E sulla"simpatia" di Sadis per l'iniziativa "4'000 franchi per tutti " il presidente della Camera di commercio dice: "4'000 sono troppi"

LUGANO - Il Primo maggio ticinese ha avuto un grande protagonista oltre ai lavoratori: gli imprenditori. "L'imprenditoria locale e quella d'importazione si è data allo strozzinaggio (...) gran parte del padronato ha ingaggiato una corsa senza scrupoli per il record del salario più basso (...) La moralità e l'etica devono avere il sopravvento e dobbiamo sbarazzarci di quella imprenditoria parassitaria che non deve più avere cittadinanza dalle nostre parti". Sono questi alcuni dei passaggi cruciali dell'infuocato intervento, dal palco della festa dei lavoratori di Lugano, del presidente dell'Unione sindacale svizzera sezione Ticino Saverio Lurati.
Disoccupazione alle stelle, paesi in costante rischio bancarotta, smantellamento dello stato sociale, povertà sono i problemi che hanno smesso di essere semplici scenari per l'Europa, hanno vestito i panni della concretezza, drammatica realtà. In Svizzera e in Ticino si sta oggettivamente meglio dicono gli analisti. Eppure si percepisce chiaramente un disagio che si fa sempre più diffuso tra la popolazione. Da noi i problemi si chiamano dumping salariale, frontalierato, padroncini che varcano il confine e "inquinano" il mercato e concorrenza. Il comun denominatore tra la nostra realtà e quella continentale è il lavoro, tornato prepotentemente ad occupare l'agenda politica.
Con Franco Ambrosetti, presidente della Camera di commercio dell'industria e dell'artigianato, abbiamo cercato come sta vivendo questo momento critico la classe imprenditoriale ticinese.
Partiamo dalle parole pronunciate da Saverio Lurati in occasione del primo maggio che tirano in ballo pesantemente gli imprenditori rei, secondo i sindacati, di aver ingaggiato una "corsa senza scrupoli al salario più basso".
"Le dirò che non sono totalmente in disaccordo con Lurati nel senso che non c'é dubbio che ci siano imprenditori che violano le regole responsabili di atteggiamenti che sono da condannare. Ci sono purtroppo coloro che usano manodopera a basso costo, quelli a cui fa comodo assumere la signora di Saltrio (comune in provincia di Varese, ndr) per pagarla poco. Quindi posso essere d'accordo sulla questione etica. Mi faccia dire però che ci sono comunque molte aziende serie. Io nella mia azienda ho avuto fino a 150 frontalieri che pagavo da 4 fino a 5 mila franchi al mese. Ritengo che è necessario pagare il giusto ai dipendenti, ciò che meritano. A tale proposito mi faccia dire una cosa: quei manifesti contro i frontalieri dell'UDC erano davvero di pessimo gusto. Si può discutere su tutto, c'è un problema nel numero dei frontalieri, ma le soluzioni passano anche attraverso il rispetto delle persone. I fronntalieri, che hanno contribuito alla ricchezza di questo Cantone, sono persone e non oggetti. Detto questo, nella problematica che lega frontalierato e dumping salariale ci sono casi diversi".
Ovvero?
"Ci sono casi nei quali i salari corrisposti ai frontalieri devono tener conto anche del loro stie di vita in Italia, salari che a loro permettono di vivere dignitosamente rispetto a quando prenderebbero ne loro paese. Tuttavia se ci sono imprenditori che su questo speculano e non rispettano le regole questi vanno perseguiti e condannati. Questa però e una parte del problema. Capiamoci: dumping vuol dire lavorare sottocosto, vuol dire avere salari troppo bassi che premono sulla massa salariale complessiva".
Ma non pensa che anche gli imprenditori possano fare uno sforzo maggiore per combattere questi abusi? Non avete pensato a una sorta di carta etica che sia vincolante per i vostri aderenti? Una specie di codice di comportamento che se violato prevede l'espulsione dalla camera di commercio? Oppure una sorta di black list?
"Guardi le posso garantire che facciamo già molto. Si può fare tutto, si può fare una lista nera, francamente sull'opportunità di espellere qualcuno non ci abbiamo mai pensato. Vedo tuttavia che sul campo ci sono proposte interessanti. Ad esempio mi sembra seria quella promossa da Sergio Savoia e Saverio Lurati riguardante la presenza dei lavoratori distaccati: anche io penso che non sia il caso di stendere tappeti rossi ai padroncini che arrivano d'oltre confine. Gente che viola le regole stabilite dai bilaterali e dalle misure di accompagnamento, che spesso non paga un centesimo di contributi, che lavorano sottocosto e non rispettano i prezzi svizzeri. Ma anche in questo il problema è più complesso, la Svizzera deve considerare anche altri aspetti".
Quali?
"Chiediamoci perché la svizzera è cara. A mio avviso è perché ci sono nel nostro paese ancora troppi cartelli, una concezione corporativa, di monopolio. I sindacati dovrebbero battersi per una maggiore liberalizzazione del mercato. Il problema è che da noi, anche tra gli imprenditori, ognuno è più concentrato a difendere il suo orto. Per un idraulico di Airolo diventa difficile andare a lavorare oltre Gottardo, ognuno difende il suo piccolo mercato".
Torniamo alla questione del salario: Laura Sadis, ospite a TeleTicino, ha affermato di nutrire "simpatia" per l'iniziativa che chiede l'introduzione di salari minimi di 4'000 franchi per tutti. Le dà fastidio questa presa di posizione?
"No, ognuno è libero di dire ciò che vuole in democrazia. Le dirò che io invece nutro simpatia per il concetto di salario minimo. Non sono invece d'accordo che venga fissata una cifra. I 4'000 franchi di Zurigo non sono quelli del Ticino. Da noi mi sembra una cifra eccessiva".
Scusi ma 4'000 franchi rischiano di essere pochissimi per uno zurighese ma sono pochi anche per un ticinese: i costi fissi di un'economia domestica non sono diminuiti.
"Guardi che molti piccoli commercianti se dovessero pagare 4'000 franchi sarebbero costretti a chiudere. Così come altri imprenditori. Sono contrario la principio che per legge venga quantificato il salario, i costi sono diversi tra le diverse regioni svizzere, in molti contratti collettivi ci sono distinzioni salariali in base alle regioni".
A livello nazionale, penso ad esempio al grande successo dell'iniziativa Minder, è emerso un forte disagio nella popolazione nei confronti degli imprenditori, dei manager, dei salari stratosferici. Non crede che la vostra categoria abbia quantomeno un problema d'immagine?
"Certo e posso anche capirlo. Ma attenzione bisogna anche contestualizzare. C'è anche una classe imprenditoriale che non è solo quella denunciata da Minder. Capisco che la gogna è qualcosa che piace sempre. Le ricordo che nel settore secondario la maggior parte della ricchezza è prodotta da piccole-medie imprese, dove nessuno si ritaglia stipendi alla Vasella. Questo vuol dire che anche noi facciamo qualcosa di buono. C'è tuttavia qualcosa che è cambiato negli anni nella classe imprenditoriale: è stato confuso il mezzo con il fine. Una volta c'era l'imprenditore che ragionava a lungo termine e il profitto era il mezzo per poter investire nella propria attività, distribuire la ricchezza. Oggi ci sono i manager, persone che ragionano a breve termine per i quali il fine unico è il profitto, che cercano di far rendere sul mercato un'azienda perché sanno che così ci guadagnano anche loro e poi, finito il loro mandato, vanno da un'altra parte. Sono come mercenari. E questa è una politica che deve cambiare. Ci vuole anche etica contro il guadagno fine a se stesso".
ItaCa