SECONDO ME
Oliviero Pesenti su Crans: “È un dolore straziante che conosco personalmente. Che merita rispetto e verità”
“In nome di una presunta libertà di cronaca, si è assistito a una deriva che ha superato il confine della critica legittima per trasformarsi in un processo mediatico sommario”

di Oliviero Pesenti *

Il dramma di Crans-Montana merita prima di tutto silenzio, rispetto e verità. Merita di essere raccontato con misura, con rigore, con la consapevolezza che al centro non vi sono titoli o audience, ma vite spezzate e famiglie travolte da un dolore assoluto.

Desidero esprimere, senza alcuna riserva, la mia più profonda vicinanza e il mio cordoglio sincero ai familiari delle vittime, colpiti dalla perdita dei loro figli. È una tragedia mostruosa, disumana, che nessun genitore può accettare. Un dolore straziante che conosco personalmente e che so non avere parole sufficienti per essere raccontato. Proprio per questo, quel dolore non può e non deve essere vilipeso, semplificato o utilizzato come materia da talk show televisivi.

Purtroppo, una parte rilevante dell’informazione italiana ha scelto un’altra strada: quella della semplificazione brutale, dell’insinuazione, talvolta della menzogna consapevole. In nome di una presunta libertà di cronaca, si è assistito a una deriva che ha progressivamente superato il confine della critica legittima per trasformarsi in un processo mediatico sommario, non solo contro singole responsabilità, ma contro un intero Paese.

È doveroso dirlo con chiarezza: il diritto di cronaca non coincide con il diritto di diffamare, né con quello di deformare la realtà per alimentare indignazione, consenso o rendite politiche. Che vi siano state responsabilità politiche e comunicative iniziali da parte del Comune di Crans-Montana e del Consiglio di Stato del Canton Vallese è un fatto serio, che va accertato e discusso nelle sedi competenti.

Allo stesso modo, va riconosciuto che anche la Procura del Canton Vallese ha mostrato limiti evidenti nella comunicazione pubblica, adottando toni e modalità che, pur forse corretti sul piano formale, sono apparsi freddi, distanti e scarsamente empatici di fronte a un dramma umano di questa portata. In simili circostanze, il rispetto delle procedure non dovrebbe mai prescindere da una comunicazione capace di riconoscere il dolore delle famiglie e della collettività. Questo aspetto merita una riflessione seria e autocritica.

Detto ciò, da qui a sostenere — esplicitamente o per allusione — che la Svizzera sia un Paese incline all’insabbiamento, alla connivenza tra politica e giustizia o addirittura a logiche mafiose, il passo è non solo falso, ma gravemente irresponsabile.

Molte affermazioni circolate in questi giorni dimostrano una preoccupante ignoranza dell’ordinamento giuridico svizzero, delle sue procedure, dei suoi tempi e delle sue garanzie. Ignoranza che non viene corretta, ma reiterata, anche di fronte a smentite pubbliche e verificabili. Questo non è giornalismo d’inchiesta: è spettacolarizzazione del sospetto, è informazione urlata che sostituisce i fatti con le insinuazioni.

Il mantra secondo cui “i giornalisti hanno il diritto di fare domande e pretendere risposte” è corretto solo a metà. Il diritto di informare comporta anche il dovere di conoscere le leggi del Paese di cui si parla, di rispettarne le istituzioni e di non imporre dall’esterno categorie giuridiche estranee a quel sistema. Fare domande non autorizza a costruire accuse; incalzare non legittima la forzatura; l’urgenza mediatica non può sostituire la verità.

Così facendo, non si colpiscono solo amministratori o uffici: si danneggia l’immagine internazionale della Svizzera, un Paese democratico, vicino, che ogni giorno offre lavoro a oltre centomila cittadini italiani e che intrattiene con l’Italia rapporti profondi, economici e sociali. Un danno sproporzionato, ingiusto e potenzialmente irreversibile.

Colpisce infine il paradosso di una stampa che riversa furore oltreconfine mentre il proprio territorio affronta emergenze drammatiche: dissesti idrogeologici, fragilità infrastrutturali, una giustizia interna attraversata da difficoltà strutturali. Utilizzare una tragedia come strumento di lotta politica è una scorciatoia che non onora uno Stato di diritto.

È tempo di abbassare i toni, di restituire centralità ai fatti, di distinguere le responsabilità individuali da quelle istituzionali e, soprattutto, di separare l’informazione dallo spettacolo. Il dolore delle famiglie non è un palcoscenico. La verità non è un’opinione. E il giornalismo, quello autentico, non ha bisogno di urlare per essere credibile.

Ritrovare la ragione oggi non è un segno di debolezza, ma un atto di maturità civile e democratica. Per rispetto delle vittime, per dignità delle istituzioni e per onestà verso l’informazione stessa.

* genitore

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