POLITICA E POTERE
Mega-controcorrente: Dell'Ambrogio difende il "famigerato" olio di palma. Tigri e oranghi vanno protetti, ma...
Il segretario di Stato: "Ho incontrato dei produttori di olio di palma in Indonesia e Malesia. Sono disposti, per poter esportare, a condizioni limitative: come quelle imposte ai nostri contadini "

di Mauro Dell’Ambrogio (da Opinione Liberale) *

 

Le buone intenzioni, gli ideali, i valori sono una buona cosa. Ma militare per un ideale si riduce spesso all’identificazione di nemici da demonizzare. L’origine bellica della parola “militare” e la presenza di “demoni” nelle fedi religiose bene illustrano le connessioni semantiche e antropologiche di questo comportamento.

 

Così, senza un sano distacco critico e scientifico, con le sole buone intenzioni, dagli ideali e dai valori si scivola nell’errore e nel fondamentalismo. Per i comunisti i nemici sono il profitto e il capitalismo, per i sovranisti il diritto internazionale e l’Unione Europea, per i verdi – colti ormai da qualche dubbio sulle pale eoliche che abbattono gli uccelli e sugli organismi geneticamente modificati che sfamano l’umanità – l’olio di palma.

 

L’estensione delle coltivazioni di palma da olio è una delle minacce per la conservazione delle foreste equatoriali, e della biodiversità in esse presenti. Vero. Come non preoccuparsi per tigri e oranghi in via di estinzione? Rifiutarsi di comprare alimenti e cosmetici contenenti olio di palma, sul piano personale, e vietarne l’importazione, sul piano politico, sembra il minimo da fare per interrompere o almeno frenare questo disastro. (Che riguarda la biodiversità e non il cambiamento climatico: le foreste di palme assorbono CO2 e producono ossigeno come ogni altra).

 

Ma la verità ha anche altre facce, basta documentarsi un po’. La palma da olio è il vegetale che permette di ricavare la maggior quantità di olio commestibile per metro quadrato coltivato, e di parecchio. Dipende dal clima e da altri fattori, ma per produrre la stessa quantità di olio con girasoli, colza, arachidi o ulivi occorrono da quattro a dieci volte più metri quadrati che con le palme.

 

Dunque, da un punto di vista di uso razionale e parsimonioso del suolo, visto che le palme da noi non crescono, sarebbe meglio produrre l’olio con le palme e riconsegnare alla naturale biodiversità i terreni finora destinati alla coltivazione di girasoli, ulivi eccetera.

 

Il punto debole di questa proposta è evidente: è improbabile che oranghi e tigri possano, prima di estinguersi, adattarsi alle foreste non-tropicali: al massimo si moltiplicheranno lupi e orsi. Ma se ci mettiamo nei panni dei produttori e delle popolazioni dei paesi tropicali, possiamo capire quanto puzza di becero colonialismo l’invito che implicitamente facciamo loro: smettetela con l’olio di palma e comprate invece il nostro olio di colza e di arachidi, perché ormai al nord i mammut li abbiamo estinti, mentre della conservazione degli elefanti siete responsabili voi.

 

I Brasiliani si sono scelti recentemente un presidente che più anti-verde non si può, per reazione analoga a quella con cui in Ticino si è cominciato a votare L’olio di palma Lega per le limitazioni di velocità in autostrada imposte con poco tatto da Berna.

Ho incontrato dei produttori di olio di palma in Indonesia e Malesia. Sono disposti, per poter esportare, a condizioni limitative: come quelle imposte ai nostri contadini che devono lasciar parte dei terreni allo stato brado, rispettare la delimitazione tra campi e foreste.

 

Ma il crescente ostracismo incondizionato in Europa contro l’olio di palma lo considerano – e non possiamo dare loro torto – un semplice pretesto contro un prodotto concorrente di cui hanno l’esclusiva. Il Consiglio federale sta negoziando accordi di libero scambio con alcuni paesi produttori, fra altro, di questo prodotto. Accordi che contengono strumenti per far dipendere i contingenti liberi da dazio dal rispetto di principi di protezione ambientale nelle coltivazioni.

 

Apriti cielo: per i nostri Verdi l’olio di palma è da bandire in ogni caso, ne va del futuro della Terra. Domandina a cui i Verdi non riflettono: con quali atteggiamenti nel commercio internazionale la nostra Terra avrà le migliori probabilità di essere salvata?

 

* segretario di Stato alla ricerca

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