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Nanooooo???!!! Ti voglio bene
Storia di una promessa, di un'amicizia e di un libro mai scritto. Ricordo personale e privato del mio amico Giuliano Bignasca

Maledetto il giorno che ti ho fatto questa promessa. Fu quando se ne andò Rodolfo e a te era particolarmente piaciuto quello che avevi definito “il necro-elogio” per Pantani.  “Istruzioni per l’uso in caso di decesso di Giuliano Bignasca. Quando tocca a me lo voglio anch’io così. Scrivi quello che vuoi ma scrivilo così. Ok?”,  mi dicesti. “Vabbé Nano, poi ci pensiamo…che tanto ci sotterri tutti”. Ma ti impuntasti e per due volte te lo facesti promettere. Ed eccomi qui, vecchio amico mio, a rovistare nei ricordi sotto questa coltre densa e ossessiva di dolore, nei codici ancora indecifrabili della tua assenza, mentre vorrei stare zitto a pensarti, senza cercare di riempire il vuoto con le parole, ma alla peggio con una bottiglia di rum. 

Zapata, il Carrarino e Furibondo De La Serna. I tre partigiani autoproclamatasi la Resistenza al Cardiocentro. Tu, Pantani ed io, dietro quei soprannomi rivoluzionari. Tre cardiopatici che non volevano avere a che fare con i dottori. 
Ricordo quando avevamo pensato di realizzare un fotomontaggio con noi tre, con il pugno chiuso, e sullo sfondo l’ospedale del cuore con la slogan “Non ci avrai!”. Volevamo mandarla a Tiziano Moccetti, il nostro infaticabile, amorevole, amico dottore, che doveva fare i conti con ste tre teste calde che facevano i matti e scappavano. Sono passati più di due anni, voi non ci siete più, e io mi sono arreso. Il tempo consuma sempre anche le migliori e le più folli intenzioni. E non mi consola il fatto che siate andati fino in fondo anche perché avevate un’età per permettervelo.

Ma il ricordo di quella scemenza mai realizzata è il primo che mi viene in mente. Perché tu, assolutamente, non avevi paura della morte. Avevi paura di morire, di stare male. Per questo evitavi i dottori come si evita il traffico. Per non doverci fare i conti, per non doverti misurare con la possibilità che, forse, non andava tutto bene. Che lo sappiamo tutti: se c’è qualcosa che non va bisogna esaminarlo e poi curarlo. “Andrea, ricordati, una volta che ti trovano la minima cosa, sei in trappola, nelle loro mani, non ne esci più”.  Era il tuo mantra quando discutevamo della faccenda. Mi rincuora il fatto che con la morte ti ci sei dovuto misurare solo un momento, solo in quell’istante. E anche se ti ha preso di nascosto, a tradimento, so che quando l’hai vista hai avuto paura. Ma so anche che, seppure quella era la morte, non è che poteva pensare di portarti via senza un minimo di opposizione, una protesta, un vaffanculo. 

Prima di cedere all’ultimo respiro hai fatto a tempo a salutare tutti. A lasciare a tutti un ultimo ricordo che ti somigliasse perfettamente. Mercoledì i tuoi colleghi di Municipio. Giovedì il gruppo parlamentare della Lega. E poi tutti gli altri, con una telefonata, un incontro volante, un segno. 
Eri allegro, stavi bene, ma questo non è quello che più conta. Ciò che importa davvero è che negli occhi delle persone che stavi salutando, a tua e a loro insaputa, eri il Nano, uguale a te stesso, quello di sempre. Destino o no, così è stato.

Noi ci siamo salutati venerdì scorso, e anch’io ho negli occhi la tua faccia, le tue parole, la tua mano, uguali a come le ho conosciute sempre. Ma di questo dirò dopo. Perché prima voglio dire che nell’ultimo periodo proprio bene non stavi. Per circostanze della vita nelle scorse settimane abbiamo avuto occasione di vederci più volte. Come capita sempre a due amici, che magari per mesi non si sentono e non si vedono, come amici, e poi in altri ritagli dell’anno si incontrano in continuazione. Parlo del tempo dell’amicizia perché sul lavoro non c’erano sconti, anzi. Al telefono come di persona. Io giornalista e tu presidente di partito. Mi trattavi come gli altri, talvolta pure peggio, e io lo stesso. Addirittura c’era una doppia dimensione ed era strano perché tu eri sempre lo stesso. Eppure, a dipendenza se ci incontravamo come amici o in occasioni di lavoro, il tuo atteggiamento cambiava. Forse perché lo show e la vita si narrano in palcoscenici diversi. Anche se sono due spettacoli e anche se gli attori sono gli stessi. E quando, saltuariamente, perché siamo uomini e non lo neghiamo, le due dimensioni sono entrate in conflitto, ci sono stati gli scazzi più pesanti. Scazzi che tuttavia duravano non più che qualche giro di giostra. 

