Claudio Mésoniat: "A sfidarsi mortalmente nella guerra tra Iran e Stati Unito sono due patologie: quella di una ragione malata e quella di una religione strumentalizzata"

di Claudio Mésoniat - articolo pubblicato su ilfederalista.ch
Nella confusione informativa che accompagna ogni guerra, qualche giorno fa si è infilata la notizia, poi accertata, di un attacco iraniano alla base statunitense di Diego Garcia, nell’Indo-Pacifico. Fatti due calcoli, gli esperti balistici hanno comunicato al mondo che i razzi dei Pasdaran possiedono una gittata di 4000 chilometri e possono quindi lambire le capitali della nostra Europa.
Per noi, al momento, i danni tangibili si fermano al lievitare dei costi della benzina, che ci ricordano come la guerra in un’economia globale interconnessa riversi i suoi costi anche su chi non vi è coinvolto militarmente. Ma il presentimento che i famosi “pezzi” della “guerra mondiale” si stiano allineando e saldando tra loro si fa incombente.
Proviamo allora a ragionare sulla natura della guerra in corso, al di sotto della scorza geopolitica e militare, cercando di cogliere quali siano i sistemi culturali che identificano nel profondo i nemici che si affrontano. Islam contro Occidente? La contrapposizione -frequente nella pubblicistica- appare grossolana. Occorre mettere a fuoco.
Ruhollah Khomeini, colui che istituzionalizzò il terrorismo islamista creando la Repubblica Islamica dell’Iran nel 1969, intraprese una guerra apocalittica contro l’intero Occidente, “impero del male”, del quale gli USA rappresentavano il “Grande Satana” (in virtù delle pesanti interferenze del cinismo affaristico americano nella storia iraniana). Oggi, in pieno conflitto, i gerarchi della teocrazia iraniana, decimati ma quasi inebriati dalla prospettiva di un imminente “martirio per Allah”, non si risparmiano di mettere in scena le impiccagioni pubbliche dei dissidenti nelle diroccate piazze del Paese. C’è qui un’evidente deformazione della religione islamica.
Chi ha eletto quei due?
Sul fronte opposto, colui che si autoproclama “difensore dei valori occidentali”*, Donald Trump, è un leader che -al di là della personalità infantile- dispone delle leve di comando su un gigantesco potere economico e militare e si affida alla minaccia e all’uso della forza proprio per calpestare (e deridere) il diritto internazionale (elaborato in particolare dopo le guerre del secolo scorso, come esito di una pace vera tra nemici, che rappresenta una delle espressioni più mature dell’etica politica occidentale).
Accanto al capo della Casa Bianca, vi è un leader, Benjamin Netanyahu, noto per il suo spregiudicato tatticismo, che lo induce non solo a mantenere stabilmente Israele in stato di guerra allo scopo di aggirare i propri guai giudiziari, ma al tempo stesso ad approfittare del clamore mediatico del conflitto con l’Iran per consentire ai coloni ultraortodossi di compiere impuniti le peggiori ingiustizie verso i palestinesi della Cisgiordania.
Si tende tuttavia a dimenticare, sia in un caso che nell’altro, che non si tratta affatto di dittatori: Trump e Netanyahu sono uomini politici regolarmente eletti -e anche più di una volta sola- dai cittadini dei rispettivi Paesi. Si affaccia qui, specularmente alla patologia religiosa cui accennavamo sopra, una patologia della ragione. Quella stessa ragione che dovrebbe sorreggere i “valori occidentali”. Ci stiamo allontanando troppo dalla realtà della guerra in corso? Forse no.
L’idea di Kant
Leggendo nei giorni scorsi la biografia intellettuale di Ali Larijani, eliminato il 17 marzo e considerato il vero uomo forte del regime, mi ha colpito la fissazione del Larijani-filosofo (era docente universitario) per la figura di Immanuel Kant, al quale l’ideologo della Repubblica Islamica aveva dedicato ben tre libri. Quali i motivi di tanto interesse per il filosofo di Königsberg?
