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Bellinzona ManiFesta e la foca si veste di rosso-blu. Savoia: “Molti no e un solo sì, quello a un Paese in cui le decisioni sono prese dal popolo”
Nessuna bandiera di partito, solo bandiere del Ticino in piazza del Governo, sotto cui si sono riunite diverse anime politiche: da destra a sinistra. “Siamo qui per dire che siamo stufi di farci dare ordini”

BELLINZONA – Nessuna bandiera di partito, solo bandiere del Ticino. Ma in piazza del Governo a Bellinzona erano rappresentate diverse anime politiche: da destra a sinistra. Naturalmente i verdi di Sergio Savoia, che ha promosso l’evento, ma anche rappresentanti del Partito Comunista e de La Destra. E sul palco hanno preso la parola tutti: da Massimiliano Ay a Marco Chiesa fino a Savoia.

Discorsi contro l’Unione Europea, a difesa del lavoro dei residenti e della democrazia diretta. Parole, quelle pronunciate davanti a circa duecento persone, dette “non per portare acqua a un partito, ma per dichiarare l’amore verso il nostro paese”, come ha sottolineato il coordinatore dei Verdi.

Era una manifestazione, ma anche una festa e ad esser festeggiato è stato, ha proseguito Savoia, “quel che ci unisce e ci rende speciali. Il nostro senso civico, il nostro attaccamento al nostro paese, al di là delle differenze politiche che potrebbero esserci tra noi”.

La volontà, e il 9 febbraio l’ha chiarito, è però quella di riprendere in mano il nostro destino, ha aggiunto. “Siamo qui per dire che siamo stufi di farci dare ordini. Ordini da Berna, ordini da Bruxelles, perfino ordini da Roma. Siamo qui per dire che questo cantone è uno stato sovrano di una Confederazione sovrana. Che siamo svizzeri e ticinesi e che vogliamo decidere da noi le nostre cose”.

E infatti Savoia ha ribadito dal palco l’intenzione di chiedere al Governo una votazione popolare consultiva per “far decidere ai ticinesi se l’accordo truffa con l’Italia va loro bene o pure no”.

Il discorso è poi passato ai ‘no’ che con la presenza in piazza si voleva “con la schiena dritta e a testa alta”. Il no al sogno europeo rivelatosi “un incubo da cui tutti dobbiamo svegliarci”; il no alla politica del ‘sa po mia’; il no all’arroganza della finanza e dell’economia disumana.

“Il 9 febbraio abbiamo finalmente preso in mano il nostro destino con il voto sulla libera circolazione. Non abbiamo nulla contro i frontalieri o contro gli stranieri. Vogliamo dei limiti perché questa economia sta distruggendo i nostri salari. Vi sembra normale che nel paese più ricco del mondo si offrano stipendi di 1700 franchi al mese?”

E la presenza in piazza voleva anche reclamare “il rispetto della volontà popolare. Lo vogliamo, sempre! Ora il popolo ticinese ha parlato chiaro. Vuole contingenti e preferenza indigena. Perché non odiamo le altre famiglie, ma amiamo la nostra e dobbiamo provvedere per la nostra prima e poi per le altre”. È quindi il momento di smetterla con l’adesione strisciante a un’Europa di cui, ha aggiunto, “dispiace ricordarlo a molti colleghi politici, non facciamo parte e di cui non vorremo mai fare parte. Noi stiamo bene qui, in questo paese dove le decisioni sono prese da voi, il popolo”.

Siamo qui, ha concluso, “perché amiamo questo paese così com’è, con i suoi difetti ma con i suoi grandi pregi. Un paese che funziona, democratico e civile, aperto e amichevole. Ma non stupido. Non disposto a piegare sempre la schiena”.

L’evento, dopo i discorsi, si è chiuso con una risottata popolare.

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