migliaia di libanesi sciiti- ha dovuto riparare a nord del fiume Litani, oltre la nuova zona cuscinetto instaurata da Israele al di là della “zona blu”, area di confine nella quale dal 1979 operano i caschi blu delle Nazioni Unite (in procinto, purtroppo, di abbandonare definitivamente il Libano). Alcune migliaia di sfollati sciiti hanno trovato rifugio a Beirut, dapprima in tendopoli di fortuna e oggi all’interno di strutture -conventi, scuole, palestre- in buona parte appartenenti alla Chiesa cattolica maronita.

A inizio luglio, visitando in compagnia di mons. Jules Boutros una tendopoli sorta a pochi metri dal mare -là dove sei mesi prima aveva celebrato Messa Leone XIV- incontrammo un’anziana sciita rimasta sola e intenzionata a rientrare al più presto nel suo villaggio, situato nei pressi del confine con Israele. “La mia casa non c’è più, è stata distrutta, ma non importa, posso montare questa tenda in giardino, ma io devo tornare subito nel mio paese -ci aveva spiegato perentoria-, perché stanno maturando le olive, le devo raccogliere ed estrarre l’olio, altrimenti tutto va perduto”.

Qualche giorno fa abbiamo reincontrato il vescovo Jules Boutros nelle colline sopra Jounieh (poco a nord di Beirut), a Daroun-Harissa, nel Monastero di Nostra Signora della Liberazione.

Un vescovo indomabile

Monsignor Boutros si era mobilitato sin dal 7 marzo di quest’anno per accogliere (e non solo logisticamente) gli sciiti sfollati dalla periferia sud di Beirut, bersagliata da missili e droni israeliani dopo che Hezbollah aveva trascinato insensatamente il Libano in una nuova guerra, “per vendicare l’assassinio della Grande Guida Ali Khamenei” (perito il 28 febbraio all’inizio dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran). Jules Boutros ha dalla sua la giovane età: quando fu ordinato all’episcopato a 39 anni, nel maggio del 2022, era il più giovane vescovo della Chiesa cattolica. Ma la sua dinamicità è travolgente.

All’interno della comunità siro-cattolica, cui appartiene, gli è stato nuovamente ri-assegnato il compito di rettore del seminario patriarcale, con una dozzina di giovani da seguire nel loro percorso vocazionale. Nell’ambito della Conferenza dei vescovi libanesi, è responsabile della Pastorale giovanile nonché della Commissione Giustizia e pace (“impegno sociale, difesa dei diritti umani e prese di posizione sulle crisi nazionali libanesi”). 

Dal Sud del Libano al Congresso USA

Quando lo incontriamo sulla terrazza del monastero, in un infuocato tramonto mediterraneo a 600 metri sopra il mare, è da poco rientrato da un viaggio di alcuni giorni negli Stati Uniti, preceduto dalla partecipazione a una missione umanitaria nei villaggi cristiani del sud libanese (che visita da mesi con regolarità). Cogliere il nesso tra i due viaggi di monsignor Jules -nel sud del Libano e negli Stati Uniti- è forse la chiave che consente di sciogliere l’enigma del “disarmo di Hezbollah” (per collegarci alla prima parte del nostro reportage).

Eccellenza, nel sud del Paese i villaggi cristiani sono stati “risparmiati” dai bombardamenti a tappeto da parte delle IDF. Eppure l’impressione è che il loro destino sia segnato.

Jules Boutros “Dall'inizio di questa guerra, anche i cristiani sono stati sfollati e le nostre comunità si sono ridotte nel corso dei decenni, mentre le crisi successive spingono i giovani libanesi a emigrare. D’altra parte, però, il Sud ospita sciiti, cristiani, drusi e altre comunità libanesi, i cui villaggi, i cui mezzi di sussistenza e il cui futuro sono intrecciati da generazioni. È insieme che dobbiamo investire nei luoghi da cui il conflitto recluta i suoi combattenti: scuole, università, imprese locali, infrastrutture e posti di lavoro. Nessun giovane dovrebbe dipendere da un'organizzazione armata per la propria sicurezza o sopravvivenza”.

