SECONDO ME
Pesenti: “Voto NO ai 200 franchi. Ma non è un sì allo status quo”
“L’iniziativa è uno strumento sbagliato: un taglio lineare e drastico penalizza le regioni linguistiche minoritarie. Ma il NO non è un assegno in bianco alla RSI: servono riforme rapide e profonde”
TiPress / Pablo Gianinazzi

di Oliviero Pesenti *

Voterò NO all’iniziativa che propone di ridurre il canone radiotelevisivo a 200 franchi. Lo farò non per difendere l’attuale assetto della SSR e della RSI, che considero in larga parte sovradimensionato, inefficiente e non più adeguato ai tempi, bensì per evitare un danno strutturale e difficilmente reversibile al servizio pubblico nella Svizzera italiana.

Questo NO, però, non è un assegno in bianco. È un NO condizionato, esigente, critico. Ed è forse proprio questo il punto che troppo spesso viene ignorato nel dibattito pubblico, ridotto a una contrapposizione ideologica tra “difensori della democrazia” e “nemici del servizio pubblico”.

Il mondo dell’informazione è cambiato radicalmente. Negarlo significa vivere fuori dal tempo. I giovani non si informano più tramite la televisione tradizionale, i palinsesti lineari perdono progressivamente rilevanza, mentre contenuti digitali, social media, podcast e piattaforme online definiscono ormai l’accesso quotidiano alle notizie. In questo contesto, continuare a mantenere strutture, costi e logiche operative pensate per decenni fa non è solo inefficiente: è irresponsabile.

Una riforma profonda della RSI è inevitabile. Non opzionale. Inevitabile. È legittimo – anzi doveroso – chiedersi se sia davvero necessario, in Ticino, mantenere una struttura con oltre mille dipendenti per garantire un’informazione di qualità, pluralista ed equilibrata.

È altrettanto legittimo domandarsi perché il servizio pubblico debba continuare a investire massicciamente in sport e intrattenimento, settori nei quali il mercato privato è ampiamente presente, competitivo e capillare sul territorio. Il mandato del servizio pubblico non è replicare ciò che già esiste, ma garantire ciò che il mercato non assicura: informazione affidabile, approfondimento, cultura, coesione sociale e attenzione alle realtà regionali.

Su un punto, inoltre, è necessario essere onesti fino in fondo: lo squilibrio politico dell’informazione esiste. Non si tratta di una teoria complottista, ma di una constatazione condivisa anche da voci interne e da ex responsabili degli organi di vigilanza. Una narrazione sistematicamente orientata, anche solo per conformismo culturale, mina la credibilità del servizio pubblico e allontana una parte crescente della popolazione. Il pluralismo non può essere uno slogan: deve essere misurabile, verificabile e garantito nei fatti. E inoltre necessario chiarire un punto spesso ripetuto dai vertici dell’emittente: l’idea che una riduzione del canone metta in pericolo la democrazia è completamente fuori luogo e inaccettabile.

La democrazia non si misura con il numero di giornalisti, ma dalla loro professionalità, indipendenza e capacità di produrre contenuti di qualità dei programmi proposti. Sono inoltre profondamente contrario al fatto che il canone radiotelevisivo venga imposto alle imprese, le quali hanno altro da fare che guardare la televisione o ascoltare la radio. Far pagare il canone a chi produce valore, crea posti di lavoro e compete sul mercato internazionale è profondamente ingiusto e privo di senso. Il servizio pubblico è un bene collettivo per le cittadine e cittadini, non un onere da scaricare sul tessuto economico.

Detto questo, l’iniziativa sui 200 franchi resta, a mio avviso, uno strumento sbagliato. Un taglio lineare e drastico non distingue tra sprechi e funzioni essenziali. Penalizza in modo sproporzionato le regioni linguistiche minoritarie e rischia di privare il Ticino di oltre 100 milioni di franchi all’anno di risorse federali, frutto di una perequazione che riconosce finalmente la nostra fragilità strutturale. Rinunciare a tutto questo per un risparmio di poche decine di centesimi al giorno per abitante sarebbe un autogol politico ed economico. Il federalismo non va usato come spauracchio, ma nemmeno ignorato quando è in gioco la capacità della Svizzera italiana di avere voce, visibilità e peso nel contesto nazionale.

Il mio NO nasce quindi da una convinzione semplice: il servizio pubblico va riformato, non smantellato. Ma la riforma deve essere reale, profonda e rapida. Riduzione dei costi strutturali, concentrazione sull’informazione nazionale e cantonale, uscita progressiva dai contenuti commerciali, governance più rigorosa e un riequilibrio politico effettivo delle redazioni non sono più rinviabili.

Se questo NO servirà solo a conservare l’esistente, allora avrà fallito. Se invece sarà interpretato come un mandato chiaro al cambiamento, allora avrà avuto senso. La palla, ora, è nel campo della RSI. La credibilità del servizio pubblico dipenderà da ciò che farà dopo il voto, non da ciò che promette prima.

* imprenditore

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