SECONDO ME
Ay: "Aiutare le PMI sì, ma senza vincoli?"
Il granconsigliere: "Era necessario porre maggiori paletti per elargire questo genere di aiuti, ad esempio la parità salariale tra lavoratrici e lavoratori ma anche il divieto di licenziamento. E chi non rispetta l'obbligo del telelavoro?"

di Massimiliano Ay*

Pochi giorni fa, nell'ambito della discussione che il Gran Consiglio ticinese ha affrontato sui cosiddetti “casi di rigore” concernenti le aziende colpite dai danni economici dovuti alla pandemia, sono intervenuto per chiarire come la priorità delle istituzioni dovesse essere, in questa fase, la protezione dei posti di lavoro.

Dato il forte rischio di chiusura di molte aziende (con fallimenti e licenziamenti) e il conseguente indebolimento del tessuto produttivo nazionale e cantonale, il Partito Comunista, pur sostenendo le misure di sostegno alle stesse, non può però non definirle anche largamente insufficienti oltre che piuttosto tardive: i 75 milioni di franchi votati dal parlamento cantonale, a cui si aggiungeranno altri 35 milioni, non solo non basteranno a far fronte alla recessione globale cui la nostra economia è e sarà confrontata, ma pure difficilmente saranno sufficienti per affrontare la situazione urgente delle PMI locali: si parla infatti di circa 5’000 aziende; capiamo quindi tutti che la cifra a disposizione è troppo limitata.

Per quanto sia essenziale un rafforzamento del sostegno alle imprese svizzere con una particolare attenzione alle realtà più fragili, in primis appunto alle PMI, non possiamo non rilevare che senza un potenziamento degli strumenti di pianificazione economica a disposizione dello Stato e il rafforzamento del controllo pubblico sui settori strategici dell'economia nazionale e cantonale sarà difficile uscire da questa situazione. La sopravvivenza dell'industria e quindi dei posti di lavoro ad essa connessi, l'approvvigionamento economico in generale del Paese, necessitano un massiccio intervento pubblico, che non si può limitare a “cerotti” quali il ricorso a fideiussioni. Ci vuole quindi un cambio di paradigma politico: lo Stato non deve solo servire ad aiutare – nell'ora del bisogno – quel padronato che per anni lo ha voluto indebolire nel nome dei dogmi liberisti.

Ma se la priorità è difendere i posti di lavoro, questo non significa che occorra difendere anche i … “ladri” (termine usato in aula dal PPD): era necessario (ma la maggioranza non l'ha voluto) porre maggiori paletti per elargire questo genere di aiuti, ad esempio la parità salariale tra lavoratrici e lavoratori ma anche il divieto di licenziamento perché è francamente una porcheria che chi riceve aiuti dalla collettività poi si “sbarazzi” dei propri dipendenti! E non ci lascia indifferenti nemmeno l'atteggiamento di alcuni dirigenti aziendali che si ritengono evidentemente al di sopra delle leggi e trovano sotterfugi per non rispettare l'obbligo al telelavoro, mettendo a rischio la salute dei propri dipendenti: l'aiuto finanziario è dovuto, sì, come però anche la sicurezza sanitaria di lavoratori e lavoratrici. 

*granconsigliere Partito Comunista

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