La drammatica lettera di Mariacristina che ci racconta la storia di suo fratello Francesco: ha 38 anni e dal 2004 non trova lavoro. Adesso è in assistenza

LUGANO – Oggi vi raccontiamo un’altra storia di disperazione legata a un mondo del lavoro che emargina sempre più persone. È una di quelle storie che nessuno racconta per vergogna o perché ha perso la speranza e non ci crede più. Invece, secondo noi, chi si trova in situazioni del genere deve raccontarlo. Deve far sentire la propria voce.
Dopo la struggente lettera di Pietro, l’ex bancario che ci ha scritto dopo la pubblicazione del nostro Manifesto per il lavoro in Ticino, abbiamo ricevuto un’altra testimonianza drammatica, quella di Mariacristina, che lancia un grido d’aiuto per suo fratello Francesco. Ecco la sua lettera.
“Buongiorno, mi chiamo Mariacristina e vi scrivo perché presa da una disperazione che non ha più fine! Immagino che vi arrivino molti messaggi e io sono una tra tante. Non vi scrivo per raccontarmi la mia storia ma quella di mio fratello. Non ce la faccio più a vederlo morire ogni giorno. Ha 38 anni, abita a Lugano, ed è in assistenza sociale. Sono quasi quattro anni che è in assistenza.
Fino al 2004 ha lavorato al Casinò Admiral di Mendrisio come addetto alla sicurezza. Poi venne licenziato in seguito a una ristrutturazione. Ha cercato lavoro per anni inviando centinaia di richieste.
Tre o quattro anni fa, per la disperazione, mia mamma ha scritto una lettera al Sindaco di Lugano, Giorgio Giudici. Il Comune ha convocato lei e mio fratello e il funzionario che si è occupato del caso ha detto: non è possibile che un ragazzo come lei, con le lingue che parla e con l’educazione che dimostra, non trovi lavoro. La contatteremo al più presto con un'offerta. Ad oggi non abbiamo più sentito nessuno.
Stessa cosa qualche tempo dopo: mio fratello non aveva la patente di guida e diversi datori di lavoro dicevano ‘peccato, se l’avesse l’assumeremmo subito’. Così Francesco si è dato da fare e in qualche mese ha preso la patente ed è tornato da quei datori di lavoro... Ma sta aspettando ancora oggi.
Alla fine del 2009 ha ricevuto l'assistenza sociale. Prima ovviamente ha dovuto "far fuori" tutti i risparmi che aveva messo da parte. Sognava di farsi una famiglia. Ora non sogna più nulla. Vive con poco più di mille franchi al mese e l’assistenza gli paga l’appartamento. Viene a mangiare da noi perché se dovesse anche farsi la spesa non so come farebbe.
Per un paio d'anni è stato in cura da uno psicologo a Bellinzona, proprio perché stava andando in depressione: non capiva perché non riuscisse più a trovare un'occupazione.
Lui non chiede molto, solo un lavoro che gli permetta di uscire dall'assistenza e di pagarsi l’affitto, di tornare a vivere. È disposto a fare il lavapiatti, lo spazzino, qualsiasi cosa. Non è nelle condizioni di permettersi di scegliere. Ma ormai non ci crede più. Parla 3 lingue e un pochino di inglese, ha una formazione da cuoco che ha dovuto interrompere per un’allergia. Manda curriculi ad ogni tipo di annuncio di impiego ma la risposta è sempre negativa, o è troppo qualificato o troppo poco, o ha poca esperienza o ne ha troppa. Ma ditemi voi, come si fa a fare esperienza se nessuno ti dà l’opportunità di lavorare.
Siamo in Svizzera da una vita, paghiamo sempre tutto correttamente… Non è possibile ridursi a una “esistenza” del genere. Gli è stata tolta anche l’ultima briciola di dignità. Dalla vergogna non esce mai di casa, non ha amici o pochi che, in fondo, sono nella sua stessa situazione.
Non penso di chiedere tanto, solo un lavoro che lo faccia tornare in vita – per me guardarlo negli occhi spenti tutti i giorni è un dolore immenso e sentire lui dire: cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo è atroce. È un ragazzo buono, con una educazione fuori dal normale… cosa gli manca dico io!
Grazie per avermi ascoltato”.
Mariacristina
NOTA DELLA REDAZIONE
Invitiamo chiunque voglia raccontare la sua vicenda a scriverci all'indirizzo info@liberatv.ch . Noi, fatte le dovute verifiche, le pubblicheremo anche, se richiesto, con la garanzia dell'anonimato. Saremo il megafono delle vostre storie. Del vostro disagio e della vostra rabbia, certo, ma anche delle vostre speranze e delle vostre idee. Pensiamo che il racconto della vita reale, attraverso la narrazione dell'esperienza direttamente vissuta dalle persone, sia uno strumento potentissimo per smuovere le acque.
Lo abbiamo scritto nel nostro Manifesto a difesa del lavoro in Ticino: non abbiamo più un secondo da perdere, è giunto il tempo di agire concretamente, tutti. La politica, le associazioni economiche, i sindacati, ma anche noi, comuni cittadini siamo chiamati a prenderci un pezzo di responsabilità in più. È necessario e urgente riscoprire e ricostruire una comunità. Per questo vi chiediamo di aiutarci e di venire allo scoperto.
Si può fare!