L'avvocato: "Il punto vero non è "più Italia ed Europa in Vallese", ma "più Svizzera in Svizzera": più risorse federali e più competenze specialistiche per un'indagine all'altezza"

di Niccolò Salvioni*
La richiesta della Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni di costituire una squadra investigativa comune con forze di polizia italiane per indagare sulla tragedia di Crans-Montana solleva una questione giuridica fondamentale che merita un'analisi approfondita, al di là delle comprensibili emozioni suscitate da un evento così drammatico.
La tragedia del 1° gennaio 2026 ha provocato 40 morti e 116 feriti, ma i numeri raccontano una storia spesso trascurata nel dibattito pubblico italiano. Tra le vittime, la maggioranza è svizzera: 21 morti (52,5%) e 69 feriti (59,5%). Le vittime italiane sono 6 deceduti (15%) e 14 feriti (12,1%), mentre Francia, Belgio, Portogallo, Romania, Turchia, UAE completano il tragico bilancio. Nel complesso, su 156 vittime totali, 90 sono svizzere (57,7%) e 20 italiane (12,8%). Si tratta probabilmente di una delle tragedie più vaste e complesse nella storia recente della Confederazione elvetica, con un impatto devastante soprattutto sulla comunità locale vallesana.
Gli strumenti di cooperazione giudiziaria internazionale tra Italia e Svizzera esistono già e sono pienamente operativi. Le Convenzioni bilaterali del 1959 e del 1998, insieme agli accordi europei in materia penale, prevedono meccanismi consolidati di assistenza reciproca. Le rogatorie internazionali permettono scambi investigativi, acquisizione di prove e audizione di testimoni. La stessa Italia ha proposto il coinvolgimento di Eurojust, l'agenzia europea per la cooperazione giudiziaria, che rappresenta il canale naturale per il coordinamento tra autorità inquirenti di Stati diversi. Inoltre, le famiglie italiane sono già rappresentate legalmente in Svizzera da avvocati svizzeri, tra i quali l'avvocato Fanti, garantendo così la tutela dei loro diritti nel procedimento penale cantonale.
Il problema giuridico della richiesta italiana è sostanziale. Le squadre investigative comuni (Joint Investigation Teams - JIT) previste dal diritto dell’Unione Europea non sono applicabili alla Svizzera, che non è Stato membro dell’UE. Quanto alle squadre investigative comuni disciplinate dalla Legge federale svizzera sull’assistenza internazionale in materia penale (LAIMP) negli art. 80dter-80dduodecies, queste sono concepite per fattispecie completamente diverse. Come ha spiegato l’ex procuratrice federale avv. Rosa Maria Cappa sul CdT, tali strumenti “normalmente si applicano alle indagini per crimine organizzato transfrontaliero” e sono stati utilizzati in precedenti collaborazioni italo-svizzere esclusivamente per casi di criminalità organizzata: l’operazione anti- ‘ndrangheta tra il Ministero pubblico della Confederazione e la Procura di Catanzaro nel 2016- 2020, o l’operazione contro il contrabbando d’oro del 2021. Come osservato da Cappa, “se l’indagine fosse stata aperta per un reato associativo sarebbe stato diverso, ma non è il nostro caso”. La tragedia di Crans-Montana riguarda ipotesi di omicidio colposo e incendio colposo, reati territoriali commessi interamente sul suolo svizzero, non criminalità organizzata transnazionale. La competenza penale rimane quindi rigorosamente cantonale, in virtù del sistema federalista elvetico, e il Canton Vallese è l’autorità competente per territorio.
I precedenti storici confermano questa impostazione in modo inequivocabile. Nel 1990, la tragedia aerea di Stadlerberg nel Canton Zurigo causò 46 morti. La competenza rimase esclusivamente al Canton Zurigo, e nel 1997 il Tribunale di Roma dichiarò formalmente l'incompetenza della giurisdizione italiana. Nel 2012, l'incidente stradale di Sierre in Canton Vallese provocò 28 morti, di cui 22 bambini. Anche in quel caso, la competenza rimase interamente cantonale. Mai nella storia svizzera sono state costituite squadre investigative miste con forze di polizia di Paesi esteri operanti sul territorio della Confederazione per casi di omicidio colposo. Esisterebbe però una soluzione alternativa, compatibile con l'ordinamento svizzero e potenzialmente efficace: il rafforzamento tecnico-operativo della Procura vallesana mediante supporto del Ministero pubblico della Confederazione (MPC), senza avocazione formale di competenza. Questo rafforzamento federale interno potrebbe concretizzarsi nell'invio quale supporto tecnico di procuratori federali con esperienza in indagini complesse, specialisti forensi, esperti di cooperazione internazionale, risorse tecnologiche avanzate per analisi dati e ricostruzioni tecniche, oltre a supporto nella gestione delle rogatorie internazionali verso i sette Paesi coinvolti dalla tragedia.
La differenza è fondamentale. Una squadra investigativa con forze italiane sul territorio svizzero, al di fuori dei casi previsti dagli accordi bilaterali, rappresenterebbe un'ingerenza nella competenza cantonale e nella sovranità giudiziaria elvetica, incompatibile con il sistema costituzionale federalista.
Il rafforzamento federale svizzero, invece, costituirebbe un supporto tecnico nel pieno rispetto dell'autonomia vallesana. Questa soluzione alternativa preserverebbe il ruolo centrale del Canton Vallese, che è il territorio maggiormente colpito dalla tragedia, la separazione dei poteri, l'autonomia cantonale e la sovranità giudiziaria svizzera.
Il Presidente della Confederazione Guy Parmelin è stato chiaro nel ribadire il principio costituzionale fondamentale: "La politica non può interferire nelle indagini. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri". Come ha sottolineato Cappa, "in Svizzera e in Italia i poteri sono separati, e Giorgia Meloni lo sa bene". Si tratta di un principio cardine dello Stato di diritto, valido tanto in Svizzera quanto in Italia, che protegge l'indipendenza della magistratura da pressioni esterne, siano esse interne o internazionali.
Cooperazione sì, dunque, ma nel rispetto reciproco delle sovranità e degli ordinamenti giuridici. Gli strumenti per ottenere giustizia esistono già e sono ampiamente collaudati. Il rafforzamento federale interno potrebbe rappresentare una soluzione autenticamente svizzera a un problema che ha colpito in pieno anche la Svizzera, dopo il Cantone Vallese, nel rispetto dell'ordinamento costituzionale federalista.
Le famiglie delle vittime, tutte le vittime senza distinzione di nazionalità, meritano verità e giustizia attraverso il diritto e le procedure legali stabilite, non attraverso escalation diplomatiche che scavalchino la sovranità giudiziaria degli Stati.
Il punto vero, in definitiva, non è "più Italia ed Europa in Vallese", ma "più Svizzera in Svizzera": più risorse federali, più competenze specialistiche, più coordinamento interno per un'indagine all'altezza della complessità di questa tragedia.
L’obiettivo comune deve essere giustizia per tutte le vittime. Nel rispetto rigoroso dei principi costituzionali e attraverso una cooperazione internazionale conforme agli standard della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Il principio dell'indipendenza della magistratura protegge le vittime oggi e gli imputati domani. Non può essere derogato nemmeno di fronte a tragedie eccezionali, perché è proprio in questi momenti che la tenuta dello Stato di diritto viene messa alla prova.
*avvocato