Dopo l’articolo del Caffè sul ricorso ai padroncini da parte di politici nostrani l'esponente di Area liberale respinge parte delle accuse e precisa alcune “chiamate”. Parole di fuoco anche su lavoratori indigeni e frontalieri

CASTEL S. PIETRO – “Stare fuori dall’Europa non significa dare a tutti i costi i lavori agli svizzeri”. È questa in sintesi la risposta data da Alberto Siccardi, titolare di Medacta SA ed ex esponente Udc e ora di Area liberale, dopo che ieri il Caffè lo aveva eletto “campione” del ricorso ai padroncini, sia per la sua azienda che per la sua abitazione privata.
Infatti, stando all’articolo, Il ricorso della Medacta a tali prestazioni riempie paginate dell'elenco e “Siccardi, autentico paladino dell'antieuropeismo, ricorre a specialisti italiani persino per la manutenzione del giardino di casa".
Delle rivelazioni che, almeno in apparenza, mal si conciliano con le posizioni politiche dell’interessato, così come per tutti gli altri nomi emersi dall’inchiesta giornalistica.
Abbiamo pertanto raggiunto Siccardi per un commento, che non le ha mandate certo a dire, esprimendosi anche sul delicato tema dei frontalieri e dei lavoratori indigeni.
Alberto Siccardi, ieri il Caffè l’ha promossa a “campione” dell’utilizzo dei padroncini, sia per la sua azienda Medacta, che privatamente per la cura del suo giardino. Come risponde alle critiche? E come concilia le sue posizioni politiche antieuropeiste con il ricorso sistematico al lavoro distaccato?
“Per quanto riguarda il mio giardino non è assolutamente vero, le faccio tranquillamente i nomi dei miei giardinieri: il primo si chiama Bizzini, ed è l’ex sindaco di Morcote, e poi ne ho un altro per le malattie delle piante che è Sergio Gobbin, sempre ticinese, almeno la smettiamo con queste cazzate. Comunque le dico già che su questo argomento ho una mia precisa idea, il punto di vista di una persona ‘normale’, e se vuole gliela spiego…”
Prego.
“Il pensiero è questo: io sono un autentico antieuropeista, e mi spiace non poter fare ancora di più per aiutare la Svizzera a restare fuori dall’Europa. Detto questo “stare fuori dall’Europa” non significa dare a tutti i costi i lavori agli svizzeri. Le porto due semplici esempi, dei quali ho anche conservato i dossier: nel primo caso si trattava credo di una ricopertura del tetto dell’azienda, il secondo riguardava invece la costruzione di una scala esterna. In entrambi i casi io avevo in mano sia offerte italiane che svizzere e, al momento di attribuire, sono andato dalle ditte svizzere proponendo di aggiungere un 20% sul prezzo italiano, decidendo di spendere di più proprio per favorire il mercato locale. Ebbene, nessuna delle aziende svizzere ha accettato…”
Sta quindi dicendo che la colpa è degli artigiani svizzeri?
“Io sono ben felice di dare lavoro agli svizzeri e di assumere gli svizzeri, ma nel caso degli impiegati quando non trovo assumo chiaramente italiani o stranieri. Per quanto riguarda i padroncini invece quando un’azienda svizzera mi presenta un preventivo doppio, o del 60-70% in più, rispetto a un’azienda italiana, dal mio punto di vista se ne sta approfittando e non sono disposto ad andare oltre il 20%, anche perché tra l’altro queste ditte fanno lavorare personale italiano e comprano il materiale oltreconfine raddoppiandone il prezzo. Non è sempre così, io lavoro bene con tantissimi artigiani locali, in particolare a casa, ma spesso accade il contrario e io non sono disposto a farmi ‘fregare’. E mi preme anche puntualizzare un’altra cosa…”
Dica.
“Io economicamente cerco di fare i miei interessi, possibilmente facendo abbassare i prezzi degli svizzeri, però non venitemi a dire che questo discorso c’entra con l’essere o meno europeisti, perché non c’entra nulla! Io sono antieuropeista e posso continuare a comprare i servizi degli italiani quando sono estremamente meno cari, e questo non ha nulla a che vedere con l’europeismo, è solo un fatto economico puntuale nel tempo, come lo è comprare una cosa in Cina o in America perché in Svizzera costa caro.”
Però al di là delle questioni economiche, se ne pone anche una morale: ovvero quando le persone che pubblicamente si schierano in difesa del mercato locale poi nel privato se ne infischiano, chiamando padroncini o frontalieri.
“Io il lavoro indigeno l’ho difeso facendo quello che le ho detto, ovvero offrire di più agli artigiani nostrani, di più non mi sento di fare. Non sono alla ricerca di risparmi meschini, però non accetto che gli svizzeri approfittino di certe situazioni politiche per tirare sui prezzi aumentandoli a dismisura. E anche per quanto riguarda il frontalierato ce ne sarebbero da dire..”
Vuole dire che anche sui frontalieri le responsabilità degli “indigeni” sono maggiori di quel che si pensa?
“Vedrete, io sono pronto a scommettere che al momento che verrà davvero introdotta e formalizzata la “preferenza indigena” se ne vedranno delle belle. Io ho svolto tanti colloqui con degli svizzeri in disoccupazione che alla fine o hanno rifiutato la mia proposta di stipendio, e parliamo ad esempio di 4'500 franchi a un ragazzo di 23 anni disoccupato, oppure arrivano e ti dicono che vogliono solo il metà tempo, insomma fanno di tutto per non essere assunti perché in disoccupazione stanno bene.”
Sta dicendo che i ticinesi non hanno voglia di lavorare?
“Io sostengo un po’ quello che ha già sostenuto Tarchini, che ci è andato giù abbastanza pesante, ma che a ragione ha affermato che i disoccupati svizzeri non sono disposti ad accettare un posto di lavoro se già ci sono 20 km di macchina da fare, condivido pienamente questo punto di vista. Dalle mie esperienze posso dire che la disoccupazione in Ticino andrebbe gestita in modo molto più severo.”
dielle