SECONDO ME
“200 franchi”, Speziali: “La Svizzera non è on demand”
“Dietro questa iniziativa c’è un’idea di società che non condivido: pago solo ciò che consumo, che mi serve. Come se informazione, coesione e democrazia diretta fossero un abbonamento streaming. Ma la Svizzera non si è costruita così"
TiPress / Samuel Golay

di Alessandro Speziali *

L’iniziativa “200 franchi bastano!” suona bene, ma è una cattiva idea. La RSI-SSR non è solo un canale o una radio, è una presenza che conosce i luoghi e li rende visibili. Racconta associazioni, sport, cultura, valli e periferie. In un Paese piccolo, plurilingue e federale, questa non è una funzione accessoria ma è parte della coesione. Lo è ancora di più oggi, mentre si indeboliscono altre istituzioni che per decenni hanno costruito esperienze comuni e un vissuto condiviso: un esercito di milizia meno capillare, regie federali meno diffuse, presenze pubbliche meno radicate. Quando questi collanti si ritirano, la società non diventa automaticamente più libera: spesso diventa più frammentata, più isolata, più polverizzata.

Colpire anche il servizio pubblico mediatico significa togliere un altro pezzo di infrastruttura civile. Non è una difesa d’ufficio. Come PLRT siamo stati critici verso la RSI quando necessario. Proprio per questo infastidisce la scorciatoia intellettuale che si vuole vendere: siccome il servizio pubblico può sbagliare, allora lo si dimezza. Se il problema è la qualità, il pluralismo o la trasparenza, la risposta è pretendere regole migliori, confronto e responsabilità. Non un taglio che riduce redazioni, contrae la presenza regionale e rende inevitabile una centralizzazione dove chi è minoranza linguistica paga per primo – salvo poi lamentarsi che i giovani vanno Oltralpe o che in Ticino i salari soffrono.

Noi beneficiamo della solidarietà tra regioni linguistiche. Dal canone riscosso nella Svizzera tedesca sono ridistribuiti circa 230 milioni alla Svizzera italiana. Non sono solo soldi: sono giornalismo, produzione, sport, cultura, informazione sul territorio. Per questo colpisce vedere chi si proclama difensore del Ticino e poi sostiene, per disciplina di schieramento o per interesse delle grandi aziende, una proposta che al Ticino toglierebbe risorse e voce.

Dietro questa iniziativa c’è un’idea di società che non condivido: la logica del tutto on demand. Pago solo ciò che consumo, ciò che mi serve, ciò che mi somiglia. Come se informazione, coesione e democrazia diretta fossero un abbonamento streaming. Ma la Svizzera non si è costruita così. Il nostro benessere nasce anche da una paziente architettura comunitaria e solidale fatta di istituzioni, regole, servizi e di un terreno comune di informazione.

E poi c’è un punto politico e culturale: non voglio un paesaggio mediatico polarizzato, dove ogni canale diventa una curva. La neutralità perfetta non esiste, ma – per dirla con Max Weber – l’oggettività non è assenza di valori: è metodo, disciplina, distinzione tra fatti e giudizi, senso della responsabilità.

Per questo voterò NO. Non perché la RSI sia perfetta, ma perché una Svizzera che rinuncia a un terreno comune di informazione e riconoscimento reciproco si indebolisce. E il Ticino, in questo gioco, non ci guadagna: ci rimette voce, presenza e coesione.

  
* Presidente PLRT

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