ANALISI
La politica debole nel Cantone dei piangina: serve uno scatto d'orgoglio
Oggi la cifra principale del Ticino è il vittimismo e il disfattismo. In pochi, ormai, si rimboccano le maniche per fare anziché per protestare

di Andrea Leoni

Un tempo erano i partiti ad orientare l’opinione pubblica. Oggi è l’opinione pubblica ad orientare i partiti. Un cortocircuito che manda in crisi la politica e, almeno in parte, il modello di democrazia liberale su cui si reggono i Paesi occidentali. Il piccolo Ticino non è da meno.

I partiti, che dovrebbero essere la cinghia di trasmissione tra le istituzioni e la popolazione, sono sempre più deboli. E questa fragilità li rende ostaggio della paura di diventare ancora più marginali, se non addirittura di scomparire. Del resto le ultime elezioni dimostrano come il consenso sia volubile. Vale anche per i leader: un tempo scalzare un uscente era impressa storica, oggi è un ipotesi che rientra tra le opzioni possibili.

All’interno di questo contesto i governanti non possono che lavorare con il freno a mano tirato. Quando escono dalla sala degli Esecutivi, le proposte sono già dimezzate. E quando escono dai Legislativi, c’è più acqua che vino nel bicchiere. Anziché convincere, si preferisce assecondare l’onda critica che regolarmente monta sul web: croce di chi Governa e delizia per le opposizioni, fino a quando anch’esse non sono chiamate ad assumersi delle responsabilità.

Le votazioni sono diventate una specie di psicodramma a puntate. Anche qui: troppa paura di bruciarsi. Si punta a vincere aggiungendo posti a tavola, e quindi facendo concessioni, creando pateracchi legislativi, la sagra dei paletti e dei distinguo. Perché, alla fine, meglio perdere insieme che da soli, così ci si può dare la colpa a vicenda.

Se questo continuerà ad essere l’andazzo, e tutto suggerisce come improbabile un cambiamento di rotta, il Ticino farà una gran fatica a compiere quelle scelte strategiche di cui ha bisogno. Andremo avanti a colpi di riformette e di progettini da Play Mobile, condannandoci sempre più a un ruolo periferico e irrilevante.

Le generazioni passate, pur facendo degli errori e strapazzando talvolta le regole, ci hanno lasciato in eredità un Cantone con delle opere, delle infrastrutture, delle istituzioni e degli indirizzi strategici, che oggi ce li sogniamo. È vero, avevano più soldi da spendere, ma avevano anche un’altra inventiva, un’altra capacità realizzativa e ben altra leadership nel tracciare la via e nell’aggregare maggioranze. C'era un’altra mentalità, insomma. In tutti, non solo i politici. 

Oggi la cifra principale del Ticino è il vittimismo e il disfattismo. Il giusto disagio sociale, frutto in larga misura della devastazione del mercato del lavoro, sta contagiando come un virus tutta la popolazione, compreso chi non avrebbe motivo di lagnarsi. Siamo diventati un coro di piangina, attaccati alla gonnella di mamma Stato, nell’attesa che faccia qualcosa o ci risolva i problemi. In pochi, ormai, si rimboccano le maniche per fare anziché per protestare. Per proporre invece che smontare. Per risolvere al posto che lamentarsi.

Perdiamo mesi, se non anni, in discussioni inutili, quando c’è un futuro da costruire. Mentre stiamo a bisticciare tra di noi sulla grandezza del nostro ombelico, se mettere o non mettere qualche milione di qua o di là, c’è un Paese che corre e un mondo che romba a tutta velocità.

Sono certo che nella pancia di questo nostro Cantone esiste ancora da qualche parte quella maggioranza silenziosa - di centro, di destra e di sinistra - che ha voglia di fare e non di crogiolarsi nella depressione, trastullando quel che resta del proprio ego sui social. Cittadini che hanno consapevolezza e orgoglio di quello che è il Ticino e che hanno l’ambizione di lasciare alle prossime generazioni almeno tanto quanto abbiamo ricevuto.

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