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Tropico del cancro, il romanzo che fu processato per pornografia e aprì la via alla liberazione sessuale. Henry Miller: "Il cancro del tempo ci divora"
Mentre in Ticino si discute sul manuale di educazione sessuale per le scuole, Linea d'ombra presenta il libro che che scandalizzò l'America e il mondo

Dopo Herman Melville, con Moby Dick (leggi qui), Linea d’ombra propone un altro capolavoro della letteratura americana: Tropico del cancro, di Henry Miller. Tanto si discute in questi giorni di come raccontare la sessualità a scuola. Ecco come l’ha raccontata Miller al mondo, con questo libro che fu al centro di un processo per pornografia… Scrisse in Plexus: "La mia vita è stata una lunga crocifissione in rosa". Proponiamo anche uno spezzone dell'ultima intervista rilasciata da Miller sul letto di morte, dove parla del Creatore.
 

Tropico del cancro

“Questo non è un libro. È libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto, uno scaracchio in faccia all’Arte, un calcio alla Divinità, all’Uomo, al Destino, all’Amore, alla Bellezza… a quel che vi pare”. Così, Henry Miller, all’inizio degli anni Trenta, riassunse il senso del libro che stava scrivendo durante il suo soggiorno parigino e che sarebbe diventato il suo capolavoro: Tropico del cancro.

Un libro che subì la persecuzione della censura. Non in Francia, dove uscì nel 1934, ma negli Stati Uniti, dove venne pubblicato nel ‘61. Ci fu un processo che cambiò la politica della censura americana spianando la strada alla “rivoluzione sessuale”. La Corte suprema degli Stati Uniti, nella causa contro la casa editrice Grove Press, sentenziò che Tropico del cancro è un’opera di letteratura e non un libro pornografico.

“Il cancro del tempo ci divora – scrive Miller -. I nostri eroi si sono uccisi, o s’uccidono. Protagonista, dunque, non è il tempo, ma l’atemporalità”.
Orwell scrisse che Miller è “il solo scrittore in prosa che abbia immaginazione e valore apparso negli ultimi anni tra i popoli di lingua inglese”. Lo definì “un Walt Whitman tra i cadaveri”.
In effetti l’opera di Miller, nato a New York da immigrati tedeschi, influenzò larga parte della letteratura moderna, non solo americana.
“Una sola cosa mi interessa, ora – scrive nelle prime pagine -, e ha per me un’importanza vitale: registrare tutto quello che nei libri è omesso”.
Infatti, nel suo romanzo autobiografico e visionario, racconta tutto: parla delle sue donne, delle sue puttane, dello scolo, dei pidocchi, della carogna di una civiltà in sfacelo… Descrive particolari osceni: “Oh Tania, dove sono ora la tua fica calda, le tue giarrettiere unte, pesanti, le tue cosce morbide, piene? C’è l’osso nei miei venti centimetri di cazzo. Ti stiro tutte le grinze della fica, Tania, gonfia di seme”.

Miller si aggira, con pochi soldi, in una Parigi che fa da sfondo ai suoi pensieri sulla vita e sulla morte, al suo sogno di scrivere un grande romanzo, ai suoi selvaggi incontri sessuali. “Parigi ti prende, ti afferra per le palle, per così dire, come una troia innamorata che morirebbe piuttosto che lasciarti sfuggire alle sue mani”.

È il diario di un girovagare, di un lasciarsi trasportare dalla vita senza una meta precisa, tra un incontro e l’altro, tra filosofia ed erotismo. E Miller si sente un po’ come Rimbaud, poeta che scoprì a 36 anni e che mise nel pantheon dei suoi dei letterari, dedicandogli un bellissimo saggio: Il tempo degli assassini.

“Le creature umane formano una strana fauna, una strana flora. Da lontano paiono trascurabili; da vicino possono sembrare brutte e cattive. Ma soprattutto occorre che abbiano intorno aria, spazio sufficiente – spazio, anche più che tempo. Il sole tramonta. Sento questo fiume che scorre dentro di me, il suo passato, la terra antica, il clima mutevole. Le colline gli fanno dolce corona: il suo corso è stabilito”.
Un libro che non si può non leggere.

Marco Bazzi

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