Chi è rimasto in quei villaggi, come gli 8mila abitanti di Al-Qlayaa, nel distretto di Marjayoun (il cui parroco, padre Pierre al-Rahi, avventuratosi in soccorso di alcuni feriti ai margini del villaggio, è stato falciato da un carro armato israeliano il 9 marzo scorso), lo ha fatto sottraendosi a un ordine di evacuazione intimato dalle IDF. Al-Qlayaa, come gli altri villaggi rimasti in piedi -ci spiega mons. Jules- non ha più connessioni stradali, digitali, elettriche. Sopravvive grazie a viveri e medicinali incessantemente procurati dai convogli umanitari (che affrontano a loro volta viaggi pericolosi e autorizzati dopo complesse trattative).

"Il futuro del Libano non può ridursi al tema delle armi"

Il secondo viaggio del nostro interlocutore, ideato e concertato insieme ad alcune importanti personalità della comunità libanese negli Stati Uniti, avviene pochi giorni dopo il rientro dai martoriati villaggi del Libano meridionale. Gli emigrati libanesi -è abbastanza noto- non sono di quelli che stanno con le mani in mano. Ma in questo caso… esagerano. Trentasei incontri (36) organizzati nel torno brevissimo di cinque giorni. Incontri non banali. Mons. Boutros riesce a intercettare senatori e deputati statunitensi di entrambi i partiti, a gruppi di cinque; ai quali si aggiungono esponenti di primo piano dell’Amministrazione Trump.

Quali le tesi che il vescovo libanese ha loro esposto?

Mons. J. Boutros “Ho detto loro anzitutto che da Washington la guerra in Libano può apparire principalmente come uno scontro tra Israele e Hezbollah, incentrato sulla comunità sciita libanese. Dal Libano, e soprattutto dal Libano meridionale, la prospettiva è diversa e ci riguarda tutti, tutte le nostre comunità. Il nostro futuro non può essere garantito da un Libano permanentemente militarizzato o dall'estromissione di un'altra comunità. Il Libano sopravvive perché i suoi abitanti cristiani, sciiti, sunniti e drusi hanno scelto, seppur imperfettamente, di condividere un unico Paese. Quando una qualsiasi comunità giunge alla conclusione che lo Stato non la rappresenta né la protegge, l'intero patto nazionale si indebolisce”.

In altre parole, lei ha detto ai suoi interlocutori che il futuro del Libano non può essere ridotto al tema delle armi e, in particolare, delle armi di Hezbollah. Ma esistono anche quelle…

“Non nego che esista la questione degli armamenti. Ai miei interlocutori a Washington ho anche detto che il sostegno all’esercito libanese è certamente importante. Ma la protezione che lo Stato deve offrire non riguarda solo le armi. Un giovane ha bisogno anche della prospettiva di costruirsi un futuro. Quando lo Stato non è in grado di fornirla, altri colmano il vuoto. Hezbollah ha quindi costruito la sua influenza attraverso scuole, assistenza sanitaria, stipendi, sussidi sociali, oltre ad armi e ideologia. E un'ideologia non si sconfigge con un missile, ma con un'idea più convincente”.

Tra politici e giornalisti

È in questa prospettiva che lei è coinvolto, sin dalla sua genesi, nell’Accademia per la formazione di giovani alla politica, attraverso, in particolare, l’approfondimento della dottrina sociale della Chiesa? Un’iniziativa di cui il Federalista ha riferito a suo tempo conversando con il professor Daccache.

“Infatti, è un’idea concepita e realizzata insieme. La nostra Leadership Academy for Peace è stata pensata per formare i giovani libanesi, a cominciare dai cristiani, affinché concepiscano il potere come servizio, a tutto il Paese. Il Libano ha bisogno di leader politici in grado di contrastare la corruzione, ricostruire le istituzioni e convincere i giovani libanesi che il loro futuro si può costruire in patria”.

Un’iniziativa che avete esteso, in qualche modo, al mondo del giornalismo.

“Sì, intercettando un interesse che non ci saremmo mai aspettati. Ci siamo rivolti espressamente a giornalisti cristiani che lavorano in tutti i media libanesi, dalla stampa scritta a radio e televisioni, chiedendo se potesse interessare un incontro per approfondire insieme il nostro contributo alla società libanese che attraversa un momento cruciale. In pochi giorni ci sono giunte una settantina di iscrizioni. Ci incontreremo tra qualche giorno”.

 

 

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