Kant (1727-1804) può essere considerato il filosofo della modernità occidentale. Il suo tentativo -per ridurre all’osso la lettura geniale che ne diede Joseph Ratzinger- fu quello di salvare il complesso dei valori essenziali della morale e del diritto maturati in epoca cristiana dalle contrapposizioni e dalle guerre tra confessioni scoppiate dopo la perdita dell’unità a seguito della Riforma.
Quel tentativo di fondare la morale etsi Deus non daretur (come se Dio non esistesse) -ragionava l’allora cardinal Ratzinger in una conferenza tenuta a Subiaco nell’aprile del 2005-, sebbene nobile, ha portato a una morale “ridotta” che, nel lungo periodo, senza la fede non ha retto. “Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. [...] Il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo”.
Di che spiegare, insomma, il forte interesse per Kant da parte del filosofo del khomeinismo Ali Larijani.
Ma per restare nell’alveo del nostro tema, si consideri l’emblematico e inglorioso tracollo delle Nazioni Unite, baluardo del diritto internazionale, frutto -come dicevamo- di una pace ottenuta a duro prezzo, quello della stessa Seconda Guerra Mondiale (la quale ci ricorda, peraltro, l’insensatezza di un pacifismo assoluto, ovvero della capitolazione di fronte alla violenza del più forte).
Le patologie della religione e quelle della ragione
In un discorso del giugno del 2004, pronunciato in occasione del 60° anniversario dello sbarco degli Alleati in Francia (in “La vera Europa, identità e missione”, Cantagalli, 2021) lo stesso Ratzinger aveva messo a tema lo scontro -attuale allora come oggi- “tra le grandi democrazie e il terrorismo di matrice islamica”. Senza sconti per le patologie della religione, dove “Dio viene trasformato in un idolo nel quale l’uomo adora la sua propria volontà” (fino al culto del martirio).
Ma senza sconti neppure per le patologie della ragione: dalle ideologie totalitarie (nazismo e marxismo) -per le quali, “se serve alla costruzione del futuro mondo della ragione, uccidere persone innocenti può risultare buono”- fino alla costruzione della bomba atomica, “con la quale la ragione, invece di essere potenza di costruzione, ha cercato la sua forza nella capacità di distruggere”.
Con una chiosa in qualche modo sarcastica, su cui riflettere. A uno “Stato della pura ragione” che -puntualizza Ratzinger- cancellasse con fervore laicista “ogni riferimento alla propria storia”, “alla fine resterebbe solo il criterio positivistico del principio maggioritario, cui consegue il declino di un diritto governato dalla statistica”. Ogni riferimento agli “eletti” di cui sopra è puramente nostro.
La pace tra ragione e fede e il compito dei cristiani
Malattie della ragione e strumentalizzazioni della religione, per tirare le somme, sono patologie che a un livello profondo -quello che abbiamo cercato di lumeggiare e che ovviamente non esclude e anzi si intreccia con altre dimensioni, di carattere ad esempio economico e geopolitico- possono concorrere alla distruzione del diritto e alla guerra. Come sintetizzava il grande pensatore divenuto Papa, infatti, “senza la pace tra ragione e fede non ci può essere neppure la pace nel mondo, perché senza la pace tra ragione e religione si prosciugano le sorgenti della morale e del diritto”.
Con una aggiunta importante, riferita al compito dei cristiani: "Far sì che la ragione funzioni in pienezza, non solo nell'ambito della tecnologia e del progresso materiale del mondo, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la sua capacità di cogliere la verità e riconoscere il bene, che è la condizione del diritto, e quindi anche il presupposto della pace nel mondo".
*Inincidente e ornamentale, nel caso suo come dei suoi consiglieri e delfini, i cattolici Vance e Rubio, il saltuario riferimento ai “valori cristiani”. È sotto gli occhi di tutti, peraltro, come il Papa “americano”, Leone XIV, falsifichi giorno dopo giorno qualsiasi velleità di aggrapparsi ai criteri della “guerra giusta” per dare fondamento morale a un’iniziativa avventuristica e dalle motivazioni torbide.