SECONDO ME
Porta: "Indebolire la RSI vuol dire rafforzare Mediaset e il giornalismo urlato"
Il presidente dell'ATG: "Contrariamente a quanto ci vogliono far credere i suoi promotori, l’iniziativa in votazione l’8 marzo non è per nulla moderata"

di Roberto Porta*

Smettiamola una volta per tutte con la fake news del canone più caro del mondo. Solo chi legge la realtà con un occhio solo può affermarlo. Qualsiasi dato va analizzato nel suo contesto, altrimenti si arriva a conclusioni parziali e fuorvianti. Il contesto svizzero ci dice che la SSR trasmette in quattro lingue e non in una sola. Il mercato pubblicitario elvetico è inoltre più piccolo di quello della maggior parte dei Paesi che ci circondano. E poi la Svizzera non brilla certo per prezzi modici per la maggior parte dei suoi beni di consumo.

Il costo del canone va letto guardando a questi parametri. Non credo che nel nostro Paese si voglia un ente radiotelevisivo con mandato pubblico che parli in una lingua sola o che marginalizzi le lingue minoritarie, a cominciare proprio dall’italiano. Il federalismo si basa fortunatamente su altri criteri. E proprio al capitolo “federalismo” c’è una notizia che nei giorni scorsi è passata un po’ inosservata, ma che ci riguarda da molto vicino. In gioco ci sono le finanze pubbliche del Canton Ticino e il meccanismo di ridistribuzione di fondi tra i cantoni benestanti e quelli più in difficoltà. È un meccanismo perequativo che, per i parametri che lo compongono, penalizza da parecchio tempo il Ticino.

La notizia sta nel fatto che, forse, modificando il parametro che riguarda il reddito dei frontalieri, il nostro cantone potrebbe ricavarne una decina di milioni in più all’anno. Tutto però rimane ancora da definire, il dossier si trova sulla scrivania del Consiglio federale. Un dato che val la pena mettere a confronto con un’altra chiave di riparto federalista, quella della SSR. Attraverso questo meccanismo la RSI riceve ogni anno oltre 200 milioni di franchi.

È un sistema che funziona e che permette alla Svizzera italiana di avere dei programmi radio-televisivi equivalenti a quelli della maggioranza svizzero- tedesca. Con delle ricadute importanti sul territorio, a livello di indotto, anche per altri settori economici. È vero, l’iniziativa prevede un articolo in difesa delle minoranze linguistiche ma è altrettanto vero che un sì l’8 marzo ridurrebbe della metà i fondi in arrivo dalla SSR – di un centinaio di milioni - e metterebbe questo principio sotto forte pressione. Pressione che sulla Svizzera italiana sarebbe di sicuro ancora più alta con un altro scenario: un no a livello svizzero ma un’approvazione dell’iniziativa in Ticino. Con un risultato del genere la maggioranza svizzero-tedesca avrebbe più di un argomento per tagliare proprio nella Svizzera italiana.

E qui arriviamo a una triste costatazione: queste settimane di campagna stanno mettendo in risalto un tremendo paradosso: la classe politica ticinese lotta a Berna per ottenere una decina di milioni di franchi in più all’anno, e una parte di essa – UDC, Lega e alcuni rappresentanti del mondo economico – si batte invece per far perdere alla nostra regione un centinaio di milioni all’anno. Sì, avete letto bene: arrecano danno alla loro stessa regione. Lascio ai lettori trarre le proprie conclusioni, per l’Associazione ticinese dei giornalisti un fatto è chiaro, questa iniziativa va chiamata per quello che è davvero: una zappa sui piedi.

Senza dimenticare un fatto centrale: indebolire la SSR, e la RSI, vuol dire accrescere la concorrenza dei canali stranieri - per la nostra regione Rai, Mediaset, Telelombardia, che fanno molto spesso giornalismo urlato - e quella delle grandi piattaforme online, imbottite di fake news. Tutto questo non farà che indebolire anche i media privati locali, Gruppo Corriere del Ticino e La Regione in primis.

Un pericolo messo in evidenza anche dal consigliere federale Albert Rösti, ministro UDC della comunicazione. E se lo dice chi ha tra le mani il timone politico del sistema mediatico svizzero qualcosa vorrà pur dire. Contrariamente a quanto ci vogliono far credere i suoi promotori, l’iniziativa in votazione l’8 marzo non è per nulla moderata: riduce i fondi SSR e azzoppa tutta - sì proprio tutta - la struttura mediatica svizzera e ticinese, pubblica e privata. Dirlo non è catastrofismo, ma è l’amara realtà dei fatti.

*presidente Associazione ticinese dei giornalisti ATG

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