ANALISI
Il Settimo Sigillo
La discussione generale sul caso Zali sarebbe stata un segnale, un gesto, un lampo di trasparenza e di coraggio, anche a costo di vederla degenerare in qualche istante di bagarre. Invece...

di Marco Bazzi

Sono rimasto sconcertato dallo spettacolo parlamentare di ieri. Così, ho pensato a una canzone che potesse raccontarlo in poche immagini e mi è venuta in mente "Impressioni di settembre”. Che è un brano - per me il più bello ed emozionante - della Premiata Forneria Marconi. Millenovecentosettantadue. Testo di Mogol, musica di Mauro Pagani e Franco Mussida, tre totem della grande musica italiana.

La canzone narra la storia di un ragazzo che passeggia all’alba nella campagna umida di rugiada e velata dalla nebbia, e si chiude con un verso di speranza: “Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già. Il giorno come sempre sarà”.

Quindi, svanirà la nebbia e lascerà il posto alla luce. Ora, la nebbia è la metafora di quel sentimento - chiamiamolo amaro in bocca, chiamiamolo delusione, o disillusione - che ci ha lasciato la seduta parlamentare di ieri. C’era l'opportunità di diradarla, quella nebbia, di compiere un atto di trasparenza, di scrivere una nota di limpidezza sul quaderno politico di questa storia. Che più che un caso, è uno scandalo. Uno scandalo istituzionale.

Ebbene, il Gran Consiglio, dopo aver dedicato l'intera seduta di martedì - sfogliando un interminabile rosario di emendamenti - al piano energetico cantonale, il PEC, ha deciso, come ha detto l’arguto deputato dell’MPS Giuseppe Sergi, “di buttare la palla in tribuna e di non giocare la partita”. Che forse sarebbe stata una partita di calcio o magari una partita a scacchi.

In ogni caso, l’incontro è stato sospeso. Per nebbia.

Intendiamoci: il PEC è senza dubbio un tema importante, ma l'attesa nei confronti della politica da parte dell'opinione pubblica - di quella parte dell’opinione pubblica, purtroppo in costante erosione, che ancora segue la politica - era orientata al dibattito sulle vicende che in questa torrida estate sono sfociate nelle dimissioni del consigliere di Stato Claudio Zali.

Ebbene, dopo aver snocciolato il rosario del giorno successivo, i cui grani erano in questo caso le decine di domande (con relative risposte, qualora fosse possibile fornirle senza violare segreti e/o separazioni di potere) contenute nelle varie interpellanze, il Parlamento ha deciso di affossare la discussione generale.

Le ore dedicate alle risposte agli atti parlamentari - affidate alla sola voce della presidente del Governo, Marina Carobbio Guscetti, lasciata sola dai colleghi silenti sul tetto della Megaditta con il parafulmine in mano, come Fantozzi - sono state una noia mortale, con pochi sussulti.

E chi ha seguito il dibattito - se di dibattito si può parlare -, almeno a me è capitato così, non vedeva l’ora di arrivare al dunque… al dibattito vero, libero, al confronto politico, insomma. Non per regolare i conti, non per fare circo o Farwest, per spararsi addosso come in “Tex contro Mefisto”, ma per tentare una sintesi, che nella dottrina hegeliana è il terzo momento della dialettica, quello che supera la tesi e l’antitesi.

Invece, l’unica discussione generale è stata sull'opportunità o meno di aprire la discussione generale sullo scandalo e sui relativi addentellati politici.

Alla fine, come si era capito fin dall’inizio, percependo il nervosismo quantico che vibrava nella sala e si rifletteva nelle frasi dette a metà, in certi balbettii, nelle espressioni non verbali, e a volte in un certo imbarazzo tradito dai toni delle voci, dalla stizza irritata di alcuni interventi pontificali, una larga maggioranza, forse scocciata da tanta insistenza nel chiedere un confronto trasparente - magari poco utile ma trasparente, vale a dire utile alla politica per dare finalmente alla popolazione, incredula e indignata, un messaggio di trasparenza (di TRA-SPERANZA) - si è deciso di evitare la discussione.

Perché non era il caso, non era il momento, la si farà a tempo debito, quando tutte le carte saranno sul tavolo, quando commissioni e sottocommissioni avranno firmato i rispettivi rapporti, quando sarà stato revocato il velo del segreto istruttorio, e si sarà fatta luce su tutte le ombre - quelle dolci del tramonto e quelle inquietanti della notte - quando si potrà finalmente aprire anche il Settimo Sigillo. E giocare la partita a scacchi.

Certo, la domanda “ma che cosa si sarebbe mai potuto dire più di quel poco che si è detto?” è legittima.

Ma che importa? La discussione generale sarebbe stata un segnale, un gesto, un lampo di trasparenza e di coraggio, anche a costo di vederla degenerare in qualche istante di bagarre.

Già, perché averla affossata e respinta come inutile, al punto da essere considerata perniciosa - causando anche un piccolo incidente diplomatico nella Casa progressista, con i due ‘sparring partner’ favorevoli e il partito di Governo contrario - sapete che cosa ha suscitato in me e forse in molti altri osservatori? L’impressione, purtroppo, che l’uno o l’altro, avessero paura, che avessero qualcosa da lasciare nel limbo del non detto, qualcuno da proteggere, qualcosa da nascondere. Altro che rinvigorire la fiducia della popolazione nelle istituzioni e nella politica!

Su questo caso non contava tanto la curiosità pruriginosa, la voglia di sapere se qualcuno ha fatto o non ha fatto quel che doveva fare, se qualcuno l’ha raccontata giusta o ha il naso lungo di Pinocchio… Contava tirare le fila sulla gestione politica dello scandalo, senza incolpare, senza additare, senza processare nessuno, senza mettere sul banco degli accusati Caio o Sempronio, perché “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso” già occupa quel banco.

Sarebbe stata, insomma, l’occasione per parlare liberamente tra rappresentanti delle forze politiche democraticamente eletti nel Parlamento ticinese. Per parlare alla gente. A chi ha ancora voglia di ascoltare.

E smettiamola, per cortesia, di trincerarci dietro il segreto istruttorio, dietro la foglia di fico delle inchieste penali, che sono un elemento importante, certo, ma oso dire relativo, in questo caso. Anche se, per assenza di reati, per mancanza di prove o per qualche cavillo, non ci saranno condanne, la gravità di questo scandalo non sarà scalfita di un’unghia.

È infatti la gravità politica che conta, quella di cui le già massacrate e martoriate Istituzioni (intese come Stato, come Polis, come Res Pubblica) devono rispondere al Paese, quella di cui si sarebbe potuto e dovuto discutere ieri.

Ma dovremo ancora attendere perché, e torno alla metafora, l’Agnello apra il Settimo Sigillo. Ultimo atto dell’Apocalisse di Giovanni: "Vi furono tuoni, voci, fulmini, e un terremoto".

Nota finale. A politici e magistrati, deputati e ministri di ogni ordine e grado, vorrei dire con grande rispetto e umiltà: forse non vi rendete conto di cosa pensa - e a volte dice - la gente fuori dai vostri Palazzi.

 

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