Per questo ora non scriverò di politica, di quello che hai fatto o non hai fatto, del Mattino, della Lega con te o senza di te, delle tantissime persone che hai aiutato a star meglio e di quelle che hai fatto soffrire, di ciò che succederà. Lascio ad altri questa incombenza.  

Non stavi bene, ultimamente. Me lo avevi confidato qualche sabato fa parlando genericamente “di grossi sbalzi di pressione”. Autodiagnosi, evidentemente, come sempre. Non che fosse la prima volta che manifestavi questi disagi. Di solito ci passavamo sopra come se fossero malanni di stagione. Se ne parlava sul momento e poi basta. Robe al massimo da betabloccanti, se le Cardioaspirine e le Temesta non bastavano più. Però questa volta era diverso. Avevi il viso stanco, i movimenti rallentati e poi, non so, trasmettevi qualcosa di strano, di serio, di preoccupante. Sensazioni che oggi appaiono false e sinistre al contempo: perché l’ultima volta che ti hanno visto stavi bene e perché sappiamo come è andata a finire. “Dai Nano, andiamo una scappata dal Tiziano e ci facciamo vedere tutti e due”, ti ho ripetuto. Ma manco per sogno, la risposta. Ancora venerdì ti avevo chiesto lumi: “Allora come va sta pressione?”. La risposta è stato uno di quei “meglio” evasivi che raccontano altro, come del resto l’espressione del viso.
  
La tua morte è stato un dribbling secco, un tunnel, un colpo di tacco. Campionario delle gesta calcistiche che più amavi. Perché il dribbling, il tunnel, il colpo di tacco, non sono solo dimostrazione plastica di talento, ma sono intuito inafferrabile, quasi pre-Natale, sono colpo di scena, lampo di genio con l’unico scopo di spiazzare. L’unico. Il fine, il risultato, non conta: che sia un’azione che porta al gol o un’ovazione del pubblico o una beffa all’avversario. La concretezza e l’effimero possono essere la stessa cosa se quello che conta è il gesto tecnico, l’espressione dell’estro. E questo era un po’ anche il tuo modo di sentirti rivoluzionario e il tuo modo di provocare. Le provocazioni più forti spesso le scrivevi solo perché ti facevano ridere o per vedere l’effetto che fa. Spesso erano illuminazioni geniali, controcorrente, giuste, coraggiose. Altre volte era propaganda. E altre volte ancora erano brutte, sbagliate, facevano male, soprattutto quando colpivano gente con meno potere di te. Ma non erano mai partorite dalla cattiveria e meno che mai dall’odio. Sentimenti che ti erano sconosciuti. Come ti era sconosciuto il rancore. Al di là di quei morsi da squalo visibile a tutti, tra tanti squali invisibili affamati, cinici e infami. “Se vivi in un mare di pescecani non puoi essere un tonno, se vuoi sopravvivere”.

Avevi un altissimo senso dell’amicizia. Se uno diventava un amico lo era per sempre. E non c’era torto, offesa, persino tradimento, che potesse rompere il legame. “Sono incapace di mettere una croce su un amico. E devo dire che i miei amici hanno fatto lo stesso con me quando gli ho un po’ maltrattati, quando ho sbagliato”.  

