“Anche se la divisa può attenuare alcuni effetti visibili di consumismo e differenze economiche, che cosa facciamo delle cause? Si può attenuare ciò che si vede. Ma la scuola deve lavorare su ciò che lo produce"

di Roberto Caruso *
(pubblicato oggi su LaRegione)
In questo clima da coming soon elettorale se ne sentono di ogni. Anche la (ri)proposta di valutare un abbigliamento comune nelle scuole dell’infanzia e nelle elementari ticinesi merita però qualcosa di più di una battuta. Mette a nudo ciò che copriamo.
Sull’abito discutiamo dalla foglia di fico. Manzoni fa dire al conte zio, nei Promessi sposi, che «l’abito non fa il monaco». Shakespeare, nell’Amleto, suggerisce invece che l’abito racconta chi lo indossa. Thomas Carlyle arriva a scrivere che la società è fondata sul vestito. Pirandello ha costruito buona parte della sua opera sul contrasto fra ciò che siamo e la forma con cui gli altri ci vedono. Non a caso uno dei suoi drammi s’intitola Vestire gli ignudi.
Sono immagini nate in un mondo più statico del nostro. Oscar Wilde aveva già intuito il movimento della moda: «una forma di bruttezza così intollerabile da doverla cambiare ogni sei mesi».
L’abito non fa la persona. Ma qualcosa di lei continua a raccontare.
I problemi che la proposta vuole affrontare sono reali. Meno convincente è la risposta.
Partiamo dalle differenze economiche. Oggi lo status non passa solo dalla maglietta o dai pantaloni, ma anche da scarpe, zaino, giacca e accessori. Un abbigliamento comune può attenuare alcuni segnali, ma non cancella la distinzione: in parte la sposta. Anche nei contesti in cui l’uniforme è più rigida emergono presto condizioni sociali, gusti e individualità.
C’è poi il senso di appartenenza. Nasce da relazioni, fiducia, esperienze condivise e regole riconosciute. Indossare gli stessi colori può rappresentarlo, forse anche rafforzarlo. Ma non è da lì che nasce.
Ancora meno convincente è l’idea che la divisa insegni a vestirsi in modo adeguato al contesto. Certo, una regola può essere spiegata e condivisa. Ma se voglio insegnare a un bambino che luoghi diversi richiedono scelte diverse, sottrargli stabilmente quella scelta significa rinunciare almeno in parte a fargliela esercitare.
Resta la domanda: anche se la divisa può attenuare alcuni effetti visibili di consumismo, marche e differenze economiche, che cosa facciamo delle cause?
Si può attenuare ciò che si vede. Ma la scuola deve lavorare su ciò che lo produce.
Questo è il lavoro della scuola: non eliminare le differenze, ma insegnare a leggerle; non togliere ogni occasione di scelta, ma accompagnare a scegliere; non sospendere artificialmente la società, ma preparare a starci dentro.
Parliamo di bambini fra i quattro e i dieci anni. A quell’età spiegare conta, ma mostrare conta di più. Gli adulti educano anche attraverso il modo in cui si vestono, si comportano e stanno con gli altri.
Dire che a scuola ci si presenta in modo consono non significa imporre un’uniforme. Significa mostrare che i contesti hanno codici diversi e che quei codici si imparano. Non per obbedienza cieca, ma per rispetto del luogo, della cultura, degli altri e di sé.
L’abbigliamento può allora diventare un’occasione educativa: per parlare di misura, libertà, consumo, pressione del gruppo. Per capire, crescendo, che scegliere non significa fare qualsiasi cosa, ma imparare a valutare.
Educare è più lento che uniformare.
La divisa nasconde. L’educazione mostra, spiega, accompagna.
* Docente