"Il contesto va conosciuto, certo, ma questo non significa che il dramma per la perdita di un figlio sia attenuato perché ha un passato criminale"

Maurizio Canetta, lei, come politico ed esperto di comunicazione televisiva, avrebbe accettato l’invito a partecipare a trasmissioni dedicate alla tragedia di Crans-Montana sulle reti italiane?
"Avrei scelto con cura la testata. Ci sono trasmissioni di qualità, nelle quali si discute, si argomenta, si polemizza anche, ma con l’obiettivo di capire. In altri casi si gioca la carta del caos organizzato. Ci sono trasmissioni che sono come la commedia dell’arte: c’è un canovaccio, ogni attore ha un ruolo e spettatrici e spettatori lo sanno benissimo. Poi attori e attrici recitano a soggetto, ma tu sai già da che parte vanno. Personalmente avrei evitato quei palcoscenici. Succede che gli studi si riempiono di esperti improvvisati in procedura penale, sicurezza, giustizia. Poi, tra qualche settimana, saranno esperti in strategia militare o armamenti nucleari. E sono sempre gli stessi presunti esperti. Un ruolo centrale lo giocano conduttrici e conduttori. Se si trasformano in domatori da circo, con tanto di frusta e sedia per attizzare la discussione, allora tutto diventa insostenibile. Peggio ancora se si ergono a giudici insindacabili".
Come si spiega l’animosità di una parte dei media italiani contro la Svizzera – in particolare contro la politica e l’apparato giudiziario – su questo caso?
"Credo ci siano diverse motivazioni. In primo luogo, le carenze evidenti dell’inchiesta e della comunicazione delle autorità svizzere che, unite all’emozione fortissima per questa tragedia, fanno nascere un sentimento di incredulità e di rabbia. Poi c’è il malcelato piacere di poter colpire un Paese da tutti ritenuto pulito, perfetto, organizzato: il piccolo vicino che in Italia o è sconosciuto o è invidiato. Questa volta lo si può criticare e attaccare. Quella che in tedesco si chiama “Schadenfreude”. Infine c’è l’aspetto politico, forse indiretto, addirittura subliminale. Tra poco in Italia si vota sul referendum sulla giustizia: attaccare la giustizia svizzera può far passare il messaggio che, se anche la presunta “Svizzera perfettina” sbaglia, allora teniamoci la nostra giustizia così come la stiamo organizzando".
Nella trasmissione di Massimo Giletti è stato ospitato a due riprese Christian Pidoux, padre di un ragazzo morto nel rogo. Pidoux ha attaccato duramente la politica e la giustizia elvetica. Filippo Lombardi ne ha ricordato i gravi precedenti penali, ritenendo inopportuna, nel caso specifico, la sua testimonianza. Giornalisticamente, è un’informazione rilevante a suo parere?
"Pidoux ha un passato pesantissimo. Condanna a nove anni nel 2001 per il rapimento Lagonico, un amico che lui invidiava. Fu condannato per presa d’ostaggio aggravata ed estorsione; nella sentenza si disse che agì per “sete di guadagno e gusto per il denaro facile”. La pena fu poi ridotta a sette anni e mezzo. Pidoux tornò in prigione qualche anno dopo per aver violato i termini della libertà condizionale. Il contesto va conosciuto, certo, ma questo non significa che il dramma per la perdita di un figlio sia attenuato perché Pidoux ha un passato criminale. La sua testimonianza, in questo caso, è quella di un padre precipitato in una spirale di sofferenza indicibile. Non mi pare si possa definire inopportuna, tanto più che Pidoux ha, mi pare, regolato i conti con la giustizia. Gli attacchi di Pidoux credo siano mossi dalla disperazione. Di fronte a un dramma simile ci sono reazioni diametralmente opposte: c’è chi si sfoga in pubblico e va addirittura in televisione, c’è chi si chiude in se stesso, c’è chi cerca il contatto con i proprietari del Constellation e trova conforto in un incontro totalmente privato. Mi è capitato di incontrare vittime di situazioni simili e scoprire che il contatto con un giornalista, la presenza di una telecamera, erano per loro una sorta di catarsi. Dunque non me la sento di giudicare i comportamenti di chi ha perso un figlio in quel modo".