CRONACA
L'imam di Viganello: "L'islam deve essere insegnato a scuola, così si evita l'estremismo"
Samir Jelassi:"Occorre dare ai musulmani di seconda e terza genera­zione la possibilità di conoscere l’I­slam in modo giusto, corretto, equili­brato"

LUGANO - Dopo l'11 di settembre 2001 gli attentati terroristici di matrice islamica negli Stati Uniti hanno creato un'ondata di paura in tutto il mondo occidentale. Si temeva il ripetersi di azioni eclatanti e in grande stile. A oltre dieci anni dai fatti di New York, le azioni terroristiche sembrano aver scelto una via meno controllabile ma ugualmente d'impatto. Come nei casi definiti isolati di Boston, a opera di due fratelli ceceni, e a Londra, dove due nigeriani convertiti all'islam hanno brutalmente massacrato un soldato che camminava per strada. 

Due casi che hanno avuto come protagonisti giovani cresciuti in contesti sociali dove nell'emarginazione delle periferie abitati da immigrati si è fatto largo il fondamentalismo, fomentato da imam radicali o altre controverse figure, che sembra aver attecchito tra gli immigrati di seconda o terza generazione. Oggi il Corriere del Ticino dedica al tema un approfondimento con particolare rilievo ai casi che potrebbero interessare il nostro paese, e propone un'intervista all'imam della Lega dei musulmani in Ticino Samir Jelassi. Il religioso dice che la questione dopo i recenti attentati "non andrebbe né generalizzata né strumentalizzata contro la comunità musulmana. Per­sonalmente, come imam denuncio sempre la violenza estremista e terro­rista. È un principio che non si deve nemmeno discutere". 

Per Jelassi bisogna partire dal fatto che "l’Islam oggi è una realtà in Europa. Ci sono 40 milioni di mu­sulmani nel nostro continente. Il pro­blema che mi sembra vada risolto è di riconoscere che i musulmani sono dei cittadini, una componente della no­stra società occidentale ed europea. Non sono né individui extraterrestri, né cittadini di seconda o terza catego­ria. Del resto, il rapporto presentato di recente dalla Confederazione  dimostra che i musulmani sono bene integrati nel nostro Paese e non pongono pro­blemi. Sono cittadini che fanno il loro lavoro, che pagano le tasse, che rispet­tano le leggi, che credono alla convi­venza pacifica, al dialogo, al rispetto vicendevole. I loro diritti sono garanti­ti dalla Costituzione svizzera. Ci vuole quindi una vera apertura nei confronti dell’Islam, che può essere dimostrata attraverso diversi atti".

Già ma quali atti possono essere messi in campo. Per il religioso si potrebbe insegnare "l’Islam nel­la scuola pubblica. Occorre dare ai musulmani di seconda e terza genera­zione la possibilità di conoscere l’I­slam in modo giusto, corretto, equili­brato, perché non diventino prede di manipolazione da parte di nessuno. Solo così possiamo impedire che i giovani musulmani che vivono in Oc­cidente non cadano nelle trappole di gruppi o individui estremisti".

Gli atti terroristici di matrice musulmana colpiscono la comunità ticinese che al suo interno ne parla, conferma Jelassi "è posso dire che siamo tutti scioccati. Stupiti. Con­danniamo con fermezza questi atti che in nessun caso danno la vera im­magine dell’Islam. Anzi danneggiano l’immagine dell’Islam e dei musulma­ni. Anche i musulmani, in un qualche modo, sono vittime di questi attacchi. Come musulmano mi sento toccato, ferito da questi fatti. La mia è una reli­gione di pace e di rispetto dell’ordine e delle leggi".

Per l'imama Jelassi gli attentatori di Boston e Londra sono casi isolati, ma non da sottovalutare. Per questo è necessario insegnare l'islam nelle scuole in modo che il messaggio non sia mediato da fanatismi radicali, sostiene Jelassi che sottolinea l'ottimo grado d'integrazione della comunità musulmana in Svizzera. Ed è per questo che Jelassi dice: "Il mio messaggio ai politici che a volte strumentalizzano certe notizie è: fate attenzione e non amplificate la propaganda contro i musulmani e contro l’Islam perché non porta da nessuna parte. Anzi, da una parte, in realtà, porta: alla radica­lizzazione di alcuni giovani musulma­ni che si sentono discriminati per ignoranza".

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