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01.08.2022 - 12:170

Sergio Morisoli: "Il federalismo svizzero: questo sconosciuto"

Il capogruppo UDC ci scrive in occasione della Festa nazionale: "Da circa sette secoli il federalismo svizzero è un work in progress"

di Sergio Morisoli*

Quasi ogni anno, in vacanza in montagna o al mare mi capita di incontrare amici o cittadini italiani e di parlottare con loro di politica: noi e voi o voi e noi. Regolarmente si va sul tema del federalismo, e più spesso su quello svizzero. Sempre, ma proprio sempre quando inizio a descriverlo in grandi linee, restano con la bocca spalancata. Anch’io resto sempre sorpreso nel rendermi conto di quanto i nostri vicini siano all’oscuro di qualcosa che funziona; e funziona bene da molto tempo.

Il federalismo svizzero è complesso e da circa sette secoli (all’inizio non si chiamava ovviamente così) è sempre un work in progress; mai fermo sempre alla ricerca di un miglioramento. Da sempre nulla è imposto, programmato, deciso dall’alto. Al contrario è la realtà, l’esperienza, la pratica che lo modellano e lo aggiustano di secolo in secolo e di decennio in decennio. Il bello è che ognuno degli attuali 26 Cantoni ha la sua forma, i suoi contenuti ma alla fine la radice e i rami sono di un unico tronco federalista: si potrebbe dire una sorta di unione nelle diversità.

La Confederazione ha un ruolo sussidiario, basta dire che incamera e spende circa il 30% dei mezzi finanziari, mentre il 70% rimane ai Cantoni e ai Comuni. Basta dire che i 26 Cantoni non sono “regioni amministrative” ma sono ognuna una Repubbliche indipendenti con tanto di Costituzione propria. Basta dire che la cittadinanza sono i Comuni a concederla agli stranieri o che ogni Cantone gestisce e amministra la giustizia con magistratura, procura e tribunali propri, essendo il Tribunale federale unicamente un organo di ricorso di ultima istanza. L’ultimo cantiere di ammodernamento del federalismo, al quale ho avuto l’onere di partecipare direttamente nell’organo direzionale, si è concluso nel 2005 dopo dieci anni di lavoro su due traiettorie: ridistribuire i compiti pubblici tra Confederazione e Cantoni (minimizzare il centralismo e promuovere il decentramento) e riformare il sistema di perequazione finanziaria che ne copre i costi (chi paga comanda e chi comanda paga). Il Popolo nel 2006, l’ultima volt alo fece una quarantina di anni prima, confermò il lavoro fatto votando diversi nuovi articoli costituzionali che stanno permettendo ancora oggi questo ammodernamento (mai finito. Questo processo, in apparenza lento e ben ponderato, di riforma evolutiva del federalismo avviene da sempre anche a livello Cantonale. Il federalismo non è un concetto univoco e astratto, ma è declinato in modo diverso all’interno dei Cantoni. Hanno infatti tutti origine, storia, sensibilità e cultura diversa. In molti Cantoni il federalismo è molto spinto, in altri è ancora in fase di ottimizzazione. Il Ticino non fa eccezione e nel 1997 il popolo approvò la revisione totale della nostra Costituzione cantonale.

La carta fondamentale fino allora conteneva ancora molti tratti impressi dalla storia al nostro Cantone. Fino al 1803 era una sorta di baliaggio dei Cantoni primitivi Uri, Svitto e Utervaldo (diremmo una colonia) che nei 5 o 6 secoli precedenti si contendevano con i Milanesi il territorio. Poi giunse Napoleone che con l’atto di mediazione del 1803 liberò il Ticino e lo rese a tutti gli effetti indipendente e membro della Confederazione con gli stessi diritti e doveri degli altri allora 18 Cantoni. La bandiera rosso e blu del Ticino, sembra voluta dallo stesso Napoleone, sono i colori di Parigi in segno di riconoscimento per l’autonomia ottenuta (la bandiera della capitale del Ticino, Bellinzona, invece ancora oggi ha il biscione dei milanesi). Da questi fatti la nostra Costituzione era forse la ” più francese “ delle costituzioni, da qui una tendenza a dare maggiore importanza allo Stato e alla sua centralità rispetto ad altri Cantoni, in particolare della svizzera tedesca. Un DNA questo che poi venne via e via modificato nei 200 anni di vita autonoma del Ticino.

La cultura e la mentalità della politica locale risente ancora in parte di quegli orientamenti iniziali, ed è per questo che solo negli scorsi 4 o 5 anni si poté finalmente completare la nostra Costituzione con alcuni principi molto federalisti. Personalmente ho potuto promuovere e introdurre, dopo un decennio di lotta politica nella Costituzione tre modifiche sostanziali, approvate nel 2019, 2020 e 2021 prima dal parlamento e poi dal popolo. La prima. Il rafforzamento dei diritti popolari, ossia facilitare l’uso della democrazia diretta attraverso la limitazione della raccolta a 7'000 firme necessarie per le iniziative e i referendum legislativi, e a 10'000 firme quelle per le modifiche costituzionali; ma la cosa più importante si sono praticamente triplicati i tempi a disposizione per la raccolta. Quindi poche firme e tempi più lunghi per raccoglierle nonostante la popolazione aumenti. La seconda. L’introduzione del principio di sussidiarietà nella costituzione. Una battaglia di quasi 12 anni per ancorare questo fondamentale principio di libertà e di valorizzazione della società civile con conseguente adattamento di tutte le leggi a tale articolo Costituzionale. La terza in ordine di tempo. L’iscrizione nella Costituzione dell’articolo che impone il referendum finanziario obbligatorio per le decisioni di governo e Parlamento che superano una certa soglia di spesa. Anche qui si tratta di lasciare l’ultima parola al popolo in merito a scelte politiche di spesa che lo chiamerebbero alla cassa come contribuente.

Sono tre esempi di modifica della nostra Carta fondamentale e di come il federalismo non sia mai acquisito definitivamente e di come necessiti di un processo continuo di miglioramento per non lasciarlo deperire. Penso che la nostra esperienza potrebbe essere molto utile per chi sta cercando da molto tempo e con molti tentativi, non di trovare nuove formule per vincere le elezioni, ma per chi ha a cuore nuove formule per riformare le istituzioni con un occhio di riguardo per la società civile; cioè per migliorare la rappresentatività e la legittimità di quelle democrazie un po’ in affanno.

*capogruppo UDC

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