L'ex Consigliere Nazionale UDC racconta uno spaccato del mondo del lavoro ticinese: " Le principali lamentele nascono dall’impiego in programmi POT (Programmi occupazionali temporanei) senza senso e demotivanti che impediscono di effettuare liberamente ricerche di occupazione. Una sorta di obbligatorietà nel passare le giornate a far poco o nulla con altri sventurati nelle stesse demoralizzanti condizioni"

Il termine «diversamente occupati» è la nuova versione di disoccupati. Una formula per rendere socialmente meno dura la realtà alla quale i senza lavoro devono soggiacere. Lascio a chi legge giudicare l’innovazione, personalmente esprimo lo stesso giudizio dato da Fantozzi nel vedere il film «La corazzata Potemkin».
Ho la fortuna di avere ancora un lavoro ma il ricevere regolarmente offerte spontanee di persone alla ricerca di una qualsivoglia occupazione è specchio di una situazione pesante da accettare. Rispondo, purtroppo negativamente, alle richieste e mi sono dato la pena di capire cosa si nasconde dietro a tanta disperazione.
Il quadro è piuttosto fosco e l’attuale struttura di supporto, a chi lavoro non ha, è alquanto burocratizzata e farraginosa. In parecchi casi emerge un discorso fra sordi tra chi deve versare i contributi (Cassa disoccupazione) e chi deve (Ufficio regionale di collocamento) aiutare nella ricerca di nuovi sbocchi.
Sinergie e orticelli separati, il tutto a scapito di chi deve trovare nuovi modi per sopravvivere. Chi ha pagato per anni i contributi (Assicurazione disoccupazione) non è un mendicante che accampa pretese ma un cittadino che ha partecipato a finanziare nel tempo quello che oggi da disoccupato è diventato un suo diritto. Il reinserimento non è facile ma le principali lamentele nascono dall’impiego in programmi POT (Programmi occupazionali temporanei) senza senso e demotivanti che impediscono di effettuare liberamente ricerche di occupazione. Una sorta di obbligatorietà nel passare le giornate a far poco o nulla con altri sventurati nelle stesse demoralizzanti condizioni.
Dai più viene vissuta come una punizione e non certo come uno stimolo. Chi vuole intraprendere ricerche di soluzioni in proprio non è certamente facilitato da questi lacci che ne impediscono l’elasticità nel relazionarsi alla ricerca di nuovi sbocchi.
Sopra i 50 anni sono ben poche le vie percorribili e a volte il tentare una propria via solitaria nell’aprire una nuova attività è l’unica possibilità rimasta. Gente che ha un passato professionale e un’esperienza di vita è trattata allo stesso modo di chi non ha mai avuto un lavoro e ha un’età che più si adatta alle nuove esigenze.
Vi sono certo delle facilitazioni per mettersi in proprio ma non pensate con una forma dinamica che consenta di adattare i modi e soprattutto i tempi a situazioni particolari. Non tutti i tentativi di riciclarsi professionalmente necessitano delle stesse condizioni.
I canonici tre mesi di supporto scoraggiano molti e prevale così il timore di non poter rientrare a beneficio della disoccupazione. Una prospettiva non certo incentivante.
Siamo dotati di leggi obsolete e troppo spesso il ruolo dei consulenti è ingabbiato in regolamenti senza nessuna possibilità di interpretazione a dipendenza della persona a cui si rivolgono. Una maggiore elasticità dovrebbe consentire di personalizzare i problemi dei singoli e facilitare il reinserimento lavorativo e sociale. Le statistiche lasciano il tempo che trovano, è il lato umano che viene sottovalutato e lo spettro dell’assistenza incombe come una mannaia sulla vita di molti.
I «disoccupati» o «diversamente occupati», come oggi si chiamano, meritano maggior rispetto e più attenzione umana da parte di chi è preposto ad aiutarli e non a vessarli.
* già consigliere nazionale UDC