CRONACA
Dreifuss: "Lo Stato prenda in mano il mercato della droga". Perugini: "Prima la prevenzione"
L'ex consigliera federale lancia la provocazione: "Credo che lo Stato debba togliere alla criminalità la gestione del mercato della droga"

LUGANO - Sono vent'anni che la Fondazione Gabbiano e le sue strutture si occupano di aiutare i giovani in difficoltà. Dalla prima comunità per ragazzi tossicodipendenti, oggi il Gabbiano è presente a Camorino, Locarno e Chiasso. La ricorrenza è stata festeggiata giovedì sera al Cinestar di Lugano alla presenza delle istituzioni, degli operatori sociali e sostenitori del Gabbiano.

Madrina della serata l'ex consigliera federale Ruth Dreifuss che dal 1993 al 2002 ha diretto il Dipartimento federale dell'interno. L'ex ministra nel suo intervento in sala ha ricordato gli sforzi intrapresi dalla Svizzera nella lotta contro la droga, e al termine del suo intervento ha lanciato una provocazione: "Oggi sono convinta che sia arrivato il momento di interrogarsi sulla possibilità che lo Stato controlli il mercato della droga".

Al termine della serata abbiamo chiesto all'ex consigliera federale se si trattasse di una semplice provocazione oppure di un'idea sulla quale riflettere concretamente. 

"Quando mi occupavo di questo tema in veste di consigliera federale, la mia priorità era il problema della salute e dell'integrazione sociale. Però allargando lo sguardo alla situazione mondiale ho visto che i danni della droga non sono solo sociali e sulla salute,  ci sono anche i danni della repressione, quelli causati dalla clandestinità. Basta vedere la situazione in America latina, Asia, Africa e anche in Russia. Ho visto che la repressione stessa è all'origine di situazioni di guerra civile.  In Messico ci cono 60- 70 mila morti della guerra alla droga e circa 20 mila desaparecidos. In Afghanistan c'é una guerra che si ripercuote sulla popolazione civile. In Ameirca latina il conflitto distrugge popolazioni intere, ci sono luoghi dove non si può coltivare più nulla. Ho pensato a questi danni a livello internazionale in relazione ai benefici che trae il traffico internazionale di droga. Guadagni  giganteschi. Bisogna porre fine a questo conflitto e lo si può fare solo se si prende in mano il mercato della droga dalla produzione al consumo. Non si può lasciare questo mercato immenso in mano ai criminali".

Qual'è il ruolo del nostro paese?

"A livello internazionale la Svizzera è riconosciuta come un paese che ha avuto il coraggio di mettere come priorità l'aspetto medico e della sanità pubblica e sociale del problema della droga. Lo abbiamo fatto non perché siamo più intelligenti degli altri ma perché siamo pragmatici. Abbiamo avuto la possibilità di muoverci in un processo politico dove tutti pensano alle soluzioni possibili. Lo abbiamo fatto perché in Svizzera abbiamo avuto un'esplosione delle tossicodipendenze e dell'AIDS. La Svizzera ha trovato soluzioni che nel resto del mondo oggi vengono considerate come buone soluzioni. Oggi la Svizzera può essere un attore della discussione sull'equilibrio tra la repressione, che sempre sarà necessaria, e il controllo del mercato".

Quindi a livello nazionale bisogna pensare alla legalizzazione delle droghe?

"Ho sentito con piacere che Zurigo e Basilea vogliono fare una sperimentazione sulla cannabis per vedere come la sostanza più usata, ma in mano al mercato criminale, può essere controllata anche a protezione dei minori". 

Chi in Ticino è invece considerato l'alfiere della giustizia nella lotta alla droga è il procuratore pubblico Antonio Perugini. Anche lui era presente alla serata organizzata dal Gabbiano. D'obbligo quindi chiedergli un commento alle parole di Ruth Dreifuss.

"Credo che valga la pena affrontare e discutere di questa tematica che può essere interpretata come una provocazione, ma che fa parte anche della realtà del mercato della droga e delle politiche che vengono applicate nell'ambito degli stupefacenti. Prima che lo Stato subentri alla criminalità nella gestione del mercato della droga però bisogna chiedersi qual'é la possibilità per lo Stato di fare passi e sforzi ulteriori - che oggi non mi pare siano ancora stati fatti - per prosciugare  quel bacino sul quale la criminalità lucra, ovvero la domanda".

Quindi non è ancora il momento?

"È li che deve esserci lo sforzo, prima ancora di arrivare alla conclusione che alla criminalità si deve sostituire lo Stato. Gli sforzi ulteriori devono essere fatti per intervenire sulla prevenzione, evitare che ci sia un allargamento del bacino d'utenza nel contesto della droga. E lo Stato potrebbe fare molto di più. D'altronde è un suo preciso mandato basato sulla legge ed è il concetto dei quattro pilastri, uno dei quali è la prevenzione.  Non credo che si debba arrivare a dire che ci sostituiamo perché lo Stato può far meglio. Anche laddove lo Stato è subentrato nella gestione delle droghe cosiddette legali come l'alcol e il tabacco, non è che si siano evitato altri fenomeni di lucro legati all'illegalità: il contrabbando del tabacco c'è ancora oggi, anche a livello internazionale. Poi c'è un altro aspetto problematico."

Quale?

"È quello più delicato che riguarda la cultura etica della nostra democrazia. Far accettare alla popolazione che lo Stato anziché combattere la criminalità si sostituisce ad essa, prima ancora di essere un problema economico e criminogeno,  è un problema di etica di una realtà democratica. E su questo credo che si debbano fare ancora molti passi prima di arrivare alla conclusione che lo Stato deve prendere in mano il mercato della droga. Si può sicuramente prendere in considerazione come provocazione, per costringere a fare un esame sul piano politico di quanto lo Stato abbia fatto per incrementare il pilastro della prevenzione rispetto alla crescita esponenziale del consumo e della criminalità che ci lucra sopra".

 

ItaCa

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