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La chiusura di Melisa e il nuovo volto di Lugano
Chiudono le librerie anche perché i ‘nuovi cittadini’ tanto cari ai reggenti della città non sono particolarmente interessati all’articolo; aprono invece, e funzionano, le boutiques del lusso, i grandi marchi internazionali o i marchi ‘di nicchia’ (ma per

La notizia della chiusura della libreria Melisa mi ha colpito in negativo per diverse ragioni. La prima è di natura emotiva, più precisamente sentimental-familiare. Alla libreria Melisa ha lavorato per alcuni decenni, nel suo deposito di Molino Nuovo, mio suocero Romano Vassere. Pensare a lui e al suo lavoro, e all’evoluzione dell’oggi, mi ha fatto pensare, fatte le debite proporzioni, a come l’impiegato della Melisa di questi giorni stia a quello di ieri come l’esubero Fiat del 2012, lasciato a casa dal vendicativo Marchionne, stia all’operaio Fiat degli anni ’60-‘70. “Operaio Fiat” era una denominazione che chi la portava la esibiva, con orgoglio, financo nel proprio annuncio funebre: era un segno distintivo, di dignità di sé e del lavoro, che era propria anche di chi appunto aveva lavorato in quella atipica libreria che era la Melisa di 40 o 50 anni fa. Una modalità di lavoro quasi olivettiana, mi dice chi la conosceva bene, che vedeva ‘padrone’ e dipendente inseriti in un sistema padronal-familiare che aveva pure una sua tenuta, una sua forza intrinseca. Ma la Melisa, e qui sta il secondo motivo di dispiacere, era pure stata una non comune esperienza di trasmissione di notizie e di informazioni dall’Italia alla Svizzera, e dunque di antidoto a tentazioni autarchiche mai sopite nella nostra piccola e spesso modesta provincia. Attraverso la Melisa arrivavano a Lugano e nella Svizzera italiana i giornali italiani (e lasciamo stare qui la non oziosa questione del prezzo dei medesimi, certamente eccessivo e fonte di ampio guadagno per la libreria stessa): una funzione lodevole di “messaggeria” depositata nel nome e di tutt’altro che inconsistente significato. A Lugano arrivavano, negli scorsi decenni e alla mattina presto, grazie alla Melisa, la “Nazione”di Firenze, il “Mattino” di Napoli, le tracce di una vita culturale e politica di un’Italia ancora concepita come unitaria e punto di riferimento culturale anche per la nostra realtà. Non so con esattezza quali siano stati i motivi alla base della decisione di chiudere, anche se evidentemente si tratta in primo luogo di fatti di natura finanziaria. Non credo che abbia tuttavia giovato alle sorti della libreria, e questa è una responsabilità di chi la ha gestita negli ultimi anni, il fatto di non avere avuto una figura di riferimento al suo interno (il libraio-proprietario non è in una libreria una figura di contorno, ne è l’anima essenziale), o non avere ritenuto di dovere dare (o mantenere) un colore specifico, differenziante, alla libreria stessa. Ma poi vi sono le ragioni di carattere generale (la diminuzione dei lettori, il franco forte che non incoraggia gli acquisti sulla nostra piazza eccetera), e quelle legate allo specifico luganese. Chiudono le librerie anche perché i ‘nuovi cittadini’ tanto cari ai reggenti della città non sono particolarmente interessati all’articolo; aprono invece, e funzionano, le boutiques del lusso, i grandi marchi internazionali o i marchi ‘di nicchia’ (ma per soli ricchi ) che tanto piacciono ai nuovi ambasciatori della vicina penisola nel nostro cantone: e pazienza, se le cravatte di Marinella, pochi metri più in là della ormai morta Melisa, siano di non remota berlusconiana memoria. A ogni epoca i propri simboli, a ogni pubblico il suo nutrimento: libri, o cravatte, che differenza fa?

Chiara Orelli Vassere

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