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Dal caso Oprah alle clip dei kosovari: "Non chiamiamolo razzismo"
“Rassismus” spara il “Blick” a proposito della vicenda della borsetta non acquistata dalla notissima star tv americana Oprah Winfrey in un negozio di lusso a Zurigo. Non volevano venderle la borsa perché la Winfrey è di colore? Mah…

di Sergio Roic

Usare il termine “razzismo”, nudo e crudo, spesso è fuorviante. Prendiamo, ad esempio, la prima pagina del “Blick” che l’altro giorno attira la mia attenzione nell’edicola della stazione di Lugano: “Rassismus” spara il “Blick” a proposito della vicenda della borsetta non acquistata dalla notissima star tv americana Oprah Winfrey in un negozio di lusso a Zurigo. Non volevano venderle la borsa perché la Winfrey è di colore? Mah…

Vedendo come e quanto sono riveriti gli arabi ricchi qui in Svizzera – per altri versi demonizzati in quanto comunità islamica – ci viene più di un dubbio. In casi del genere, di negozi di lusso, borsette costosissime e simili, prevale quasi sempre l’immagine di “solvibilità” del cliente. Quindi si tratta, con ogni probabilità, non già di razzismo, ma di una forma di esclusione sociale, ugualmente condannabile, ma senz’altro cosa molto diversa. Se Oprah ci fornisce la foto della sua trionfale entrata nel negozio, magari ne capiremo di più…

Altro esempio: Bremgarten e le richieste degli asilanti che vogliono essere ospitati in locali con finestre, in condizioni decenti e non in un bunker sotterraneo. Apriti cielo! Decine di commenti sui social del tipo “ma questi che cosa credono, di venire qui in vacanza, di essere riveriti”, ecc. ecc. Ancora una volta, è difficile pensare a rigurgiti prettamente razzisti nei confronti degli asilanti. L’esclusione sociale – il non voler avere a che fare con coloro che spregiativamente vengono considerati “pezzenti” e che “pretendono” – è invece evidente.

Terzo esempio: il video dei kosovari svizzeri che sbeffeggiano le pratiche di naturalizzazione e persino la bandiera rossocrociata suscitando le ire di politici importanti a livello nazionale come ad esempio Oskar Freysinger, che prelude a un giro di vite nel campo delle naturalizzazioni a seguito di questi fatti. Per chi ha visto, seppure di sfuggita, i due-tre video che girano in Rete, è evidente che i kosovari, sul loro sito, ridono (per non piangere) di se stessi, o meglio, di alcuni dei loro conterranei che esibiscono una “kosovarità” del tutto ridondante in un contesto svizzero. L’impressione che ne ho ricavato è che i kosovari, se sanno ridere così di se stessi, sono gente intelligente e provvista di anticorpi anti-nazionalisti. Chi vi ha visto un “attacco alla Svizzera”, forse, ancora una volta, ha in mente più che altro logiche di esclusione sociale.

E allora, non è che le logiche di esclusione sociale (logiche che alla fin fine impediscono la naturale mobilità sociale delle società in crescita) siano in realtà più pericolose e più “inestirpabili” di quelle legate all’esclusione di persone dalle parlate diverse o dal diverso colore della pelle? Sarebbe interessante aprire un dibattito al proposito.

 

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