SECONDO ME
Presunti abusi a scuola a Giubiasco, Caruso: "Se parlare è un rischio, i protocolli non servono"
"I protocolli intervengono quando un problema è già stato nominato. La prevenzione reale si gioca prima"
TIPRESS

*Di Roberto Caruso

Il problema non è quando il sistema interviene. È quando il contesto soffoca il dialogo. Nel dibattito seguito al caso di presunti reati sessuali di un docente, una frase è tornata con forza: "I protocolli non hanno funzionato". Un’affermazione che colpisce, ma che sposta lo sguardo da cause più profonde. Il DECS ha introdotto l’obbligo di segnalazione per i direttori scolastici. Qual è il significato di questo obbligo? In una scuola, segnalare un comportamento che riguarda i minori dovrebbe essere un riflesso naturale. Il fatto che sia stato necessario tradurre questo principio in un obbligo non è neutro: segnala che, in assenza di vincoli espliciti, la segnalazione fatica a emergere o non avviene. Non si tratta necessariamente di una mancanza individuale, ma di una difficoltà strutturale: segnalare espone, rompe equilibri, richiede una presa di posizione. Tuttavia, la prevenzione non è un protocollo. I protocolli intervengono quando un problema è già stato nominato. La prevenzione reale si gioca prima. È lì che entra in gioco il sistema di intercettazione precoce: la rete sociale della scuola, allievi, docenti, genitori.

Solo quando questi tre livelli comunicano, i segnali emergono e diventano comprensibili. Quando questo non accade, nessun protocollo può compensare. Perché questa rete funzioni serve una condizione essenziale: una fiducia concreta, quotidiana, in cui sia possibile parlare, sollevare dubbi, esprimere preoccupazioni senza esporsi a conseguenze. Ed è qui che entra in gioco il DECS. Questo non significa che i protocolli siano inutili. Ecco dove sta il paradosso: l’obbligo di segnalazione nasce anche per alleggerire la responsabilità individuale, ma nel contesto può finire per produrre esattamente l’effetto opposto. Nel mondo scolastico ticinese - come emerge da testimonianze e cautele mediatiche - esiste un vissuto diffuso: esporsi può essere rischioso. Non è solo un’impressione astratta.

Lo si vede anche nel modo in cui i docenti accettano, o rifiutano, di esporsi pubblicamente: interviste con identità protetta, volti oscurati, voci alterate. Segnali che indicano un disagio nel prendere parola, nel confrontarsi con il dipartimento. In questo contesto prende forma anche un timore ricorrente, quello della "caccia alle streghe" o del "se porti un problema, diventi il problema", che rafforza la prudenza, se non il silenzio. È un problema di condizioni: le segnalazioni funzionano solo se chi segnala si sente protetto, legittimato, ascoltato. In questo senso, il DECS non cura la rete, non tesse nodi: finisce per scioglierli. I protocolli possono anche funzionare perfettamente. Il sistema può apparire solido. Ma non dove serve. E a quel punto, non si previene più: si gestisce il danno.

*docente

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