“Ho fatto una vita spericolata fino a che non sono entrato in politica”. È una delle tante frasi che riemergono dai miei appunti. Quella volta parlavamo di quella che consideravi la canzone della tua vita: “Vita spericolata”. Anche se Vasco Rossi ti aveva un po’ deluso, negli anni, “perché ha mollato quello spirito”, dicevi. Le canzoni erano importanti per te: “Ogni fase della mia vita è legata a una colonna sonora”. 
Appunti. Scarabocchi di quando pensavamo di scrivere la tua biografia. Un’idea che di tanto in tanto saltava fuori lungo questi anni in cui ci siamo frequentati. Forse addirittura già dall’inizio, quando ci siamo conosciuti, e io non faceva ancora il mestiere che faccio. Come mi ha ricordato l’amico che ci aveva presentati, avevi voluto incontrare noi ragazzacci non ancora maggiorenni, perché ti era saltato in mente di creare una radio pirata. “A voi due vi vedo già sulla torretta”.
Ma di volta in volta l’idea della biografia veniva immediatamente accantonata. Perché, infondo, non avevi voglia di impegnarti il tempo necessario per riassumere la tua vita. O, meglio, di farlo in maniera formale. Di metterti lì a registrare i ricordi seguendo un percorso. In realtà io oggi potrei scriverla, quella biografia. Perché nel corso di tutti questi anni mi hai raccontato quanto basta per scrivere un libro esaustivo. E forse, ma è solo una deduzione, è questo che tu ti aspettavi che io facessi. Che un giorno mi fossi presentato con il manoscritto, in modo che tu avresti solo dovuto correggerlo. Non lo saprò mai.
L’idea di fare un riassunto della tua vita, insomma, ti piaceva ma di più ti scazzava, se dovevi investirci del tempo. Ma poi col cavolo che si sarebbe riusciti a dargli un senso compiuto, un accenno di cronologia, di logica. Perché magari partivi dall’asilo “quando mi nascondevo i piselli che c’erano nel piatto nei pantaloni perché non mi piacevano” e un secondo dopo eri immerso nei tuoi viaggi “a Bali, in Messico, a New York o Miami. Oppure sulla barca intorno alle isole greche o tra la Sardegna e la Corsica”. E l’attimo successivo il concerto di Bob Marley, le notti impossibili, la corsa in via Nassa con l’automobile, il tram che da Lugano andava a Como, la festa con Lucio Dalla, le partitelle con il giovane Massimo Moratti o quella che hai giocato davvero a San Siro, tra squadre giovanili, prima di una partita ufficiale della tua amata Inter. O ancora le fughe in macchina con Clay Regazzoni, o quelle verso Montecarlo, Portofino, Roma, per un piatto di spaghetti allo scoglio, una scommessa, un caffè. “Che tante volte c’era anche il Pierre…”. Un casino Nano mettere tutto insieme. Meglio lasciar perdere. E così è stato.

Capirti era impossibile. Una bestemmia, un paradosso eretico, per quello che era considerato il migliore comunicatore sulla piazza ticinese. E lo eri davvero. Ma è la verità se per comprensione intendiamo la successione logica dei fatti, la codifica e la connessione delle parole, delle emozioni e dei sentimenti. Impossibile capirti attraverso la comprensione. Bisognava abbondonarla e lasciarsi trasportare dai tuoi guizzi, dall’atmosfera, dalla somma dei tuoi pensieri. Allora un po’ ti si coglieva nel profondo. 

Quello che io ho colto e che tu raccoglievi dentro di te tutto ciò che è umano. E tutto queste sfumature, quelle che volgarmente chiamiamo i pregi e i difetti, avevano in te gli accenti della potenza, dell’elevato al quadrato e al cubo, dell’eccesso. Lo schiaffo e la carezza. Santo e puttana, picconatore e micione, buono e stronzo, gentile e irruento, euforico e malinconico, timido e istrione, generoso e…no egoista proprio no. Individualista, molto. Capo, altrettanto. Ma la tua generosità non aveva un contraltare negativo. Donavi, a piene mani, a chi ne aveva bisogno. Che si trattasse di denaro, di tempo, di un colpo di mano. E non ti importava nulla se uno era leghista o no. Se la mano era per un ticinese o per gente di posti lontani.
L’ho visto con i miei occhi. E molte volte.

Ma tornando alle sfumature, in te appariva più chiaro, rispetto a tutti quelli che ho conosciuto fin qui, la tavolozza di cui è fatto ogni uomo. Con i molti colori, chiari e scuri, che sono la contraddizione di ogni umanità autentica. E questo emergeva con ancora più chiarezza nella normalità. Perché sapevi essere anche uno normale, eccessivamente normale. Un fratello, quando mi è capitato di vederti battibeccare o intenderti con Attilio. E un padre, con gesti e parole affettuosi e dolci nei confronti del tuo Bobo. 

Anche a me non hai fatto mancare il tuo affetto, la tua dolcezza, il tuo aiuto, in tutti i momenti in cui ce ne è stato bisogno. Con una telefonata improvvisa, un consiglio spacciato per altro, un abbraccio di incoraggiamento, una cena. Al Grillo, Al Segardeen o alla Foce, sempre e comunque. Poi non è che fossero sempre rose e fiore, ma c’è bisogno di dirlo?

Avevi una curiosità insaziabile. Ti interessavi di tutto e chiamavi in giro per capirne di più. Dalla politica, alla finanza, all’energia, alle nuove tecnologie. E poi tutto il resto. Con un’apertura mentale e una lucidità incredibile per un uomo della tua età e con quella capacità tutta tua di saper cogliere in fretta l’essenziale. 

Odiavi le regole. Ma nel senso di come Pierangelo Bertoli voleva cantare le sue canzoni “a chi sa masturbarsi per il gusto”. Le odiavi per il gusto. Di opporsi, di infrangerle, di sbeffeggiarle. Come fanno i bambini e i giovani quando qualcosa gli sta stretto. Ci vuole scienze e ci vuole costanza ad invecchiare senza maturità, cantava Guccini. 
Poi però le rispettavi e le facevi rispettare, se erano le tue. Così come eri pragmatico ma estremamente poco pratico nelle cose di tutti i giorni. Eri un casinista del pensiero e dell’espressione, ma sulla tua scrivania regnava un ordine da caserma. Eri un anarcoide ma un abitudinario di ferro. Amavi i numeri e non amavi i libri. Ma conoscevi gli scrittori, gli artisti, le loro opere e la loro vita. Frutto di quella cultura generale sconfinata di un irrefrenabile masticatore di informazioni. Da dovunque venissero.
Ti piacevano le cifre e i calcoli, quasi ossessivamente, ma eri un vulcano di idee, sogni e fantasie. E quando le raccontavi ti si accendevano gli occhi mentre le sfregolavi tra le dita. Siamo sempre qui, alle contraddizioni dell’essere umano.

Quel che molti non hanno mai compreso del tuo modo di essere è la dimensione del gioco. Che è il luogo dell’eterna fanciullezza, della tattica, della spregiudicatezza, dell’astuzia, della sfida, della vittoria e della sconfitta, dell’affar proprio, e della più totale incoerenza. Tu ti ponevi con vanto al di fuori della coerenza. E lo facevi in modo assolutamente credibile. Tanto che quando qualcuno te lo rimproverava, sembrava lui ad essere fuori posto, a non aver capito. Facile, si dirà. Può darsi ma assolutamente sincero. Anzi, naturale, genetico. Per questo non ti ha mai preso nessuno. 

Mi mancherai, Nano, Cristo, se mi mancherai. E scusa se mi scappa da ridere tra le lacrime. Perché penso alle tue espressioni, agli occhi sgranati di quando uno si dava un tono troppo serio, formale, importante, e tu lo castigavi con quel meraviglioso e dissacrante “Uella!”.  Penso a quando mi raccontasti di aver comprato la Lamborghini Bizzarrini gialla che ce l’avevano solo in tre: “Mi, uno sceicco e ul Bizzarrini. Quel lì che l’ha fa’ sü la macchina”. E che fine aveva fatto? “Finito lo show, l’ho regalata”. O quando eri in buona e mi chiamavi “compagno anarchico” e quando non lo eri “comunista del cazzo”. Perché leghista non lo sono mai stato, ma come un po’ tutti i ticinesi lo sono stato a momenti, su certe battaglie. E questo solo grazie al fatto che c’eri tu: è l’emblema del tuo genio. 
Oppure quando raccontavi che volevi la tomba con uno di quei grossi draghi che, alimentati dall’aria calda, svettano fino in cielo. “Così tutta Lugano si potrà ricordare ogni giorno di Giuliano Bignasca”. Splendidamente megalomane. 

E siamo a venerdì. A quando ci siamo salutati. Come ogni anno avevi partecipato alla festa di compleanno mia e di Marco. Ti eri fermato a lungo, stranamente. Oltre le 23.00. Accompagnandoti alla macchina mi hai detto due cose. La prima un vecchio ritornello: “Tu e il Bazzi siete due cretini. Affettuosamente”, la seconda, l’ultima trovata politica che ti era piaciuta. Quella di Grillo. “Siete circondati! Arrendetevi!”, hai gridato. Chissà se l’avresti urlato anche a Lugano, in Piazza della Riforma, se avresti vinto la tua ultima difficilissima, anche umanamente, sfida elettorale. Secondo me sì ma è una cosa stupida. Perché noi in Dio non abbiamo mai creduto, e ti farei un torto se ti dicessi che sarai lì a guardarla. Però ci sarai lo stesso perché la gente potrà votarti. Vuoi vedere che alla fine li farai tu i voti per fare il sindaco? La morte non è stata l’ultimo dribbling. Ma solo un altro avversario a cui fare un tunnel in attesa del prossimo. E a lasciare tutti noi ancora una volta spiazzati.

Però un’altra cosa stupida voglio dirtela. Quello che mille volte abbiamo pensato guardandoci negli occhi e non ci siamo mai detti. Nanooooo???!!! Ti voglio bene.

AELLE

PS: “Leoni, ma sei scemo?!”. Bambo, guarda che ti ho senti eh…

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